Lucilla è furiosa, ma non mente

Tra Lucilla Giagnoni e la tecnologia, benché questo spettacolo proprio sullo schema di un videogioco sia strutturato (con tanto di motivetto musicale di sottofondo alla Super Mario Bros), ci dev’essere qualcosa di pregresso.

La possibilità che l’illuminazione dello schermo di uno smartphone violi il sacro buio della platea, o addirittura che parta un’irriverente suoneria, sembrano infatti preoccupare l’attrice  fiorentina ancora e assai più di quanto non accada per i suoi colleghi.

Questa volta, però, questa piccola peculiare e simpaticissima fobia (se vogliamo chiamarla così) si risolve in un abile stratagemma funzionale all’introduzione del tema conduttore di Furiosa Mente: i livelli progressivi di difficoltà nei vari stati del gioco e, soprattutto, la necessità delle regole, l’indicazione netta su ciò che sia lecito e ciò che invece risulti vietato.

Togliete di tasca i cellulari. Adesso illuminate gli schermi e ruotateli. Scattate foto al palcoscenico e, se volete, fatevi anche qualche selfie” è l’invito che gli spettatori colgono di buon grado.

Subito dopo, però, spegneteli: chi non può resistere per i novanta minuti dello spettacolo con il suo Samsung, o il suo HiPhone acceso tanto vale che se ne torni a casa” è la rigida disposizione che impartisce subito dopo.

Perché, appunto, nella vita il “Guerriero” (sia esso maschio o femmina) deve percorrere il proprio cammino, se vuole mantenere qualche ragionevole speranza di arrivare felicemente fino al traguardo, osservando inevitabilmente le regole imposte dalla Vita e dall’Etica.

Una percorso virtuoso percorrendo il quale, dalla crudele guerra di Troia e dall’ancor più spierata ira di Achille su-su fino alla pace francescana del cantico delle Creature, che chiude la pièce come un inno alla speranza, si fa tappa e si prende ristoro nelle canoniche Virtù: la temperanza, la giustizia, la forza, la fede…

Il tutto con abbondanti riferimenti letterari, dall’Iliade all’Orlando Furioso, dalla  sofoclea Antigone al picaresco Don Chisciotte, che Lucilla interpreta con la consueta maestria.

Spettacolo articolato e complesso, allestito con grande fantasia e professionalità, ma non per tutti: che Lucilla Giagnoni sia un’artista di capacità rappresentative eccelse e con straordinaria presenza scenica, che sia un’autrice teatrale dotata di vastissimi orizzonti culturali, un’idealista del positivo e del giusto, è conoscenza nota.

Sembra però, almeno in questo caso, che la volontà didattica, favorita dalla struttura del monologo, prenda il sopravvento sullo spettacolo, probabilmente oltre le intenzioni della stessa Giagnoni, inducendola, tra l’altro, a un forse troppo evidente compiacimento delle proprie abilità attoriali.

Opera comunque non banale, assistita tra l’altro da una scenografia suggestiva e spettacolare, che sfrutta al pieno le enormi potenzialità dell’elettronica anche in ambito teatrale. Da parte mia, lo confesso, resto molto curioso di vedere, magari nel prossimo impegno, l’artista impegnata nella scrittura, o solo nell’interpretazione, di una pièce di

respiro narrativo più ampio e di rappresentazione più corale.

La mia è destinata a rimanere solo una speranza?

C’è un tempo per nascere e un tempo per morire; c’è un tempo per distruggere e un tempo per costruire. Ci sono tempi di crisi, momenti grigi della storia. E il nostro tempo? Forse è uno dei più straordinari che all’umano siano dati di vivere. Cadute le grandi ideologie di riferimento, stiamo vivendo uno degli eventi più incredibili che siano mai accaduti sulla Terra, uno dei grandi sogni dell’umanità, da sempre: la mondializzazione. Che sia questo il tempo di un passaggio evolutivo? La nostra Mente potrà espandersi? Intanto c’è il tempo della nostra vita, che non dobbiamo mancare. C’è il tempo per capire, prendere coscienza e scegliere, anche se scegliere vuol dire combattere una battaglia. La battaglia è la condizione dinamica della nostra esistenza. E il primo e vero campo di battaglia è sempre la nostra Mente: per muoverci con sapienza dobbiamo avere la vigilanza, la forza e la compassione dei “guerrieri”.

