Goodmorning Brescia (50) – L’età media di Marone? 40 anni!

Parliamo di centocinquanta persone che si sono riunite per ricordarne una sola, indimenticabile, ma che, allo stesso tempo, hanno fatto anche qualcosa di diverso e di più.

È successo tutto a Marone, sulla sponda del Lago d’Iseo, lunedì scorso, 19 giugno, per volontà, fantasia e organizzazione di Giusy Orofino e Serena Nichetti, rispettivamente educatrice della RSA di Marone Sorelle Girelli gestita dalla Cooperativa Sociale Società Dolce  e con il concorso della locale Proloco.

La manifestazione, denominata A passo di… Formica (gioco di parole che prende le mosse, oltre che dall’andatura istituzionalmente “lento pede” dei più piccini e dei più maturi, dal cognome del rimpianto Presidente della Proloco Antonio, impegnato nella valorizzazione di attività con anziani e bambini perito in seguito a un tragico incidente stradale.

Tutto si è risolto in una festa di grande impatto emotivo, nella più gioiosa espressione di solidarietà generazionale che sia possibile immaginare.

La soluzione dell’insidioso quesito dell Sfinge ( «Qual é quell’animale che al mattino ha quattro zampe, a mezzogiorno ne ha solodue e la sera tre?») alla luce dello splendido sole primaverile, accolto e rilanciato dalle azzurre acque del lago che ha ispirato il grande Christo (con la performance di The Floating Piers che, giusto un anno fa, tanto ha contribuito a valorizzare le bellezze del Lago Sebino) è apparsa non solo evidente, ma anche, in qualche modo, consolatoria.

 

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  Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

In memoria di un eroe visionario, nell’inconfondibile stile di Cristicchi

 

Finalmente ci siamo. Parte una nuova stagione del C.T.B.  che si prospetta intensa e interessante quante altre mai. E parte  così, con Simone Cristicchi.

Un povero Cristo che canta e porta… il carretto.

Uno spettacolo che riempie gli occhi, le orecchie e il cuore.

Una pièce che ha nella linearità narrativa e nella semplicità espressiva i più forti dei suoi punti forti.

Un monologo a più voci, grazie alla straordinaria versatilità espressiva e vocale di Cristicchi, che si fa bambino, si fa donna, si fa saccente sacerdote e dimesso papa, si fa popolo sgomento, si fa notabile altezzoso, uno nessuno e centomila, riuscendo a imporsi come mattatore del palcoscenico senza perdere una seppur infinitesimale frazione di quella ingenuità che lo rende davvero unico e che induce ad amarlo senza riserve e ad ammirarlo un così grande numero di persone.

   

Simone Cristicchi. Nell’immagine di destra in scena, in quella di destra, dopo lo spettacolo, con Patrizio Pacioni e Giusy Orofino

Due ore di spettacolo in cui scenografie di semplicità francescana, grazie all’inventiva, riescono a rievocare gli anfratti scoscesi dell’Amiata, le lussuose stanze del vaticano, le strade dei paesi maremmani.

Un coro discreto ma impeccabile che si fa popolo, sporco e brutto, ma non certo cattivo, anche nell’aspetto esteriore

Il coro che ha accompagnato Simone Cristicchi nei momenti musicali dello spettacolo, meritatamente applaudito a fine spettacolo

Meritatissimi gli applausi finali, convinti e ripetuti.

In chi scrive questo articolo sorge il sospetto che Cristicchi, al Teatro Sociale di Brescia, abbia trovato una casa sempre pronta ad accoglierlo con affetto ed entusiasmo.

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  Il personaggio (David Lazzaretti) e la sua vicenda

Nato ad Arcidosso nel 1834, dopo avere imparato a leggere, scrivere e far di conto dal vecchio parroco del paese,  abbandonò ben presto gli studi per aiutare il padre nel difficile mestiere di conduttore di carri (barrocci) utilizzati per il trasporto di legna, di carbone e di terra d’ocra alla stazione di Monte Amiata.

Trascorsi i primi trent’anni di vita nell’irrequietezza e indulgendo in varie tipologie di eccessi, nel 1968 cominciò ad avere visioni tali da causare autentiche crisi mistiche.

Essendosi ben presto convinto di essere stato chiamato ad adempiere una missione divina, si dedicò a una serie di ritiri, digiuni e altre pratiche ascetiche, impegnandosi a edificare un santuario in Arcidosso e un eremo sul monte Labro, rilievo meridionale del Monte Amiata.

