Goodmorning Brescia (53) – Anche i briganti perdono la testa

Allora (si sta parlando della seconda metà del sedicesimo secolo, mica di ieri l’altro) le forze di polizia , che allora non si chiamavano detectives, ma più prosaicamente birri,non avevano a propria disposizione le risorse tecnologiche utilizzabili al giorno d’oggi: niene archivi fotografici, né possibilità di effettuare i sofisticati identikit cui ricorrono i  loro colleghi del terzo millennio, né (tantomeno)  programmi informaticci di riconoscimento facciale.

Insomma, non c’era la Rete. Anzi, no; per la verità, l’unica rete di cui disponevano “i buoni”, era quella composta da informatori e delatori pronti, allora come ora, a fornire preziose soffiate in cambio di denari e/o favori di vario assortimento, da una raccomandazione a uno sconto di pena.

Così il signor Giovanni Beatrici, meglio come conosciuto come Zan Zanù («che sarebbe come dire Giovanni Giovannone» spiega Gatta)    riuscì per lunghi, violenti e sanguinosissimi anni a esercitare il mestiere di feroce brigante, terrorizzando le popolazioni dell’ampia porzione di territorio gardesano che va da Tignale a Salò. Serenamente rapinando, violentando, sequestrando e uccidendo, così com’è giusto che faccia un brigante professionale qual era lui, insieme alla sua banda. 

Con la forza narrativa ed evocativa che non credo di avere scoperto oggi, Costanzo Gatta ne sintetizza la fosca vicenda in uno snello ma ben articolato intervento sull’edizione bresciana del Corriere della Sera di oggi: quella che è descritta è una situazione in cui la malavita gode della connivenza di personaggi insospettabili, spesso anche altolocati, prestandosi, all’occorrenza, anche all’eliminazione di scomodi avversari politici, come il podestà di Salò, Barnardino Ganassoni, freddato dallo stesso Zan con un colpo di archibugio in petto all’interno del Duomo, nel corso di una funzione religiosa.

Alla fine, nella valletta della Fornaci, quando le malefatte di Zan Zanù divennero talmente clamorose dal sollevare il malumore dei bravi gardesani, il perverso percorso terreno del delinquente si fermò bruscamente, al termine di uno scontro a fuoco e ll’arma bianca protrattosi per più di otto ore.

Gatta ne narra collocando l’episodio finale di questa sanguinosa saga, come sovente si diletta a fare, tra realtà e leggenda.

Così come, a corredo dell’articolo, inserisce un ammiccante riferimento a una certa testa custodita sotto formalina presso l’Ospedale di Salò, nell’ambito di una raccolta di reperti realizzata da un medico ottocentesco: è Lui o non è Lui?

 

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A proposito: l’articolista ricorda che, tra gli insospettabili sodali del feroce Giovanni Beatrici, c’era anche un tale Fra Tiziano, padre guardiano del convento dei Cappuccini di Gargnano.

Eccolo, l’anello di congiunzione: sbaglio o, nelle antiche cronache della c.d. malavita organizzata, ci fu un altro famoso quanto leggendario brigante che rispondeva al nome di Fra Diavolo?

 

 

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Goodmorning Brescia (11) -Bresciani, ve li do io i monumenti!

Si può passeggiare per Brescia e dintorni rimanendo comodamente seduti nel Foyer del Teatro Sociale? Si può, se a tenerci per mano e a condurci in questa fantastica e virtuale promenade è una guida che si chiama Michela Valotti, docente di Educazione al Patrimonio Artistico e Teatro di Animazione presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore

  

È il secondo e ultimo appuntamenti di 《Sguardi su Brescia》 breve ciclo d’incontri ideato, realizzato e condotto da Elena Bonometti, già (favorevolissimamente) conosciuta dai visitatori di questo blog. Il titolo: 《Passeggiata bresciana tra le pietre della memoria, tra vero e simbolo》 .

