Goodmorning Brescia (138) – L’unità non è (solo) un quotidiano.

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«Il mio nuovo lavoro, “L’unità”, non è (come pure il titolo potrebbe suggerire) la storia del glorioso organo di partito del PCI» esordisce Mauro Del Bue, politico di lungo corso ed esponente di spicco del Partito Socialista. «Bensì la storia di un processo unitario della sinistra, mai andato effettivamente a buon fine. Una vicenda segnata fin dalla nascita, visto che il primo partito progressista (il Partito dei Lavoratori, fondato il 15 agosto 1982 a Genova) fu il frutto della clamorosa scissione tra socialisti e anarchici, Per la verità, in quell’occasione ne nacquero due, con lo stesso nome».

L’appuntamento è quello della presentazione bresciana del libro (organizzato dal circolo Tempo Moderno e introdotto e moderato dall’avvocato Lorenzo M. Cinquepalmi). La location dell’evento, completato da un interessante dialogo tra l’Autore e il professor Saverio Regasto, è la sede del Circolo Bissolati, a due passi dalla Poliambulanza: un locale suggestivamente retrò che richiama alla memoria, per alcuni aspetti, le gloriose “case del popolo” di una volta, nella quale, però, la consueta e intensa attività di informazione e divulgazione viene portata avanti secondo logiche e modalità assolutamente al passo con i tempi.

Nel suo intervento, Del Bue passa in rassegna velocemente, ma in modo incisivo, tutta la storia della sinistra italiana, costellata di errori e di sconfitte; in particolare quella del Partito Socialista, votato all’insuccesso nel momento stesso in cui decise (a giudizio dell’oratore in modo alquanto avventato) di farsi stritolare dall’abbraccio del PCI accettando di sottoscrivere, nel secondo dopoguerra, il “Fronte Democratico Popolare”.

«Dopo il “picco” consuntivato nelle elezioni del giugno ’46 con la raccolta di circa il 20% dei consensi, ebbe inizio un declino che sembrò arrestarsi e invertire la tendenza solo con “la rivoluzione dei quarantenni” e l’avvento alla guida del partito di Bettino Craxi, che tornò a conseguire il 14% dei voti» ricorda Del Bue. Precisando però subito dopo, che Craxi ebbe poi il torto di non valutare correttamente le conseguenze del crollo del muro di Berlino: un avvenimento epocale che comportò non solo la dissoluzione del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, ma di un intero sistema.

«Per dirne una, paradossalmente, senza la caduta del muro non ci sarebbe stata neanche Tangentopoli» provoca Del Bue, ricordando subito dopo che anche la nascita e il decollo della Lega Nord avrebbe dovuto rappresentare un segnale che non fu però raccolto. Dopo di che, con la nascita (mai realmente avvenuta) della seconda Repubblica, l’Italia perse il ruolo internazionale che, faticosamente, si era riuscita a ritagliare.

Non resta che pentirsi degli sbagli commessi e piangersi addosso, allora?
No. Neanche per sogno.

«Ci sono quattro temi essenziali che la sinistra deve recuperare, assimilare e rielaborare in modo approfondito e creativo» è la conclusione di Del Bue, che si riferisce a demografia (compreso l’epocale questione delle migrazioni), economia (con la progressiva globalizzazione e finanziarizzazione del sistema), democrazia (con la necessità di rilanciare, anziché frenare, il progetto d’integrazione europea) ed ecologia (la lotta al degrado ambientale è ormai la prima priorità).
«Solo così, una storia d’insuccessi si potrà trasformare in una affermazione per il movimento e per l’Italia» è il precetto finale, raccolto e applaudito dal folto e attento pubblico presente (tra il quale si segnala la presenza dell’assessore Roberta Morelli).

Prende poi la parola il prof. Saverio Regasto, ordinario di Diritto Pubblico presso l’Università di Brescia.

Secondo il suo autorevole parere, la situazione difficile della sinistra italiana non è che la naturale conseguenza di una lotta tra fazioni più che tra idee. Il PCI commise l’errore di non sfruttare il clamore del crollo del muro per smarcarsi in una più accentuata posizione libertaria.