Riscuote subito un grande consenso popolare, soprattutto tra i contadini, guadagnandosi l’appellativo di Santo Davide, e  sulle prime raccoglie anche l’appoggio del clero e dei vescovi della zona. Presto la sua fama si estende ad altre zone, prime tra tutte alla maremma e alla parte del Lazio compresa tra Sabina e Reatino.

Avvia interessanti esperienze collettive di ispirazione evangelica come il Campo di Cristo e la Comunità delle Famiglie Cristiane, caratterizzate dalla messa in comune dei beni e dal lavoro collettivo: matrice ideologica e sociale precorritrice, partendo dai valori sociali del cristianesimo,  di esperienze più consapevolmente di sinistra e, specificatamente, marxiste.

Inevitabilmente, alla luce di quanto sopra, i rapporti con la Chiesa romana, ben presto, cominciano a deteriorarsi: il disappunto delle gerarchie ecclesiastiche a fronte dell’aspra condanna delle ricchezze e delle spese del clero, si unisce alle paure di una borghesia che si sente minacciata dall’avvento di nuove ideologie di stampo collettivistico che si manifestano negli scioperi operai patrocinati dai primi sindacati.

David Lazzaretti viene ucciso ad Arcidosso il 18 agosto1878 (come previsto in una sua profezia) allorché una variopinta processione, da lui condotta, si trova la strada sbarrata dalle forze dell’ordine.

Resta ancor oggi un mistero la circostanza che a esplodere il colpo mortale non fosse stato uno dei militari legittimamente presenti in servizio di ordine pubblico ma un tale Antonio Pellegrini, bersagliere in licenza, presente casualmente sul posto.

Il suo uccisore fu poi a sua volta assassinato a coltellate in un vicolo di Livorno.

 

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  Simone Cristicchi, “quell’uom dal multiforme ingegno”

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   Musica

Primo grande successo come cantante nel 2005 con Vorrei cantare come Biagio Antonacci .

Nel 2007, per primo, con Ti regalerò una rosa  (meditazione sulla follia ispirata al suicidio di un malato di mente agli albori del ventesimo secolo affiancò alla vittoria assoluta del Festival di Sanremo anche il premio della critica.

Nel 2011 ha interpretato la sigla dell’edizione italiana del cartone animato Il piccolo principe (Rai2). Ancora nel 2011 ha ottenuto il Premio Amnesty Italia con il brano Genova brucia.

 

     Scrittura

Ne 2011 ha pubblicato due libri: Dialoghi incivili, scritto con Massimo Bocchia, e un’edizione speciale di Santa Fiora Social Club, testo e dvd sulla sua avventura con il Coro dei Minatori di Santa Fiora.

Nel 2012 ha pubblicato Mio nonno è morto in guerra, da cui poi ha tratto uno spettacolo teatrale.

 

    Teatro

Nel 2013 Magazzino 18, musical civile da lui scritto insieme a Jan Bernas (autore del libro Ci chiamavano fascisti, eravamo italiani, Mursia), che racconta il dramma (per anni passato sotto silenzio) degli italiani istriani cacciati dalle loro terre e massacrati nelle foibe.

Del 2016 Il secondo figlio di Dio, di cui si parla, appunto, in questo articolo.

 
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Autore: Simone Cristicchi, Manfredi Rutelli e Matteo Pelliti
Regia: Antonio Calenda
Cast: Simone Cristicchi
La storia rivisitata di David Lazzaretti,  da barrocciaio a mistico-visionario che, proclamandosi secondo figlio di Dio, reincarnazione di Gesù Cristo, nella seconda metà dell’800 cercò di costituire sull’Amiata una comunità animata da spirito egualitario, andando incontro a un tragico destino.
IN REPLICA AL TEATRO SOCIALE DI BRESCIA FINO AL 30 OTTOBRE

 

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   Guitto Matto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Da San Giovanni di Polaveno il teatro giovane batte un (bel) colpo

   

Lo spettacolo è il racconto evocativo di un femminicidio ispirato al giovanissimo drammaturgo e ai suoi compagni di avventura dall’uccisione da parte del marito, a Niardo (Valcamonica), della professoressa Gloria Trematerra, insegnante presso il liceo di Breno. Una storia che ha segnato duramente la realtà locale e che ha spinto tre giovani a esprimere il problema con il linguaggio del teatro; poca narrazione, molta evocazione: uno spettacolo di Teatro Civile teso a indagare in profondità la concreta realtà delle violenze domestiche sulle donne.