La “visita guidata” è orientata su opere bresciane (o di artisti bresciani) collocate in un arco temporale che va dall’inizio ‘800 al primo ventennio del ‘900.

L’intenzione è di fare parlare i meravigliosi monumenti bresciani, affinché possano rivelarsi nella propria essenza e collocazione storica, consentendo a chi li ascolta di puntare uno sguardo consapevole su queste “emergenze culturali” (da emergere, naturalmente) che hanno donato alla città qualcosa di davvero importante.

Si parte dal Cimitero Vantiniano, autentico e prezioso scrigno di tesori scultorici, oltre che assorto luogi di memorie, al pari, tanto per fare un esempio, del più celebrato Monumentale di Milano.

  

Più precisamente si parla di Giovanni Battista Lombardi, iniziando dal monumento funerario dedicato al conte Annibale Maggi,  commissionato dalla Congrega della Carità Apostolica di Brescia: suggestiva scultura marmorea in cui colpisce l’accostamento tra l’umiltà dell’accattone e del bambino che mendicano e la coppia di personaggi abbienti, ulteriormente differenziata, al suo interno, dal contrasto con la sobria eleganza dell’uomo e la decadenza che comincia a trasparire nella figura femminile.

Si passa per la Pietà di Ermenegildo Luppi, (1923). Si tratta di un gruppo bronzeo che raffigura Cristo deposto tra le pie donne, realizzato grazie alla donazione di 150.000 lire (all’epoca cifra di un certo rilievo) effettuata per espressa disposizione testamentaria da Luigi Premoli.

La scultura, che deriva la propria essenza dalla tradizione michelangiolesca, s’inserisce nel solco del passaggio tra realismo e topos universale e totalmente simbolico della tendenza espressionista introdotta in Italia, proprio in quel periodo, dallo scultore meneghino Adolfo Wildt. Tale matrice si evince, anche per il più disattento degli sguardi, dall’evidente deformazione impressa nei corpi da parte dell’artista (si vedano gli arti del Cristo) e il sottolineatissimo pathos espressivo delle figure femminili curve su di lui.

La tappa in pieno centro con Piazza Loggia sotto la neve di Angelo Inganni, consente di contemplare, opera d’arte in opere d’arte, il Monumento alle Dieci Giornate di GB Lonbardi (1864), uno dei primi e più suggestivi esempi del Culto degli Eroi, esplicitato da est a ovest della città dal monumento ad Arnaldo da Brescia (porta della città in direzione Venezia) e da quello a Garibaldi (direzione Milano) opera di Eugenio Maccagnani.

 

Non sono solo condottieri, o politici, i destinatari degli statuari omaggi: la professoressa Valotti lo dimostra mostrando due monumento tardo ottocenteschi: il primo dedicato al pittore Alessandro Bonvicini detto Moretto l’altro a Niccolò Tartaglia (matematico), opere entrambe di Domenico Ghidoni, commissionate dall’Ateneo per celebrare con pari dignità (oggi si direbbe par condicio) sia le arti che le scienze.

Scoppia e divampa la Grande Guerra, lacerando paesi e coscienze. non è più tempo di eroi, ma di ideali, tradotti in simboli.

Mentre la Nazione si prepara allo scontro irredentistico, Leonardo Bistolfi lancia la sua sfida di italianità su un lago di Garda, che ancora bagna terre dominate dalla straniero che non è ancora italiano. Cosi nasce il monumento a Giuseppe Zanardelli a Toscolano Maderno (1911/1913) a pochi passi da Salò, dove un altro capitolo di storia avrebbe avuto tragicamente fine, una trentina di anni dopo.

Insomma, a partire dal Milite Ignoto (nuovo potentissimo Mito a metà tra sentimento e propaganda) da re, generali e politici si passa al monumento  a un anonimo caduto. L’esasperato monumentismo iniziato con la prima guerra mondiale, finisce con la seconda, come se la bomba atomica tutto riuscisse a distruggere e riplasmare.

Democrazia o demagogia?

Lo dirà la Storia. Forse.

 Bonera.2

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