«Dov’è l’intellighentia di sinistra sulle grandi tematiche planetarie? Dove è il dibattito?» si chiede, senza però riuscire a darsi una risposta.
«Mi riferisco alla eventuale prossima nascita di un nuovo soggetto politico progressista-europeista, secondo l’ispirazione e il suggerimento di Carlo Calenda, del pericolo costituito da un populismo becero e aggressivo, della necessità di una nuova internazionalizzazione per affrontare le gravi problematiche globali senza avvitarsi su tematiche che, sia pure importanti, rimangono di campanile» spiega, aggiungendo subito dopo e contemplando la lista con una ormai improrogabile «franca discussione, interna e aperta anche a qualificati contributi esterni, sulla necessità di rivalutare la politica perché i giovani tornino a praticarla».

La serata si conclude con la tradizionale cerimonia del firma-copie, seguita da una cordiale riunione conviviale di cui si approfitta per approfondire il confronto.

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Il libro:

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L’Autore:
Mauro Del Bue (Reggio Emilia 1951), laureato in Lettere e Filosofia, giornalista, segretario del Psi di Reggio Emilia dal 1977 al 1987, consigliere comunale di Reggio dal 1975 al 1993, vice sindaco con gli assessorati alla cultura e allo sport nel 1987, viene eletto deputato nel giugno del 1987 e confermato nel 1992. Dal dicembre del 1989 è nella Direzione del Psi e dal 1987 al 1990 è anche presidente de I Teatri di Reggio Emilia. Si dedica poi all’attività storica e scrive 18 libri, prevalentemente di storia locale, tra i quali “Storia di delitti e passioni, Dal Triangolo della morte alle Br”, Reggio Emilia 1994, “L’apostolo e il ferroviere, vite parallele di Camillo Prampolini e Giuseppe Menada”, Montecchio E. 2005, “Storia del socialismo reggiano” in tre volumi, Montecchio E. 2009-2011-2012, “Il primo cooperatore, Contardo Vinsani, il riformista utopistico”, Casalgrande 2016, ma anche libri di storia sportiva e un volume, “Filosomia, storia della filosofia secondo me”, Firenze 2012. 
Nel 2000, dopo la morte di Craxi aderisce al Nuovo Psi e nel 2005 viene scelto come rappresentante del partito nel governo Berlusconi (è sottosegretario alle Infrastrutture). Nel 2006 viene rieletto deputato nel collegio Piemonte due, nella lista Dc- Nuovo Psi. Nel 2007 aderisce al gruppo della Rosa nel pugno e alla Costituente socialista. Dal 2009 al 2014 è assessore allo sport (poi anche all’ambiente) del Comune di Reggio (sindaco Graziano Delrio) e dal 2013 è direttore dell’Avanti.

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Goodmorning Brescia (19) – E ora Daniela canterà in Paradiso

  Si è spenta alla Poliambulanza di Brescia il soprano Daniela Dessì, a seguito di “una malattia breve, terribile e incomprensibile“, come la definisce il tenore Fabio Armiliato, compagno della cantante da più di quindici anni.

L’artista, che risiedeva nel bresciano, ed è stata considerata una delle più grandi interpreti contemporanee delle eroine verdiane e pucciniane, ha collaborato con i più grandi teatri del mondo, come la Scala di Milano, il Metropolitan di New York,  e la Deutsche Oper di Berlino.

Dopo il debutto avvenuto a Genova con La serva padrona di Pergolesi, nel corso della sua intensa carriera Daniela Dessì (diplomata in canto e pianoforte al Conservatorio Arrigo Boito  di Parma, e specializzata poi in canto da camera presso l’Accademia Chigiana di Siena) ha messo insieme un ragguardevole repertorio composto di oltre settanta titoli. Tra i tanti, grandi direttori d’orchestra che hanno incrociato la sua carriera, mi limito a citare nomi come Riccardo Muti, Carlos Kleiber, Claudio Abbado,  James Levine, Lorin Maazel, e Zubin Mehta, cui si aggiungono registi del calibro di Zeffirelli, Ronconi, Scola e Strehler.

Ho intervistato in proposito Elena Bonometti, membro del CDA del Centro Teatrale Bresciano TRIC, ex vicepresidente (duplice mandato su nomina ministeriale) del Conservatorio di musica “Luca Marenzio”, docente di ruolo di psicologia presso IISS “Primo Levi” di Sarezzo, nonché appassionata d’opera sin dalla più tenera età.

