Goodmorning Brescia (48) – Circostanze… eccezionali al Teatro Sociale

Tutto in un’ora, poco fa, al Teatro Sociale di Brescia, nello spettacolo Circostanze, inserito a latere nel calendario della stagione 2016/2017 del CTB.

Un magma di emozioni a lungo compresse in anime prigioiere che, appuntonel breve e pulsante spazio temporale di uno spettacolo di danza, erompe luminoso e incandescente, esondando dal palcoscenico sulla gremita platea.

«Non basta provare a lungo e con la massima applicazione, per essere perfetti» è l’avvertenza che precede l’inizio dello spettacolo.

«Anzi, questo è e vuole essere uno spettacolo che richiama all’imperfezione, intesa come solida base di partenza necessaria a intraprendere un serio processo di miglioramento»

Una casa ideale, costruita nella mente e nel cuore, in un non dove interiore tutto da scoprire, fatto di vie e piazze colorate, verdeggianti e rigogliosi giardini, placide e limpide distese d’acqua. Nove le “stanze” attraverso le quali si dipana il percorso artistco e narrativo di Circostanze:

il Nostro Corpo, i Silenzi, l’Accoglienza e la Cura, i Dettagli di Mondo, l’Insolita Bellezza,  la Collezione di Sabbia, l’Assenza di Gravità, la Memoria del Corpo, le Mappe di Ghiaccio.

I passi di danza creati da Giulia Gussago non presentano passaggi di particolare difficoltà per i ballerini, com’è giusto che sia, ma la straordinaria fluidità delle coreografie, in cui risalta la costruzione di autentici gruppi scultorei di carne e ossa vive e desiderose di vivere, ne valorizza ogni passaggio. A ciò si aggiunge la suggestione delle parole recitate da Antonio Palazzi e Marco Rossetti, particolarmente ispirati e totalmente immersi nello spirito introspettivo e visionario dello spettacolo, i colori smaglianti dei costumi, i giochi di luce di Sergio Martinelli e a una colonna sonora che definire azzeccata e suggestiva è fin troppo prudenziale. Il risultato è che la presa esercitata dai vari “quadri” sul pubblico e -specularmente- il godimento che questo ne trae, risultano amplificati alla massima potenza.

Poi c’è Lei, naturalmente, Giulia.

Eccellente come coreografa, come donna impegnata nell’arte e nel sociale con pari entusiasmo e pari abnegazione, come straordinaria ballerina talmente padrona dell’armonia, dello spazio e del proprio corpo, da dimostrare senza apparenti difficoltà, in un movimento di grandissima suggestione, come anche una semplice sedia, per chi sa e sa fare, possa trasformarsi in un perfetto compagno di danza.

Immancabili e del tutto prevedibili gli applausi finali, convinti, fragorosi e ripetuti.

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ALTRE INFORMAZIONI

Lo spettacolo è una raccolta di memorie, visioni, speranze, narrazioni e stati d’animo condivisi lungo un anno di assidua frequentazione.

A dimostrazione del carattere corale dell’operazione, fortemente voluta e convintamente sostenuta dal Direttore della Casa di Reclusione Verziano – Brescia  Francesca Paola Lucrezi, sono circa centoquaranta i partecipanti complessivi al percorso laboratoriale-artistico di CIRCOSTANZE, portato avanti dalla Compagnia Lyria presso la Casa di Reclusione Verziano Brescia.

Grazie al coinvolgimento sia della Sezione Femminile che di quella Maschile, inoltre, è sorta l’inconsueta opportunità di incontro e di coinvolgimento di detenuti e detenute nella stessa esperienza e nella condivisione di un’occasione di una comune rieducazione alle relazioni sociali.

Il progetto Verziano_Incontra – 6^ edizione (inserito nel programma Extraordinario – Esperienze di ascolto della città) realizzato a partire dal novembre 2016 grazie alla collaborazione del Ministero della Giustizia, della Casa di Reclusione Verziano Brescia e del Centro Teatrale Bresciano, ha ricevuto il patrocinio del Comune e Provincia di Brescia, con il contributo della Fondazione ASM, Ordine degli Avvocati di Brescia, Centrale del Latte, Fondazione Banca San Paolo, Solari Sistemi ed è realizzato in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti Santa Giulia e Associazione Libertà @ Progresso.