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La prima volta che ho assistito a “… però Ti amo” è stato, all’incirca, in questo stesso periodo del 2015.

Ne scrissi in termini estremamente positivi ma, a seguito del proditorio attacco di hacker che poco tempo dopo devastò e distrusse circa quindici anni del sito di Pacioni e oltre cinque di questo stesso blog, il post andò perduto, insieme a centinaia di altri.

Così, visto che domenica 16 ottobre è andata in scena una nuova replica nella sala teatrale dell’ex scuola materna di S. Giovanni di Polaveno, in un evento pensato e organizzato da Giusy Orofino, con la partecipazione di Patrizio Pacioni, dell’assistente sociale Chiara Ricci e della psicologa Federica Nana, non mi sono lasciato sfuggire l’occasione per andarlo a rivedere e colmare un altro buco rimasto nel web.

   

Cominciamo con il dire che a distanza di un anno, come ha spiegato prima dell’inizio della rappresentazione la direttrice artistica di Altatiater, Tiziana Salvini, la rappresentazione del dramma di Alecs Manea ha subito un’evoluzione senz’altro positiva.

Più matura (com’è normale che sia, vista la giovanissima età degli attori) l’interpretazione di Alecs Manea e Donatella D’Apollo.

  

  

Più completa e suggestiva la struttura drammatica, con l’introduzione della proiezione di un suggestivo filmato e l’intervento del magico piano di Elena Quaglia.

Alla rappresentazione è seguito un vivace dibattito, completato da molteplici interventi da parte del pubblico che gremiva la sala al limite della capienza, nel corso del quale, con l’attenta conduzione di Giusy Orofino, lo scrittore romano ha effettuato una veloce ma stimolante disamina della presenza femminile nella storia del teatro e le due “esperte” hanno dispensato spiegazioni e consigli in merito alla natura, gli effetti e la gestione della violenza perpetrata contro le donne.

 

Il saluto finale, salutato da convintissimi applausi, è stata la lettura da parte dell’attore Massimo Pedrotti di un suggestivo brano scritto da William Shakespeare.

 

   GuittoMatto

 

Categorie: Teatro & Arte varia.

Elba della Storia e dei colori, dell’Arte e dei sapori

  

   

Come potete vedere questa volta le immagini sono posizionate (quasi) tutte all’inizio.

Una scelta dettata dalla intuitiva constatazione che l’Isola d’Elba, quando ci vai, sollecita ogni senso del visitatore, ma ciò che risulta possibile portare via con sé al momento del distacco, attaccato all’anima,  è -in modo preponderante- solo ciò che rimane attaccato alla vista.

  

Antichi borghi, verdi rilievi, ville e fortezze intrise di storia e, soprattutto, l’incredibile azzurro del mare. Esattamente, in estrema e troppo riduttiva sintesi, ciò che si vede nella prima delle foto.

Personalmente, però, per “deformazione professionale”, per così dire, non ho potuto evitare di soffermare l’attenzione su tre personaggi che fanno parte di quella eccellente (poco visibile, ma infinitamente degna di rispetto e ammirazione) categoria degli Artigiani dell’Arte: uomini e donne di squisita sensibilità e ineffabile creatività che hanno il coraggio e la capacità, evitando di trincerarsi in gallerie e salotti, di mettersi in gioco anche in strada.

Proprio così. Perché è in strada, che si incontra il pubblico più spontaneo e verace.

Comincio, in ordine cronologico d’ “incontro”, da Elena Dami che, dopo aver studiato Fashion Design al Polimoda di Firenze, inizia il suo percorso professionale con uno stage presso La Perla. Dal 2005 lavora nel team creativo di Ermanno Scervino, e nel 2008 passa al marchio Levi’s, per il quale disegna borse. Il bozzetto, il progetto è la sua professione ma la sua passione non finisce sul foglio di carta. Durante un viaggio in Messico, Elena e il suo compagno Sebastiano Castello, da sempre innamorati dell’artigianato, imparano  le basi della tessitura macramè ed iniziano a creare i primi bracciali. Tornati in Italia sviluppano e migliorano la tecnica nel loro laboratorio. D.HELE, brand nato nel 2012, contrappone alla logica impersonale della produzione di massa, il  concetto di artigianato esclusivo, il “saper fare” che -senza macchine- traduce l’amore per il bello in pezzi unici. Ogni gioiello è rigorosamente fatto a mano in Italia,  

La natura singolare e preziosa dei loro manufatti non è da individuarsi tanto nell’ uso di materie prime di alta qualità, quanto nel tempo dedicato alla ideazione e alla realizzazione di ogni singolo pezzo, che prende forma lentamente, annodando i fili cerati con pazienza e precisione intorno alla pietra. 