   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Post-it (5) – Quella maledetta tentazione del tanto peggio tanto meglio

    Purché si dia “una spallata al Sistema” , sembra che tutto sia diventato lecito.

Così come sembra, purtroppo, anche che ci sia dimenticati cosa voglia dire davvero “essere di sinistra”.

La Hilary Clinton è radical-chic? Ah sì? E allora faccio il tifo per Donald Trump, che in fondo è soltanto cafone, puttaniere, classista, omofobo, razzista, sessista e incarna gli aspetti peggiori del capitalismo.

Anzi, sai che ti dico? Se un uomo così pericoloso, magari mentalmente instabile, sotto il parrucchino, vince le elezioni, diventando Presidente degli Usa (mica Segretario della Bocciofila) e prende in mano la valigetta con i codici segreti che servono a scatenare una guerra nucleare,  penso che sia una grandissima figata, un colossale vaffa indirizzato ai vecchi poteri e vado in piazza con quelli della Lega, con i Fratelli d’Italia, i Berlusconiani e i giovanottoni palestrati di Forza Nuova e faccio una grande festa.

Perché io sono uno duro e puro, uno rosso che più rosso non si può,  e l’idea che se crolla un Sistema, magari sotto le macerie, insieme ai ricchi e ai borghesi, ci resta anche qualche milione di operai, non mi sfiora nemmeno l’anticamera del cervello.

E che nessuno mi ricordi che nella Storia del XX secolo c’è già stato un altro movimento che ha dato una bella “spallata” a un governo debole e corrotto, instaurando un nuovo e vigoroso Nuovo Ordine. Si chiamava Partito Tedesco dei Lavoratori (Deutsche Arbeiterpartei, sigla DAP), uno schieramento politico che, guidato da un certo Adolf Hitler, agitatore e uomo politico di origine austriaca, e nel 1933 prese il potere in Germania.

Con quali esiti lo sappiamo tutti.

Siegh Heil, compagni.

   Valerio Vairo

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Post-it (4) – I celloduristi di Bruxelles e la memoria degli elefanti

Che Jean-Claude Juncker, che nel suo pedigree politico vanta la conduzione, nientemeno, di una Nazione vasta e popolosa come il Lussemburgo (con tutto il rispetto per i lussemburghesi, naturalmente) sia elastico come un tondino appena uscito da una fabbrica bresciana, lo sanno già tutti. Da segnalare anche un fascistissimo “me ne frego”, tanto per mettere una bella ciliegina su quella che i cowboy americani chiamavano “torte di vacca” 

Ciò che stupisce di fronte alle sue più recenti e machissime esternazioni, fatte di esposizioni di muscoli e attributi, è però l’assoluta mancanza di fair-play e, soprattutto, di quell’indispensabile cocktail di memoria e visione prospettica.

Nell’ Italia Centrale, colpita a morte dalle scosse, la terra non ha smesso ancora di tremare.
Palazzi antichi, chiese e castelli stanno ancora venendo giù, pezzo per pezzo.
E ancora, come se non bastasse, l’incrudelire del clima infierisce sui disastrati abitanti dei luoghi, nuove scosse, e nuove scosse, e nuove scosse che sembrano non voler finire più.

E Jean-Claude e i suoi colleghi tecnocrati-burocrati-retrogradi pleistocenici compari, volete sapere cosa fanno?
Censurano, spostano la bilancia di un eventuale deroga alle arteriosclerotiche regole di deficit, da orologiai che cercano di aggiustare un orologio (l’Europa) al quale, invece, andrebbero semplicemente sostituite le pile (oltre che il PIL), da un più 0,3 o 0,4 a un più modesto 0,1.

Pietosi nell’immagine che danno di sé e, al tempo stesso, impietosi nei confronti di un Paese che, generosamente, stra assumendo sulle proprie spalle il peso dell’esodo biblico che sta stravolgendo il mondo.