Alla guida, anche quest’anno, Giulia Gussago, direttore artistico della Compagnia Lyria, che si è avvalsa della collaborazione e della partecipazione di cinque insegnanti ospiti: Antonio Caporilli, Roberto Lun, Alessandro Mor, Antonio Palazzo e Beppe Pasini. 

 

CIRCOSTANZE

Coreografie e messa in scena di Giulia Gussago

Voci narranti Antonio Palazzi e Marco Rossetti

Luci Sergio MartinelliSuono Giacomo Brambilla

Fotografo di scena Daniele Gussago

creato ed interpretato da

Emanuela Alberti, Monica Bassani, Francesco Cancarini, Paola Cappelli, Raffaella De Masi, Silvia Francesconi,  Iole Giacomelli, Giulia Gussago, Marilena Maxia, Alice Miano, Mariantonia Piotti, Roberta Possi, Marco Rossetti, Susi Ricchini, Fiorenza Stefani, Giovanna Vezzola, Sandra Zanelli, Arturo Zucchi

e gli ospiti della Casa di Reclusione di Verziano

Annamaria, Cecilia, Elton, Giovanni, Giuseppe, lacine, Mario, Matar, Mauro, Mintu, Mohammad, Said, Sofia, Valentin e Zio Said

 

 

  Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Donne e cose di un altro mondo al Santa Chiara

Questa sera, ala teatro santa Chiara – Mina Mezzadri, si comincia con l’omaggio tributato dal palcoscenico, prima che venga alzato il sipario, alla memoria di Renato Borsoni (attore, regista, scrittore, fondatore del CTB e autentico padre del teatro bresciano) deceduto due giorni orsono, i cui funerali sono stati celebrati proprio stamattina.

Per quanto riguarda lo spettacolo, invece …

… tutto (o quasi) comincia con “La sposa yemenita”, pubblicata anche in versione graphic novel per la sceneggiatura e le matite di Paola Cannatella (edizioni Beccogiallo).

Buio, sagome buie che scivolano nel buio, nero su nero.

Quattro donne, i cui movimenti sono quelli meccanici di carillon muti, costrette in grotteschi vestiti-imballaggi vitalizzati (si fa per dire) da matrioske, impegnate a esorcizzare una situazione compressa di coercizione attraverso, almeno inizialmente, un vuoto chiacchiericcio che parte dall’approssimarsi di una cerimonia di matrimonio, presumibilmente di un’appartenente alla middle class, una donna esemplare, pia al punto giusto, visto che, vestendo sempre un burka, nessuno, nemmeno le più intime amiche, ne conoscono il volto.

Sono brani di una lezione di balistica, a scandire i tempi di un clima di guerra che pesa sulla prossima festa come piombo fuso.

Si canta (canzoni occidentali dai versi trasgressivi e ammiccanti come quelli di “I kissed a girl“), si balla, si e si   le parle sono , è stato l’articolo che ad una prima lettura ha segnato l’esordio di querca di scherzare, ma le giovani donne che attendono l’arrivo della promessa sposa, insieme a un’ospite occidentale (presumibile proiezione dell’autrice del testo originario, la giornalista Laura Silvia Battaglia) una dopo l’altra, svelano i propri drammi.

C’è la giovane calciatrice, la cui passione sportiva viene vista con sospetto dalla comunità, con quello stesso ingiustificato e ingiustificabile sospetto di tendenze omosessuali così simile a quello indirizzato alle atlete occidentali di certe specialità sportive. Costretta, sua malgrado, a tirare colpi di kalasnikov, invece che calci di punizione e di rigore.

C’è la moglie di un uomo assassinato dal fuoco di un drone, perché, per fame, sulla porta di casa aveva accettato di inchiodare la nera bandiera del Califfato. «Ciò che piove dal cielo dovrebbe essere una benedizione» dice. «Invece sono lampi di morte».

Donne ricche e donne povere, tuca-tuca, musica ritmata, danza spensierata, mitra e palloncini colorati, lustrini, minigonne e tacchi alti che sbucano fuori dai vestiti ampi e coprenti, sirene di allarme antiaereo, fischi di bombe…

Ed è proprio lo scoppio mortale di un ordigno a fermare tutto, a far calare il buio, a interrompere quella che si rivela essere solo l’illusione di una speranza.

Donne che si uniscono tra loro, uomini che s’impegnano a distruggere tutto, sotto gli occhi di una cronista smarrita, incredula, spossata dalla constatazione che raccontare non serve a mutare il corso delle cose.

