Polizia di Stato: una “pubblica sicurezza”… che rassicura il pubblico

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Alla fine ce l’ho fatta.

Dopo aver visitato gli attrezzati e futuristici laboratori della “Scientifica”, a Roma, all’interno  della Direzione centrale Anticrimine di via Tuscolana, dopo un veloce ma illuminante sopralluogo nella Questura di Piacenza, regno incontrastato (nei miei romanzi) dell’inflessibile commissario Cardona, altrimenti noto come il Leone di Monteselva, non poteva mancare un pellegrinaggio, per così dire, in uno dei “santuari” della Sicurezza italiana: l’edificio di via Fatebenefratelli 11, a Milano, austero e pulsante di attività a ogni ora del giorno e della notte.

Una visita intensa e molto proficua al termine della quale…

Restate seduti e abbiate un attimo di pazienza, che adesso ve lo racconto. 

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Si chiamano Fabio e Fabiola. Uno il capo-pattuglia, l’altra l’autista. Lui milanese e lei palermitana.

La vettura di servizio, invece, è contraddistinta dal nome Tevere 4, che richiama molto da vicino la Capitale.

Oggi sono con loro nel consueto turno di pattugliamento della città, in un limpido e tiepido pomeriggio di fine estate.

Dalla centrale operativa solo pochi avvisi. Una lite tra coniugi, un discussione troppo animata tra padre e figlio, un alterco tra condomini, insomma roba da baruffe chiozzotte, piuttosto che da impero del crimine.

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Arriva una chiamata: sul retro di un grande e famoso ospedale, le guardie giurate hanno individuato un maldestro ladro di biciclette (sì, ne esistono ancora, non si tratta di un remake del celeberrimo film di De Sica-padre) e hanno chiamato il 112. In pochi secondi, senza clamore e senza violenza, il malvivente è in manette, arrivano altre due volanti, una lo carica e lo porta via, mentre l’equipaggio dell’altra resta a raccogliere testimonianze e a cercare riscontri materiali che serviranno a facilitare il lavoro del magistrato.

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Noi si riparte, i delinquenti milanesi hanno deciso a grande maggioranza che questa giornata di fine estate è troppo bella e troppo dolce per fare guai e farsi arrestare, così la voce della radio convoca gli agenti in un altro grande ospedale, presso il quale i genitori di una ragazza entrata in coma, comprensibilmente affranti e nervosi, se la stanno prendendo, a quanto pare, con il medico di turno.

Non tocca a noi,  che siamo fuori zona, quindi ne approfitto per chiedere ai miei “compagni di squadra” cosa farebbero in un’occasione del genere.

«A volte la cosa migliore è far parlare e predisporsi all’ascolto» risponde Fabio.

«Spesso quando arriviamo, e invitiamo nel modo giusto le persone a ragionare e a confrontarsi, invece di arrivare allo scontro fisico, basta la nostra presenza a normalizzare la situazione e a ricondurre entro limiti ragionevoli l’aggressività» aggiunge Fabiola.

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Si risale in macchina e si riparte, con i due agenti che tengono d’occhio tutto ciò (e tutti quelli che) scorre oltre i vetri del parabrezza e dei finestrini.

Un anziano si sbraccia, richiamando l’attenzione.

Un crimine è stato commesso, alla fine? No, solo un falso allarme: il pensionato in pantaloncini vuole “denunciare” solo un tombino sconnesso al centro della via, che potrebbe causare, se trascurato, qualche grave incidente stradale. In realtà mi sorge il sospetto che cerchi, più che altro, un, pretesto per allentare, con una chiacchierata, l’ancora persistente solitudine agostana degli anziani. Fabio prende nota, fotografa e garantisce, ringraziando per la segnalazione, il suo personale interessamento nel segnalare l’inconveniente ai responsabili della manutenzione stradale. Il vecchietto è contento e si sente meno solo. Almeno per un po’.

Intanto è arrivato il momento di rientrare.