Basta con i prodotti usa e  getta, fabbricati industrialmente e di scarsa qualità artistica” dichiara Elena.

La nostra proposta è quella di esclusivi oggetti artigianali, realizzati nel nostro atelier nel cuore della Toscana, con le mani, la testa e il cuore, costruiti con materiali nobili perché durino nel tempo“.

Parlami del come, del cosa e del chi” le chiedo.

Come? Utilizzando un telaio rudimentale che mi costruisco da sola, così come facevano, fin dalla più remota antichità, gli indigeni americani, in particolare quelli ricollegabili alla tradizione Peyote Huichol. Cosa: principalmente produciamo portachiavi, anelli, polsiere e borsellini, da rivendere da giugno a settembre qui all’Elba, per trasferirci poi alle Canarie con un occhio ai principali ritrovi in Italia e in Europa, in cui i nostri manufatti sono più facilmente proponibili. Chi: una clientela, per così dire, di ogni età, origine e cultura, perché come mi capita spesso di dire, i colori uniscono la gente.”

Paola Ghizzoni, genovese, ancora giovanissima, negli anni ’80, frequenta il Liceo Artistico del capoluogo ligure. L’arte è per lei e per i suo compagno d’arte e di vita, Marco La Rocca, qualcosa di innato, che si svincola da una semplice preparazione tecnica; è qualcosa che le appartiene fino in fondo, che nasce da dentro, un modo di essere e di vivere. Pittrice e scultrice, lavora sia in studio che all’aperto,  esibendosi in performance di alto livello professionale davanti ad un pubblico di ogni età e classe sociale,  liberando così, a contatto con la gente, tutta la sua forza espressiva e la pura emozione che contraddistingue le sue opere.
Aderisce quindi al Manifesto dell’Emozionismo, che ha come caposcuola Francesco Mancini (ideatore anche della tecnica Flash Art): si tratta di un rinnovato movimento artistico che si prefigge lo scopo di portare l’Arte a domicilio dell’uomo e renderla accessibile a tutti, operando nel presente in proiezione futura, allo scopo di generare forti emozioni, libere dall’elitismo che spesso circonda le discipline artistiche. A ciò si giunge esclusivamente attraverso il contatto umano, che può essere verbale e/o gestuale, ma sempre dettat0 e scandito dalla presenza diretta dell’artista.
Paola Ghizzoni, artista completa, esprime il suo credo in ogni sua manifestazione artistica: lasciandosi alle spalle ogni schema prestabilito, attraversa la storia dell’arte facendoci assaporare un percorso originalissimo dal  forte impatto emotivo. Conosce i “grandi” della pittura (da Picasso a Chagall) ma guarda ancora -più indietro nel tempo- alle Madonne quattrocentesche e cinquecentesche di Botticelli e Leonardo.  Sulla base di tali riferimenti, si distingue per la capacità di rielaborare un linguaggio proprio rivisitarle in chiave sorprendentemente unica e moderna, senza mai cadere in contraddizioni, ma liberando una elegante e raffinata impostazione culturale.

Le sue sculture si dirigono verso un percorso più ludico ed ironico, volte ad omaggiare nei temi e nella struttura, Giuseppe Pellizza da Volpedo, ma in chiave più giocosa se pur di denuncia sociale. Ed è questa la sua caratteristica principale: la sua arte legge tutto il passato, che di volta in volta prende direzioni differenti, generosa verso il pubblico e mai banale, ma concettualmente ben impostata e maestosa.

Lavorare all’aperto, nelle strade e nelle piazze, facendo partecipe la gente del mio processo creativo e, al tempo stesso, stupirla, rappresenta per me una grandissima e impagabile gioia” mi confida, mentre la sua spatola e il suo rullo, magicamente, traggono forme e paesaggi da carta e legno. 

