Giancarlo Fares: quell’uom dal multiforme ingegno

 

 

 

Settima e ultima intervista dedicata al cast di «Sua Eccellenza è servita», prodotta dalle Ombre di Platone  su testo di Patrizio Pacioni e Salvatore Buccafusca  (che ne è anche interprete insieme ad Antonio Conte, Francesco Sala, Mimma Lovoi, Guenda Goria e Carlo Blanchi). Ultima ma non ultima, come suol dirsi, anzi, tutt’altro, visto che è venuto il momento di conoscere più da vicino il regista, Giancarlo Fares.

 

 

 

 

.

.

*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°

 

Giancarlo Fares, attore, regista, in una parola uomo di teatro al 100%. Ci sei nato… o ci sei diventato?

Ci sono diventato. Ho studiato e studio ancora per essere un bravo artigiano.

.

Attore drammatico, comico, surreale, perfino ballerino. Se Tu dovessi scritturare uno come Te, per quale tipo di spettacolo valuteresti il suo ingaggio?

Mi piace tanto il gioco e l’ironia. Credo di essere adatto a ruoli tragicomici. Sono quelli che mi piacciono di più e che forse mi riguardano.

.

Meglio un rimorso che un rimpianto, dice più di qualcuno. Racconta, della Tua vita professionale un episodio che ti riporti al primo e un altro al secondo. E aggiungici, per favore, anche un terzo episodio: un successo di cui vai particolarmente orgoglioso.

I rimorsi sono legati principalmente agli errori. Ho sbagliato tanto in passato e quindi di episodi ce ne sarebbero, ma preferisco non entrare nello specifico. I rimpianti sono la peggiore cosa della vita, sono i principali generatori di infelicità ed è per questo che cerco di non averne. Bisogna essere felici. La ricerca della felicità è il compito principale di ognuno di noi. Quando è il momento bisogna scegliere e avere coraggio. Altrimenti il tempo passa e nessuno può restituirtelo. Il successo di cui vado fiero è LE BAL. Erano 10 anni che provavo a realizzarlo. Ed ora spero che duri a lungo. 

.

.

Tra le tante figure importanti (attori, registi, direttori di teatro, impresari) che hai incontrato nel corso della tua carriera, ce n’è una alla quale, per qualsiasi motivo, ti senti particolarmente legato? 

Sono legatissimo ai miei tre maestri: Aldo Rendine, il mio primo maestro dell’Accademia Scharoff, Eugenio Barba, uomo e teatrante straordinario di cui sono fieramente amico e Anatolij Vassiliev il quale mi ha insegnato molto sia del teatro che della vita.

.

Con Te, che sei il regista di «Sua Eccellenza è servita» (splendidamente accolta dal pubblico del Teatro Boni di Acquapendente, domenica scorsa, in occasione della prima), voglio ora tentare un nuovo esperimento. Ho attinto dalle Tue suggestive “note di regia” estrapolando alcune frasi che… trasformerò in domande necessariamente decontestualizzate. Cominciamo dalla prima: «Sappiamo quello che siamo ma non sappiamo quello che potremmo essere». Vero. Ma c’è chi non sa, né mai saprà, chi è realmente.

.

Questa frase è del grande Shakespeare. Non sapere di sé è un pericolo assoluto. Bisogna imparare a conoscersi. E a riconoscere negli altri noi stessi. Bisogna vivere di amore e in empatia con ciò che ci circonda. Altrimenti la vita è una solitudine assoluta mascherata da qualcos’altro.

.

E veniamo alla seconda: «Il sottile confine tra attore e personaggio viene valicato con l’intento di ricordarci che dietro ogni maschera c’è sempre un uomo che la indossa», scrivi. Ma se ogni essere umano porta una maschera, e l’attore indossa una maschera ogni sera per impersonare un essere umano diverso, cosa resterà della vera identità di un attore?

L’attore quando interpreta parla di sé. Sempre. Scova interpretando tutte le infinite possibilità della sua anima. La vita talvolta è limitata ad alcune circostanze. Il teatro offre possibilità esplorative che talvolta non abbiamo. Il tutto nel gioco, la meravigliosa forma espressiva dei bambini, che quando giocano sono assolutamente veri. L’identità è l’individuo. Che presta all’attore tutto, ma che è altro dall’attore.

.

Tra poco sarà il momento di chiedere i regali a Santa Klaus. Cosa vorrebbe trovare Giancarlo sotto l’albero?

Ci sono doni che attendo ancora, altri che forse sono già arrivati. Mi aspetto soltanto ciò che possa rendermi felice. Mi aspetto ciò che possa regalarmi un sorriso.

.