Non subito, almeno.

Ma domani… chissà?

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La regia si confronta coraggiosamente con una atipica non-storia, riuscendo ad arrivare fino in fondo con mirata confusione e apprezzabile risultato complessivo.

Le attrici danno tutto ciò che hanno, non risparmiandosi per tutta la durata della pièce e restando ampiamente sopra la sufficienza in ciscuna delle modalità artistico-espressive richieste dalla rappresentazione di un testo di traduzione teatrale non semplicissima: recitano, giocano, cantano e ballano con notevole spirito di squadra.

Il pubblico, di cui si nota la verde età media, apprezza, non lesinando consensi a fine spettacolo.

E, negli spettatori, come probabilmente nelle intenzioni dei commedianti, qualche urticante interrogativo s’impianta in profondità. 

Spose dell’altro mondo

(ispirato agli articoli della giornalista Laura Silvia Battaglia)

Produzione CTB Centro Teatrale Bresciano

collaborazione artistica Teatro 19

da un’idea di Annalisa Riva

drammaturgia Roberta Moneta

regia Valeria Battaini

con (in ordine alfabetico) Valeria Battaini, Francesca Mainetti, Roberta Moneta, Annalisa Riva

voci fuori campo Claudia Franceschetti, Alessandro Quattro

luci Sergio Martinelli

suono Carlo Dall’Asta

oggetti di Scena Davide Sforzini

realizzazione costumi Bottega del Cencio

si ringrazia per la collaborazione Elia Mouatamid

 

   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Al Santa Chiara c’è un Santo Assassino

Giuliano, storia di un assassino involontario è uno spettacolo inserito nel cartellone 2016/2017 Centro Teatrale Bresciano nell’ambito della rassegna  La palestra del teatro – Drammaturgie del presente, ideata e promossa dal CTB, con il  contributo di Fondazione ASM Gruppo A2A di Brescia.

La palestra del teatro, comprendente tre aree tematiche (Genere Umano, Radici, Questioni di famiglia) è suddivisa in sette spettacoli (tutti in scena presso il Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri) tra i quali è compresa una produzione CTB ed è mirata al coinvolgimento di nuovi spettatori nell’ottica del confronto e della crescita civile.

 

LA STORIA

«Non si può sfuggire al proprio destino»

Sarà vero? Sarà falso?

La risposta più verosimile e attendibile alla doppia domanda è che «può essere giusta sia una cosa che l’altra», probabilmente: non esiste destino fuori di sé, ma dentro di sé ogni uomo porta tracciate nel DNA tendenze difficilmente comprimibili o modificabili.

Così, in un medioevo che, nell’opera, funge solo da necessario riferimento temporale, Giuliano è un giovane appassionato di caccia al punto che quello del sangue delle prede divena per lui una vera e propria ossessione: dal topolino (sua prima preda) al grande cervo (che non è solo un cervo), man mano che cresce la taglia delle vittime, nel giovane Giuliano aumenta la smania di uccidere. Quando si scopre che tutto ciò che è vivo può essere ucciso e che uccidere può regalare uemozioni di grandissima intensità, c’è il concreto rischio che tutto ciò si trasformi in una droga capace di inoculare nella mente e nell’anima insieme al piacere, anche una insidiosa e persistente forma di assuefazione, molto vicina alla dipendenza.

Decide di darsi alla fuga, quando si accorge che potrebbe diventare pericoloso anche per le persone che più gli sono vicine, primi tra tutti i genitori, cercando nella morte istituzionalizzata e legalizzata che ai soldati viene espressamente richiesto di somministrare al nemico, un placebo che possa, se non altro, contenere le pulsioni omicide che continuano a tormentarlo senza sosta.

E, proprio quando crede che la medicina abbia finalmente agito, e decide di provare a regalarsi una normalità di vita attraverso il matrimonio, ecco che il Destino, in qualche modo, si presentaa  riscuotere il suo credito.

Non finisce qui, però. C’è sempre (o quasi sempre) una seconda possibilità per ogni uomo che, per Giuliano, passa attraverso un cammino di espiazione attarverso il sacrificio a favore del prossimo più debole ed esposto e, inevitabilmente, attraverso la sofferenza.

 

L’AUTORE 

   Gustave Flaubert (nato il 12 dicembre 1821 a Rouen – morto l’ 8 maggio a Croisset)

Figlio di un chirurgo e di una ricca proprietaria terriera, Flaubert inizia a scrivere da giovanissimo.