Tanti uomini e donne di ogni età l’ammirano incantati nelle suggestive strade di Porto Azzurro e, alla fine di ogni sua performance, inevitabilmente, scatta l’applauso. 

  

Di Nonna Adua, infine, si occupa Giusy Orofino.

All’ingresso del lungo viale che porta alla residenza Elbana di Napoleone, m’imbatto in una signora sorridente e paffuta che, seduta a fianco di un banco stipato di libri, ostenta un maestoso cappello da cuoco.

Signora – mi dice- le piace cucinare?” e io le rispondo con un “sì” immediato e convinto.

“Finalmente una donna che ama stare ai fornelli. Fino ad adesso, quasi tutte le donne a cui l’ho chiesto mi hanno risposto che a casa cucina lui.” ribatte lei.

Adua Marinari, si presenta come una vecchia amica che non nasconde la sua malinconia nei confronti delle difficoltà che ha dovuto affrontare nella sua vita. Nel 1963 ha avuto l’occasione di rilevare una licenza per aprire il ristorante e, dopo tanta fatica per convincere il marito riesce ad aprire il primo ristorante di Rio Marina. La sua idea di ristorante era la cucina semplice e antica e rielaborata: quella che ha imparato dalla mamma e dalla nonna. Nel 1983, purtroppo, il ristorante ha avuto dei danni in seguito all’ alluvione e non ha potuto far altro che chiudere l’attività di cui andava tanto fiera. Una donna tenace come lei non poteva far altrimenti che ricominciare daccapo la sua vita con un libro di ricette dove, come appena descritto, viene curata la cucina casalinga

Il libro di ricette che ha fortemente voluto, è una sfida al mercato dei libri dove l’obiettivo non era solo una raccolta di ricette ma anche quello di diffondere insieme alla gastronomia elbana, anche la cultura popolare.

La cucina che viene proposta da Nonna Adua nel suo libro però propone a chi ha voglia di cimentarsi in cucina cacciucchi e ribollite, grigliate e stoccafissi, ma anche molte altre cose: dalle alici all’agro, al grongo marinato, dall’insalata di bianchetti alla «sburita» di baccalà. 

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   Patrizio Pacioni.

Categorie: Giorni d'oggi.

Goodmorning Brescia (17) – Un sorriso allunga (e migliora) la vita

La cosa era nell’aria da qualche giorno ma, nonostante le pressioni ricevute, Giusy Orofino, siciliana di Brescia, educatrice di Progetto Salute Onlus presso la Residenza Sanitaria Assistita Sorelle Girelli di Marone, è restata ostinatamente “muta”: se aveva preparato ai suoi amati “nonnini” una sorpresa (e che sorpresa!), tale doveva restare fino all’ultimo momento.

Cosicché oggi pomeriggio, gli ospiti si sono ritrovati tutti nel giardino, un angolo verde con (magnifica) vista su uno dei più suggestivo scorci del Lago d’Iseo in attesa…

Già.

In attesa di cosa? O meglio, di chi?

Il “mistero” è stato svelato alle 17 in punto, allorché, brillante e spigliato come hanno potuto ammirarlo in tv gli aficionados di  trasmissioni comiche come Zelig Lab e Colorado Lab, gli internauti attraverso Youtube e tanti Bresciani in città e provincia, Vincenzo Regis (accompagnato dal manager Andrea Silvestri) è comparso davanti alla insolita platea e si è impegnato in una travolgente sequenza di gag che ha riscosso applausi e franche risate in quantità.

Come sei riuscita a ottenere l’intervento di un personaggio così qualificato e, soprattutto, tanto amato dal pubblico

 

Beh, con un po’ di sfacciataggine, per dire il vero. Quando mi è venuta l’idea non ci ho pensato su un minuto di più: mi sono messa al pc e ho inviato a Vincenzo un messaggio in cui gli chiedevo il favore di venirci a trovare a Marone spiegando quanto poteva essere importante regalare dei sorrisi ai miei ospiti. Il resto lo ha fatto tutto lui, confessandomi di avere una particolare sensibilità nei confronti dei problemi degli anziani e accettando immediatamente l’invito.

Ciò che più mi ha stupito è stata la partecipazione dei presenti, il loro interesse, il loro divertimento.

 

Il deterioramento cognitivo degli anziani non si può fermare ma si può contenere e rallentare significativamente attraverso infiniti stimoli e ridere è una sana medicina.

Qualcosa da dire a Vincenzo Regis?