E per finire: quale frase utilizzeresti per convincere il tuo migliore amico ad andare a teatro per vedere «Sua Eccellenza è servita

Vieni a teatro. Vieni a vedere questo spettacolo fatto con il cuore,  da persone che il cuore lo hanno grande grande. Vieni a fare festa con noi.

.

.

Dunque, se a questo punto non vi sono venute la voglia e la curiosità di conoscere più da vicino l’artista e ciò che Egli sa fare uscire da un (buon) testo e dalla propria creatività/professionalità, andando a vedere al Teatro Cyrano una delle quattro repliche romane di  «Sua Eccellenza è servita», beh, allora vi meritate solo soporifere tele-serate da Grande Fratello Vip.

Ops l’ho detto. Anzi, l’ho scritto.

E, come si sa, se le parole volant, gli scripta manent.

Anche e soprattutto in teatro.

 

  GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (41) – Riso e pianto: insalate di donna sul palcoscenico

 

Nel foyer del teatro Sociale si è svolto oggi pomeriggio il terzo e ultimo appuntamento di ”Scene Madri  – conversazioni intorno al Teatro”, ciclo di incontri promossi dal CTB Centro Teatrale Bresciano e coordinati da Carla Bino. «Tra pianto e riso: esempi di madri nella drammaturgia contemporanea» il titolo della conferenza condotta da Laura Peja e Claudio Bernardi, introdotta dalla stessa Carla Bino .

Il teatro è memoria, è analisi, ma è anche madre e levatrice di importanti ragionamenti che precedono, accompagnano e seguono la rappresentazione di una commedia o di un dramma,

Si parte dal simbolo della donna-conchiglia che, tra le sue braccia, abbraccia un mondo intero ma anche (a dirla con Peter Brook, autore di «Lo spazio vuoto»”  nell’orai lontano 1968) una mancanza da proteggere e riempire.

Pianto e riso, sì, anche se, nella prosa evoluta del terzo millennio, diventa sempre più difficile distinguere nettamente tra dramma e commedia.

Si parte dal pianto.

Pirandello ed Eduardo, geni assoluti che però, pur riuscendo a creare e far vivere sul palcoscenico personaggi femminili di grande spessore, nel farlo hanno palesato una concezione prettamente maschile. Dipingendo cioè, in buona sostanza, un mondo in cui le donne si distinguono sostanzialmente  tra madri baldracche e amanti.

Più o meno ciò di cui si parla in «I tre lai» opera di Giovanni Testori: tre monologhi sull’assenza, a metà tra canti poetici e lamentazioni amorose, in cui si descrive, attraverso la narrazione dell’amore spezzato di Cleopatra per Antonio, dell’amore vagheggiato ma mai realmente vissuto della regina Erodiade per Giovanni Battista, per trascendere poi all’amore materno e devoto al tempo stesso di maria per il figlio che ascende al calvario.

Si accenna allo «Stabat mater» di Antonio Tarantino, madre del popolo di semplice e inarrestabile eloquio che si batte strenuamente per difendere il figlio arrestato per problemi di terrorismo, pronta, nel tentativo di salvarlo, anche a negare l’evidenza. 

Un rapido passaggio su Sarah Kane, evocatrice post-arrabbiati di una fame di maternità intesa come rimedio ultimo contro un’intollerabile solitudine, morta suicida, vittima di problemi esistenziali e nevrosi.

Poi viene la volta del “riso”, la cui trattazione è imperniata in larga parte in una serie di audio di grande interesse e  suggestione.

Così si scopre e si riscopre una Franca Valeri creatrice di personaggi indimenticabili (e sempre attuali) come la Signorina snob, Cesira la manicure e la sora Cecioni.

Dopo di lei Poi le autrici di comicità “al femminile” sono proliferate, pur se permane a tutt’oggi, al di là di proposte confinate nella prigione più o meno dorata della cd comicità femminista e sociale.

Uno spazio adeguatamente rilevante alla grande Franca Rame, interprete di un umorismo che, trattando la condizione di donne in difficoltà e di donne, assottiglia (e siamo di nuovo lì) quel già esile confine tra riso e pianto.

Quello che esce fuori, al tirare delle somme, è il quadro di una essenza femminile complessa e di difficile interpretazione, un insieme in cui le principali “categorie” nelle quali, dalla notte dei tempi, l’animale uomo cerca di ingabbiarla, si mescolano invece in un unicum inscindibile, intessuto di riso e pianto (appunto), d’ingenuità e contrasti, di castità e sensualità… di luce e buio.

Perché  «ciò che desiderano le donne è andare a letto con il diavolo per partorire Dio».

.

  Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.