Nel 1840 si iscrive a Parigi alla Facoltà di Legge, che non porterà mai a termine sia per uno scarso impegno sia per il primo manifestarsi dell’epilessia che lo affliggerà tutta la vita.

Nel 1848, a Parigi, è testimone della rivoluzione che pone fine al regno di Luigi Filippo e prepara l’avvento al trono di Napoleone III.

Gli anni seguenti lo vedono impegnato in un lungo viaggio che, insieme all’amico Maxime Du Camp, lo porta in Italia, Grecia e nell’area mediorientale e ch3 gli ispirerà l’opera esotica e fantastica scritta nel 1862 e ambientata nell’antica Cartagine, Salammbo.

Prima di questo, però,  scrive quello che sarà considerato il suo più grande capolavoro.

«Mafame Bovary», pubblicato nel 1856 (a puntate,  sulla «Revue de Paris») segna una vera e propria svolta nella letteratura europea: l’orizzonte degli ideali e dei modelli romantici viene superato attraverso la demistificazione delle idee moralistiche tipiche della società borghese del primo Ottocento; la descrizione oggettiva dei fatti fa collocare Flaubert fra la scuola Romantica e quella Naturalista. Solo un anno dopo la pubblicazione, però, e messo all’indice solo un anno dopo a causa dei contenuti dell’opera che fanno scandalizzare i benpensanti, e l’Autore viene chiamato in giudizio. Seguirà, fortunatamente per Flaubert, una sentenza assolutoria, motivata dalla non dimostrabilità di una consapevole intenzione di recare offesa alla pubblica morale.

Negli anni tra il 1863 e il 1869 Flaubert si dedica alla riscrittura di una delle sue più imprtanti opere: «L’educazione sentimentale». Poi la guerra franco-prussiana lo costringe a lasciare momentaneamente Croisset: le conseguenze per il suo già fragile sistema nervoso sono rilevanti, fino a causarne la morte per un grave attacco di epilessia, l’8 maggio 1880.

Altre opere meno significative di Flaubert sono «La tentazione di Santo Antonio» (1874), «Tre racconti: La leggenda di S. Giuliano ospitaliere, Un cuore semplice e Erodiade» (1877), e la postuma (1881) e incompiuta «Bouvard e Pecuchet», lavoro intriso di nero umorismo nero.

 

LO SPETTACOLO 

I due Alessandri (Mor e Quattro) sono in forma, su questo non si discute.

Uno il narratore (ma sarà poi così?), l’altro il protagonista della storia (ma sarà poi così?), si alternano con perfetta sintonia in una pièce in precario equilibrio tra fedeltà al testo e licenze interpretative.

La sfida, assai ardua, è quella di trasformare, attraverso l’accompagnamento gestuale, lunghe e dettagliatissime descrizioni d’ambiente in suggestioni narrative.  Di raccontare con i corpi, prima e più ancora che con il pur raffinato e immaginifico linguaggio di Flaubert, la paradossale vicenda di un uomo che proprio dall’abiezione di un’indole violenta, proprio dal punto più buio di una vita condotta in un solco di sangue e morte, riesce a trovare, attraverso una risoluta volontà di espiazione, una nuova, luminosa dimensione.

Poi c’è un secondo livello, più nascosto e molto più profondo, nel quale Alessandro Mor e Alessandro Quattro si calano completamente, cercando di coinvolgere gli spettatori: la scoperta di quanto sia misteriosa e imperscrutabile la natura dell’anima umana: per quanto tenace, per quanto accurata possa essere l’analisi interiore, per quanto ci  s’impegni nella ricerca di se stesso, alla fine non è la razionalità, ma l’istinto (inteso come energia primigenia) l’unica risorsa idone alla scoperta della verità, rappresentata, nel suggestivo finale, dalla nudità del personaggio ma, prima ancora dell’attore che della sua pelle completamente si veste.

Il pubblico, con un lungo e ripetuto applauso finale, manifesta in pieno il gradimento per uno spettacolo difficile e non per tutti, e questa non può essere che una nota di merito aggiuntiva.