Oltre a ringraziarlo? Gli dico che ha contribuito con quel qualcosa in più, quella particolare empatia che solo un grande artista naturale qual è Lui riesce a esprimere.

Un grande successo e una grande soddisfazione per Te.

Prima ancora una gioia. Una spinta a impegnarmi sempre più, magari portando qui alla Residenza Sanitaria Assistita Sorelle Girelli di Marone qualche altro… pezzo da novanta.

Quanto al vostro cronista, gli sia consentito di dire ancora una cosa su Regis: nessuno riesce a divertire il prossimo di uno che si diverte a farlo. E questo è proprio il suo caso.

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 Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Il cordone di Cardona

Si parla, prendendo spunto dall’uscita di In cauda venenum, presentato per la prima volta a Viterbo il primo luglio, nell’ambito di CaffeinaCultura, di quel articolare collegamento, simile appunto a un cordone ombelicale, che lega un personaggio al suo creatore.

Comincio con il dire che l’impatto con l’ “oggetto-libro” (impreziosito dalla copertina realizzata dall’artista bresciano Gi Morandini) è di per se stesso destabilizzante: si tratta di  due romanzi brevi raccolti in un’opera unica, con la particolarità di poter cominciare a leggere, indifferentemente, da una parte e dall’altra.

Cristina Pallotta intervista Patrizio Pacioni all’interno del locale “Al Settantasette” di via San Pellegrino

-Il titolo è In cauda venenum seconda collaborazione, dopo La verità nell’ombra con la Casa Editrice Serena… dichiara l’autore romano, intervistato da una Cristina Pallotta effervescente e cordialmente incalzante come, suo solito.

-Ma contiene, al suo interno, due storie del tutto autonome, legate tra loro dall’ambientazione nella oscura e misteriosa Monteselva e, naturalmente, dall’incisiva presenza del commissario Cardona.

-Già. Il tuo commissario torna dopo… quanti anni?

-Oltre sei anni da Delitti & Diletti che scrissi a quattro mani con Lorella De Bon.

-Perché hai lasciato trascorrere tutto questo tempo?

-In effetti questa è una domanda che durante gli ultimi anni, mi sono posto più volte, trovando numerose risposte diverse. Il che equivale a nessuna risposta certa.

Pacioni parla di altre idee che si sono proposte con forza, altri progetti, primo fra tutti quello teatrale, che hanno interferito nel suo rapporto con “il Leone”. Salvo poi ammettere che questa lunga stasi, alla fine dei conti, altro effetto non ha sortito se non quello di intensificare il divertimento che prova nel cimentarsi nella scrittura “gialla” attraverso l’ingombrante presenza del suo commissario.

 Ancora Patrizio Pacioni e Cristina Pallotta, ripresi al termine dell’evento.

L’intervista prosegue prendendo in rassegna l’attività dello scrittore romano nel suo complesso: la narrazione letteraria, la drammaturgia, la conduzione del blog, la didattica e l’impegno sociale orientato soprattutto sull’opera di recupero dei detenuti.

-Ora che è di nuovo tra noi, puoi dirci quale sarà il futuro di Cardona? – azzarda Cristina Pallotta.

-Oh, per lui ci saranno dure prove da affrontare e novità che potrebbero stravolgergli la vita, non solo lavorativa. I personaggi letterari devono essere trattati come persone, per le quali, come dice un detto orientale, tutto ciò che smette di crescere, incomincia a morire.

Nel frattempo, sullo schermo allestito all’interno del pub <Al Settantasette> scorrono le immagini del booktrailer ideato e realizzato da Giusy Orofino.

Alla fine, insieme ai saluti di rito, l’annuncio del (molto prossimo) ritorno a Viterbo per la presentazione di In cauda venenum nell’ambito della kermesse gialla Ombre. che si terrà nel capoluogo della Tuscia nella seconda metà di questo mese.

   

Immagini che sintetizzano con grande efficacia e suggestione la partecipazione di Patrizio PacioniCaffeina 2016. Nella terza da sinistra, in particolare, con uno dei conduttori di “Al Settantasette” (locale che ha ospitato la presentazione di In cauda Venenum) e nella quarta e ultima, come da tradizione, lo scrittore tra due dei giovanissimi quanto preziosissimi “volontari”

Poi, dopo la pausa estiva (che non sarà comunque completamente tale) l’avvio di una serrata serie di eventi legati al ritorno in libreria del commissario Cardona che porterà Pacioni in numerose località sparse in tutta Italia: per esserne esaurientemente informati, praticamente in tempo reale, altro non si dovrà fare che seguire attentamente gli articoli pubblicati su questo blog.