Non mi auguro certo che il mare del nord esondi sommergendo campagne teutoniche e fiamminghe, né che una siccità prolungata o una nuova glaciazione carogna bruci i raccolti degli opulenti campi dell’Europa settentrionale e centrale.
Né che una meteora di rispettabili dimensioni precipiti su Berlino o Bruxelles.
Certo che no.
Di terremoti, visto che i Paesi mediterranei ne sono la casa di elezione, meglio non parlarne neppure.

Tutto, però, può accadere.
Nessuna nazione è forte abbastanza di resistere a un’improvvisa quanto violenta pazzia della Natura, del Pianeta, dell’Universo.

E allora, se dovesse accadere qualcosa del genere, l’Italia…

L’Italia, mi sento di scommetterci centomila euro contro cento datteri, metterebbe da parte e dimenticherebbe ogni offesa. Più smemorata degli altri, ma nel bene, e, con tutte le proprie forze, ancora una volta correrebbe in soccorso. Con il cuore  e l’entusiasmo che –da sempre- costituiscono il vero valore e il vero preziosissimo tesoro, del nostro popolo.

Senza mercanteggiare sullo 0,1 o sull 0,2%.

   Valerio Vairo  

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Goodmorning, Brescia (24) – Tra champagnone, ciciare e sballo casareccio

Ho letto un libro che pochi hanno letto e che forse nessuno leggerà ancora.

Menti cool, di Robert J.F. è un volumetto di 90 pagine senza titolo né autore in copertina, senza casa editrice, senza numeri di pagina, (le ho contate a mano) senza “allineamento giustificato” ma scritto correttamente, in uno stile diretto e non convenzionale, prezioso soprattutto per fissare un microscopico ma molto significativo brandello di minimale storia cittadina.

–ono la noia e la leggerezza del vivere, che la fanno da padrone, sublimate nell’indolente nomadismo notturno di chi cerca di riempire con languidi piaceri il vuoto pauroso di un’esistenza –he si consuma senza lasciare tracce, con i bagliori freddi e caduchi di una girandola accesa nella notte di San Silvestro. Tutto passa sin troppo velocemente

… perché l’Ultimo (dell’anno) è appena passato, domani circa è già Carnevale, dopodomani arrivano le colombe e le uova di Pasqua, ti distrai un secondo e l’estate ci porta al mare, creme solari, granite, onde e torni dalle vacanze che inizia l’autunno, le foglie cadono rapide, bevi tre birre all’aperto ed è già Natale …”

Insomma, la domanda che ci si ripresenta nella mente e nell’anima con allarmante frequenza:

“è già passato tutto questo tempo?”

e che ci porta, per dirla con Trilussa alla destabilizzante scoperta che questo nostro passaggio altro non è che

’n ‘affacciata de finestra”.

Soprattutto in quegli anni più brevi dei tanti anni brevi, quelli che velocemente percorrono l’impalpabile via di mezzo che dalla laurea porta al lavoro.

C’è una colonna sonora, in questo racconto, ma è quella disordinata e causale, lasciata fuoriuscire da un’autoradio, con i vetri della macchina abbassati, naturalmente, lasciata a vomitare fuori note allo stato brado; quella che canti mentre radi la barba, o sotto la doccia, o in compagnia di tipi stonati e brilli quanto te. Duran, Spandau, Rolling Stone, Vasco, Coldplay, o Pearl Jam, chissenefrega.

Mojto e champagnone (ma che voglia di bere che fa venire ‘sto nome) in cui annega gnocca vera e presunta, tra il piazzale Arnaldo delle fighe di legno, i viali della Maddalena dove si portano le tipe “ad appannare i vetri”, tra Zilioli, il Pago e La Torre di Gardone Riviera. Dovunque sia, con le Timberland ai piedi, purché ci si muova, perché a stare fermi può raggiungerti il niente, e poi sono cazzi.

Magari, se non ci stai proprio attento, finisci addirittura per sposarti, cioè di contrarre uno “schiavimonio” in cui, dopo aspra lotta, uno a scelta di quelle incompatibili bestie che decidono di condividere il proprio cammino, dovrà arrendersi senza riserve all’altro. È qui che le pagine di Robert J.F. si fanno più riflessive: non più racconto di vita vissuta ma esplorazione di vita immaginata, un po’ come la prima passeggiata dell’uomo su un pianeta sconosciuto, tutto da esplorare, ma a lungo studiato da lontano con un potentissimo cannocchiale. Qualcosa si sa, qualcos’altro si conosce per sentito dire, di certo c’è solo la difficoltà, se non l’impossibilità dell’impresa. Rispetto per le vittime delle tante separazioni e divorzi con un occhio ai furbi avvocati che, di fronte alla crisi della famiglia, si fregano golosi le mani.