Mi rendo conto che la parte “avventurosa” che è presente in me come in ogni altro (ma probabilmente in misura maggiore, per quel che mi riguarda) non è completamente soddisfatta: possibile che in quattro ore di turno nella tentacolare metropoli non si sia verificato niente di davvero interessante, come un rapimento, un omicidio, una rapina?

L’altra parte, quella più razionale, oppone due argomentazioni, entrambe convincenti e vincenti: la prima è che se non si sono mossi i delinquenti, non ci sono neanche vittime che abbiano riportato danni più o meno gravi; la seconda…

Sulla seconda, ecco, vorrei spendere qualche parola in più.

Al di là delle informazioni sul funzionamento reale della Questura di Milano, che ho ricavato dalla giornata trascorsa in loco grazie alla cortesia dei massimi dirigenti della stessa (grazie in particolare al Questore Marcello Cardona -basta il cognome!-, al Vice Questore Antonio D’Urso, al Vice Questore aggiunto Chiara Ambrosio) e degli agenti che mi hanno accolto e seguito con squisita disponibilità, c’è ben altro e molto di più.

È che quando sono uscito dalla giornata impegnativa e intensa quante altre mai, trascorsa tra Fatebenefratelli e Tevere 4, mi sono ritrovato con una positivissima consapevolezza: l’organizzazione tecnica, logistica e strategica dell’azione di controllo e repressione svolta dalla Polizia, insieme al livello di addestramento, all’impegno, alla professionalità e a quel tesoro che si chiama “umanità” di cui dispongono gli agenti impegnati sul campo (come i simpaticissimi Fabio e Fabiola) garantiscono per noi cittadini il massimo grado di tutela possibile.

Hurrà per Milano tranquilla, come, fortunatamente, è stato il pomeriggio di ieri, anche nelle strade e nei quartieri più “caldi”, ma…

Il turno di notte, quando lo potrò fare?

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Post It (14) – Veleni (mentali) al centro commerciale

Eppure le parole sono lì, mi guardano dallo schermo del pc come se fossero incise nella pietra.

Sì, sono loro a guardare me, non viceversa, un po’ come quel famoso o famigerato abisso che se lo contempli troppo a lungo finisce lui per fissare te, attirandoti nel vuoto.

La notizia: irritato per avere ricevuto una multa per parcheggio su posto riservato ai portatori di handicap, espone

nel parcheggio del supermercato di Carugate (nei pressi di Milano) un cartello quantomeno inopportuno e oltraggioso. 

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Una multa di 60 euro a me non cambia niente”, scrive il gentiluomo. Ed è un vero peccato, perché il vero malato è proprio lui.

Malato (lui sì, e allo stato terminale) di grave mancanza di rispetto umano, di carenza assoluta di sensibilità, di egocentrismo grave, ed altre gravi sindromi non solo dannose per l ’individuo che ne è portatore, ma anche altamente contagiose, capaci cioè di propagarsi, ove non estirpate tempestivamente,  all’intera società civile, soprattutto alle nuove generazioni, particolarmente  esposte a questo tipo di contaminazione.

Per fortuna che, se è vero che c’è un giudice a Berlino, è altrettanto vero che c’è un Questore a Milano.

In questo caso il dottor Marcello Cardona, che è uno che, oltre a conoscere come pochi il proprio mestiere ed avere maturato nel corso degli anni un’esperienza professionale di grandissimo spessore, è abituato a prendere le decisioni (quelle giuste) senza inutili tentennamenti:  avuta notizia dell’increscioso episodio, infatti, non ci ha messo niente a incaricare la Squadra Mobile di effettuare gli accertamenti di rito per individuare e assicurare alla legge questo autentico campione dell’umanità.

Tra tante bufale, tra tanti fakes che impestano la Rete, onore per una volta al popolo del web che ha contribuito a propagare, in un’onda di genuina indignazione collettiva, questo tristissimo accadimento.

E anche questa è una notizia.

   Valerio Vairo

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