Giuliano
Storia di un assassinio involontario

dal racconto «La leggenda di San Giuliano Ospitaliere» di Gustave Flaubert
di e con Alessandro Mor e Alessandro Quattro
scene e costumi Katya Santoro
luci Sergio Martinelli
suoni Edoardo Chiaf
video Enrico Ranzanici
produzione CTB Centro Teatrale Bresciano 

Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri – Brescia

 

   GuittoMatto

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Stavolta Godot arriva davvero, ma non trova nessuno

Il teatro che rappresenta e recita il teatro non è una novità, ma sempre (o quasi sempre) ne scaturisce una sfida intrigante.

Il miglior risultato, in simili casi, scaturisce quando sono gli attori stessi a immedesimarsi e a divertirsi in questo gioco di specchi da palcoscenico. Cosa che, a mio avviso, è accaduto ieri sera, allorché al Teatro Santa Chiara di Brescia, è andata in scena Sapiens, pièce liberamente tratta e adattata dal testo Frammenti di un mosaico spezzato di Edy Lanza, in cui si narra appunto delle prove di uno spettacolo che i commedianti decidono di portare avanti da soli in attesa dell’arrivo della regista.

Situazione ideale per permettere alla natura autentica, alle reali pulsioni che ciascuno di essi si porta dentro, di fuoriuscire, interagendo in modo conflittuale con quelle degli altri.

Desideri, frustrazioni, aspirazioni vere o presunte, soprattutto contraddizioni e ripiegamenti egocentrici quanto egoisti che solo per un attimo vengono messi in  discussione dall’inatteso arrivo in teatro di una donna che, con il suo bambino, incarna in sé ogni tipo di coercizione, di discriminazione e di abuso.

Ma è solo un attimo, appunto, dopo di che lo spettacolo che i giovani attori vogliono mettere in scena, sì, ma con un’adesione al testo soltanto epidermica, incapaci come sono di introiettarne l’autentico messaggio sociale, torna a distrarli, a inebriarli del niente di vite vissute (consumate) con la superficialità di una chat globale, di un reality o di un talk show: insapore, inodore, dunque indolore.

Così si perde l’occasione di conferire valore alle esistenze, così si smarrisce per sempre il senso del reale, dell’equo e del giusto.

Cosicché, quando arriva Godot (la regista), che questa volta arriva davvero, altro non può trovare che macerie umane, vuoti esistenziali, la carcassa ormai fredda di uno spettacolo che non andrà mai in scena.

Dell’energia e dell’entusiasmo con cui si spendono gli attori del CUT La Stanza abbiamo già detto.

Scarna ma efficacissima la scenografia “povera”.

Attenta la regia.

Quanto al testo, la prima parte dello spettacolo risulta a mio avviso alquanto didascalica, farcita di dialoghi e monologhi che non possono non richiamare allo spettatore più attento atmosfere di un’avanguardia che, essendo databile per toni e temi agli anni settanta, ora si palesa piuttosto retrò.

L’apparizione inattesa della ragazza extracomunitaria minacciata dal suo uomo, unitamente allo scimmiottare dei vizi da over-connessione e di certe trasmissioni tv mirate alla sistematica narcosi del pensiero, costituiscono il colpo d’ala necessario e sufficiente a risvegliare l’attenzione degli spettatori e a rialzare il grado di godibilità di uno spettacolo che, al tirare delle somme, riscuote dal numeroso pubblico un’adeguata dose di consenso e di applausi.

Un’ultima considerazione “a margine”: tra il pubblico, numerosissimi, giovani attori e attrici, appassionati di teatro e addetti ai lavori, che hanno creato una singolare e stimolante atmosfera anche al di qua del palcoscenico. A dimostrazione che a Brescia esiste un humus fecondo alla nascita e alla crescita di un movimento di prosa degno del massimo rispetto, che l’azione del CTB sollecita e favorisce in modo evidente.

Forza,  “ragazzi”: continuiamo così.

 

Spettacolo teatrale tratto da

“Frammenti di un mosaico spezzato” di Edy Lanza

rielaborazione e regia Antonio PaLazzo
consulenza artistica Ippolita Faedo, Elena Serra e M. Candida Toaldo 
interpreti Edona Cekerku, NicoLa Conti, Monica Minoni, Luca Muschio,Renato Olivari Tinti, Marco Passarello, Maria Angela Sagona e Chiara Pizzatti
luci Sergio Martinelli 
costumi Federico Ghidelli 
progetto audio Giuseppe Salemi
collaborazione tecnica Fausto Loda, Luca Lussignoli e Chiara Pizzatti
direzione artistica Maria Candida Toaldo

 

   GuittoMatto

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