E per concludere, direi inevitabilmente, lo sguardo si alza e la vista si allarga: un’Italia tanto ammirata quanto disprezzata, una classe politica che ha perso credibilità e chissà quando potrà riacquistarla, gli italiani che scappano, cercando di eludere il problema e quelli che restano, soffrendo ma  rimboccandosi le maniche per cambiare qualcosa. Forse può servire un ritorno al privato, perché no, purché però non ci si chiuda troppo al prossimo, purché si capisca che chi frega la Comunità, alla fine dei conti, sta fregando se stesso. Un’ultima ramanzina a una “donna”, così amata e così sconcertante, che sembra ancora in mezzo al guado, tra il perbenismo della nonna, una malintesa necessità di maschilizzazione e la dipendenza  da social network, fatta di selfie e di finti sorrisi, tra lezioni di yoga e concerti di musica sinfonica: ma alla fine ne viene fuori una preghiera, un richiamo alla genuinità erduta senza rinuncia alla modernità, più che un’invettiva.

Qualunquismo? Discorsi da bar?

No. Pacato buon senso, che riesce a moderare anche ineluttabili tentazioni di violenza.

E poi, me lo sapete dire che male c’è a parlare in un bar (bresciano, naturalmente), in mezzo agli amici, con una coppa di champagnone in mano?

 

Titolo: Menti cool

Autore: Robert J. F:

Editore: auto-prodotto

Pagine: 90

Prezzo: 11 €

ISBN: 978-88-91092-33-5

 

   Bonera.2

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Ex Libris (9) – Gabriele D’Annunzio, oltre la penna, il pennello

L’Amore suggerisce, l’Amore trasforma, l’Amore insegna.

Fu l’Amore a indurre Gabriele D’Annunzio a intraprendere la via della pittura?

Nessuno può dirlo con certezza, naturalmente, ma probabilmente sì.

Fatto sta che la prima notizia di un (allora giovane) Vate alle prese con acquarelli e tempere sembra risalire proprio a  una delle sue prime avventure sentimentali, vale a dire all’incontro con la diciassettenne Giselda Zucconi, ribattezzata Elda, figlia di un professore di lingue e lettere straniere di un collegio di Prato.

Il primo di non molti ma significativi cimenti, che bastarono a rivelare, nel grande D’Annunzio, una propensione al bello non limitata soltanto alla scrittura.

  

È proprio di questa secondaria ma non trascurabile modalità espressiva dannunzaiana che si occupa in questo saggio edito (mi sembra giusto) da una casa editrice pescarese che, ovviamente, per il grande Scrittore della città ha più di un occhio di riguardo (e una collana interamente dedicata). 

Ricco d’informazioni , di riferimenti,  di richiami storici, letterari e di costume, agile e scorrevole come sono tutte le opere di Costanzo Gatta, nessuna esclusa, è un libro che non deve mancare nella vostra libreria.

Autore:  Costanzo Gatta
Editore: Ianieri Edizioni
Genere: saggistica
Anno: 2016
Pagine: 208
Prezzo: 16 €
ISBN: 978-88-88302-54-6

Gabriele d’Annunzio non è stato soltanto un’importante figura della letteratura italiana del Novecento ma un personaggio d’indole eclettica con un carattere diverso da tutti gli altri letterati del tempo; in lui, infatti, vi era la voglia di conoscere, di godersi la vita in tutti i suoi aspetti e di dare sfogo a ogni sua passione. Oggi è conosciuto come giornalista, romanziere, poeta, drammaturgo, scenografo, politico, patriota, militare ed eroe di guerra, ma, in realtà, ebbe tant’altre passioni; si occupò, infatti, di numerosi rami dello scibile umano. Non v’è da stupirsi, quindi, se oggi, si parla anche di un D’Annunzio pittore.

(Franco Di Tizio)

   Il Lettore

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