 

 

Daniela Dessì e Brescia

È nata a Genova da genitori sardi, ma è cresciuta a Brescia seguendo il padre custode di fabbrica. Raccontano che, quando arrivava il momento della pausa pranzo o della fine turno, lei, che era ancora una bambina, andava in competizione con la sirena che scandiva i tempi di lavoro.

 

Quando l’ hai conosciuta?

Frequentava da studentessa il conservatorio allora intitolato a Venturi, nella classe assegnata a Carla Castellani. Essendosi già diffusa in città la notizia della sua bravura e dell’estrema duttilità della sua voce, cominciarono a chiamarla sempre più frequentemente perché partecipasse come solista ai vari cori amatoriali di Brescia. Fu così che finì a cantare anche nel coro di padre Salvetti che è stato anche il mio.

  

Vuoi dire che hai avuto occasione di cantare con lei?

 Purtroppo no, io entrai più tardi. In realtà il nostro primo incontro è avvenuto all’inizio degli anni 2000, quando ero vicepresidente del conservatorio Marenzio (ex Venturi) diretto da Perotti: la chiamammo per un master di canto.

 

E lei accettò?

  Immediatamente, e fu subito un boom di iscrizioni che rese necessaria una severa selezione che Daniela s’incaricò di fare di persona. Io partecipai alle lezioni come uditrice, e fu una bellissima esperienza, di cui conservo ancora la pergamena dell’attestato. Per tre giorni lavorò da mattina a sera in concentrazione assoluta, elargendo ai suoi allievi consigli e ammaestramenti sia di interpretazione artistica che di natura pratica, primo tra tutti il corretto utilizzo del diaframma.

 

Ti viene in mente qualche episodio particolare di quella esperienza?

  Ricordo che a un certo punto salì sul palco per redarguire un bellissimo ragazzo che cantava da tenore:

“Cosa sono queste gambe divaricate?” lo redarguì, con grande energia.

Una indicazione in cui ravvisai un fermo invito a mettere da parte, nella pratica della lirica, ogni atteggiamento esibizionista e gigione, privilegiando invece la cura di un’interpretazione doverosamente filtrata da buon gusto e senso della misura. Oltre che essere meticolosa nella preparazione e perfetta nell’esecuzione, nonché dotata di una grandissima voce da madre natura, Daniela Dessì era capace di mettere tutto questo al servizio della interpretazione dei personaggi che era chiamata a rivestire. Aveva inoltre una capacità didattica incredibile, capace di migliorare i suoi allievi in pochissimo tempo. Inutile dire che il saggio finale che ebbi l’onore di presentare, si risolse in uno straordinario successo.

In cosa ti ha arricchito la sua frequentazione?

  Mi ha insegnato quanto siano importanti la concentrazione e il costume mentale di tendere sempre e comunque al miglioramento. Accettando al tempo stesso, però, i propri limiti e cercando di trasformare in virtù anche i difetti. Sotto il profilo didattico, inoltre, ho acquisito e introiettato (anche) attraverso lei, due concetti basilari. Il primo è la necessità di instillare nei giovani la necessità di un approccio umile da parte dell’artista nei confronti della pagina dell’autore. Il secondo di esortare i ragazzi a non essere gigioni e a non desiderare per sé l’impossibile. “Ti viene stirato il re bemolle? Allora scegli d’interpretare opere che abbiano solo un do” diceva Daniela. E come potrei non essere d’accordo?

 

Una grande donna, allora.

 Una donna meravigliosa: all’esterno poteva apparire come una grande diva, ma alla base c’era una serissima e indefessa lavoratrice. Già soprano strapagato, chiese al conservatorio, come compenso, una cifra irrisoria, sia per riconoscenza che per amore dell’insegnamento che vedeva come una meta da raggiungere una volta che fosse scesa dal palcoscenico, alla fine di una luminosa carriera artistica consumata sotto al luce dei riflettori; un traguardo che, purtroppo, una morte precoce non le ha dato la possibilità di raggiungere.

Che cosa le diresti, se potessi ancora parlare con Lei?

 Solo “Grazie di tutto, Daniela, maestra di Arte e di Vita”

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E qui Elena si ferma, vinta dalla commozione.

 

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