  

Titolo: In cauda venenum

Autore: Patrizio Pacioni

Genere: Giallo – thriller

Editore: Casa Editrice Serena

Anno: 2016

Pagine: 168

Prezzo: 15 €

ISBN: 978-88-941654-2-5

Valerio Vairo

 

 

Categorie: Scrittura.

Goodmorning Brescia (8) – Il Seme… del Teatro

  

Giulio Forbitti è l’autore-drammaturgo della nuova opera teatrale portata in scena (per l’attenta regia di Guido Uberti) dai ragazzi dell’ Istituto Primo Levi di Sarezzo. Diciannove anni, diciannove pièce, diciannove volte scritte da lui.

In questo ormai lungo arco di tempo ho visto moltissimi ragazzi partecipare alle rappresentazioni, con la soddisfazione di constatare che molti di loro hanno continuato a recitare anche terminati gli studi” racconta Forbitti .

Uno di loro, Marco Poli, non ha mai perso occasione di entrare nel cast degli spettacoli che si sono succeduti nel corso degli anni, con immutata passione, senza mancarne neppure uno.

Nel corso della serata del 13 maggio (replicata il 14) alunni ed ex alunni, ai quali si sono uniti a che alcuni bambini della scuola materna Pio X e di giovani della Cooperativa l’Aquilone, si sono perfettamente integrati in una recitazione corale di ampio respiro.

Sono loro i veri trascinatori dello spettacolo” dichiara Forbitti, elogiando il contributo degli ex-alunni.

Responsabile del Laboratorio è la prof.ssa Elena Bonometti (nella foto con il microfono) componente del consiglio di amministrazione del C.T.B. e da sempre impegnata per la promozione dei giovani studenti nell’attività teatrale, sapientemente coadiuvata dalla prof.ssa Maria Dabrosca

Il Preside prof. Mauro Zoli, è fortemente impegnato nell’organizzazione di questa iniziativa, il cui primo scopo (attuale più che mai) è quello  di mettere insieme giovani e disabili con il preciso scopo di promuovere l’amicizia e l’integrazione più assoluta.

Alla “prima”, oltre al Preside Mauro Zoli, è presente il Sindaco di Sarezzo, anche lui ex alunno del Primo Levi “

Purtroppo, quando io ero studente, nella scuola non c’era ancora promozione dell’attività teatrale” confida, senza nascondere un velato rimpianto.

Grazie al lavoro e all’impegno degli organizzatori di queste recite si promuove la capacità per i giovani di confrontarsi con i propri limiti e di ricevere attraverso il teatro input positivi che potranno favorire il prosieguo del cammino di vita“.

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La trama, complessa e articolata, prende le mosse dalla sofferenza.

Tocca argomenti molto forti come lo stupro, l’omicidio, la coltre intessuta di silenzi e inganni sotto la quale (come spesso accade) si cerca di occultare una verità scomoda.

Nella vita, però, come ricorda un personaggio della pièce, giovanissima madre adottiva “Il passato si veste, si traveste e poi si svela” e ciò che è dolore, falsità e sofferenza viene trasformato in carità e affetti sinceri.

   

Nella storia, ambientata nel medioevo, emerge la forza di una giovane donna capace di accettare la scomoda realtà di essere nata dopo (e per) il più basso e indegno degli oltraggi che un uomo  possa arrecare a una donna. Rassicura i suoi due fratelli, con i quali (inconsapevole della consanguineità) arriva a rischiare un incesto, con i sentimenti più sublimi di pietà e spiritualità, di amore e di generosità.

Si parla di fratellanza, di unione fra i tre ragazzi, di collaborazione che sfocia nella realizzazione di un ospedale di cui lei è la amministratrice… ma siamo nel medioevo.

 

Una donna al comando suscita non poche discussioni per quel periodo e un religioso mette in dubbio le capacità di una donna in quanto donna. Ma è più moderna di quanto si possa pensare: si parla di magia bianca, affidata in quel periodo solo a figure maschili, in cui troviamo, oggi, le radici della scienza moderna e della medicina.

Insomma, i colpi di scena sono numerosi e capaci di stupire il pubblico fino alla fine.

E come tutte le storie raccontate da Forbitti, anche questa ha un finale lieto e, al tempo stesso, utile a valere da insegnamento: una delle doti più desiderabili, in un essere umano, è quella di volere e sapere trasformare il male in bene.

 

 

Il seme del Re

Saggio didattico organizzato dall’ Istituto d’Istruzione Superiore Statale “Primo Levi” di Sarezzo.

Proposto dal  Gruppo Teatrale Gianluca Grossi.

Testo: Giulio Forbitti

Regia, scene, luci: Guido Uberti

Teatro San Faustino Sarezzo 13 e 14 maggio 2016

 

 

  Giusy Orofino (per Bonera.2)

Categorie: Giorni d'oggi.

Da Chioggia a Roma, per ‘Diciannove + Uno’: un viaggio del cuore

I chioggiotti sono gente di mare, da sempre.
E come sempre accade in questi casi,  dal mare molto hanno preso, ma al mare molto hanno dato.
Tra i marinai dell’Hedia, nave da carico partita da Venezia per raggiungere la Spagna e non fare mai più ritorno, ben quattro erano di Chioggia.
Mi sono incontrato con loro a Sottomarina, al di là del ponte che separa una meravigliosa città d’arte da una spensierata “fabbrica” di svago e relax. Due ore di cordialissimo colloquio, giunti ormai alla vigilia dell’attesa  “prima” di Diciannove + Uno, in programma al Teatro Golden di Roma mercoledì 11 maggio (con repliche nelle due serate seguenti)  .

 

Nell’imminenza del debutto del suo dramma, adattato per la Compagnia Stabile Assai da Antonio Turco e Patrizia Spagnoli, in un allestimento che, pur mantenendosi nel solco della tradizione, promette sorprese, Patrizio Pacioni ha voluto incontrare i familiari dei marinai dell’Hedia nella città che più di altre ha visto sacrificati i suoi figli.

 

In mattinata, appena arrivato a Chioggia, lo scrittore romano ha voluto recarsi al vecchio porto per rendere omaggio alla bitta che l’Amministrazione comunale di Chioggia ha voluto posizionare sul molo a memoria della tragica sparizione della nave Hedia e del suo equipaggio, e a testimonianza dell’affetto e dell’imperituro rispetto che la comunità nutre per i suoi figli inghiottii dal mare e dalle sue insidie e per le loro famiglie.

  

L’incontro si è tenuto al Bistrò di Sottomarina, ristorante-bar che si affaccia sulla stessa piazza nella quale si erge un monumento che ricorda, ove ce ne fosse bisogno, la vocazione marinaresca del luogo e lo strettissimo collegamento con i naviganti.

Dopo che il drammaturgo romano ha spiegato in ogni dettaglio i più recenti sviluppi dell’iniziativa , la parola è passata ai parenti degli scomparsi.

《Rammento che mia madre s’impose il lutto subito dopo la scomparsa, e non lo tolse per tutta la vita》 ha ricordato Maurizio Salvagno. Alla fine ne morì, letteralmente di crep<cuore

《Mia madre invece reagì con un attonito sgomento: restava in silenzio per l’intero giorno, non trovando neppure la forza di piangere》 è la triste memoria di Nadia Pagan.

Per Michele Massuto, invece, coinvolto nella tragedia più indirettamente, attraverso la famiglia della moglie,《Il dolore per la perdita risultò talmente lacerante e inconsolabile che in famiglia si decise di farne un tabù di cui si poteva mai parlare》

Giusy Orofino, infine, la cui iniziativa ha dato il via a questo progetto e che ha collaborato alacremente con il drammaturgo,  nella raccolta di informazioni e testimonianze sulla tragedia del marzo 1962, ha espresso l’emozione e l’attesa che accompagnano le ultime settimane che precedono la messa in scena di Diciannove + Uno:

Ancora lei, di concerto con Maurizio Salvagno, si rammarica che all’epoca della disgrazia non ci fosse, come accadrebbe se i fatti si svolgessero ai nostri giorni, la possibilità di esercitare sulle autorità una pressione mediatica  tale da vincere inefficienze e reticenze più o meno volontarie.

Al momento dei saluti Pacioni invita tutti alla prima di Roma, promettendo, per chi non potesse intervenire a causa della distanza,  di fare il possibile e l’impossibile per portare la Compagnia Stabile Assai a Chioggia.

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  Valerio Vairo

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