Da Strindberg a Bergman, da «Oväder» a «Scene da un matrimonio» il viaggio svedese è interiore

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(foto a destra di Umberto Favretto)

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Non si tratta solo della partita a scacchi. Il “fil rouge” che collega August Strindberg, artista a tutto tondo, scrittore, poeta, pittore, drammaturgo e filosofo, con Ingmar Bergman, Maestro della cinematografia mondiale del ventesimo secolo, è molto più consistente.

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Strindberg, artefice di capolavori di teatro “simbolico e psichico”, utilizza nei suoi lavori immagini di grande impatto simbolico, per rafforzare il concetto di solitudine delle anime elette, di coloro cioè, che dotati di intelletto superiore, restano inevitabilmente incompresi da una massa di inferiore livello mentale. Da ciò si genera un conflitto che Strindberg battezza hjärnornas kamp  (ovvero “lotta di cervelli”), nel quale l’elemento femminile risulta sempre prevalente rispetto a quello maschile e la massa prevale sempre  sull’individuo, arrivando alla fine a commettere il själamord (“omicidio psichico”) consistente nel furto della credibilità sociale attraverso l’azione corrosiva del dubbio.

Anche i personaggi creati da Ingmar Bergman sono individui che non si confondono (o vorrebbero non confondersi) nella massa indifferenziata. Nelle pellicole del grande cineasta di Uppsala, essi recitano e raccontano il proprio stato di solitudine eccentrica, di voci che preferiscono dialogare con se stessi, con il proprio io, con la propria psiche, con le proprie convinzioni ideologiche e religiose. alla continua ricerca di un’autentica identità.

Un uomo che deve aiutarsi da solo, perché, come dice Bergman stesso, «Viviamo talmente lontano da Dio che forse Egli non sente la nostra voce, quando imploriamo il Suo aiuto»

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L’opera:

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Il dramma fu scritto da August Strindberg nel 1907 e venne rappresentato per 23 repliche (peraltro non assistite da successo) all’ Intima Teatern.

La pièce, collocata temporalmente nel mese di agosto, narra la vicenda degli abitanti di un unico palazzo: protagonista è  “il Signore”, un funzionario in pensione, che riceve la visita di suo fratello, un procuratore, al ritorno dalla villeggiatura. Incuriosito dalla strana atmosfera che avverte nell’ambiente, oltre a informarsi sullo stato del fratello, a cinque anni di distanza dal divorzio, inizia a indagare su chi siano i coinquilini del primo piano: sono Gerda, l’ex moglie del “Signore” con la bimba avuta nel corso del matrimonio, e il suo nuovo consorte, uomo torbido che, all’interno dell’appartamento, ha messo in piedi una bisca.

Nel corso di un colloquio, il “Procuratore” convince Gerda a riprendere il colloquio con il “Signore”, alla quale la donna chiede aiuto per aiutarla a divorziare da Fisher (di cui comincia a temere l’indole violenta) senza che questi le porti via la figlia. Cosa che, invece, si verifica allorché Fisher fugge con la figlia del pasticcere (altro inquilino del palazzo). Gerda e il Procuratore partono alla ricerca del fuggitivo, mentre il “Signore” resta in casa con la cameriera Louise, meditando sul senso della propria esistenza.

C’è un lieto fine, ma c’è anche, soprattutto, una nuova consapevolezza da parte del “Signore” che, rivedendo la ex moglie realizza di avere (forse)  ripreso in mano il filo della propria esistenza. Sta arrivando ormai l’autunno e (forse) abbandonerà quella casa-eremo-prigione.

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L’Autore:

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     August Strindberg modernissimo tra i moderni

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Nato a Stoccolma il 22 gennaio 1849 dallo  spedizioniere marittimo, Carl Oscar e dalla ex cameriera, Ulrika Eleonora Norling (alla quale va riferito il titolo dell’autobiografia pubblicata nel 1886 (appunto «Il figlio della serva») in cui Strindberg descrive un’infanzia difficile e disagiata. In realtà, anche se un sistema di rapporti di tipo patriarcale, un eccessivo rigore religioso e l’arrivo di una matrigna in seguito alla precoce morte per tubercolosi della madre, finirono per cerare un’atmosfera pesante che influì sulla formazione del giovane August, la famiglia era di estrazione e profilo borghese, tanto da disporre dei mezzi necessari per l’iscrizione alla Università di Uppsala. Qui Strindberg frequentò i corsi di medicina e di estetica che, però, abbandonò nel 1869 per dedicarsi all’attività di drammaturgo, sua autentica passione e vocazione. L’anno successivo un atto unico di sua composizione esordiv al Teatro Reale di Stoccolma.

La produzione di Strinberg, sia per quanto riguarda la drammaturgia che la narrativa, sempore alla ricerca di nuove forme di espressione e senza condizionamenti di tipo estetico, morale e sociale, rappresenta un’autentica novità, superando il realismo ottocentesco senza però lasciarsi condizionare dall’imperante pessimismo romantico e neo-barocco. 

Lo scrittore americano Eugene O’Neill, nel 1924, definisce August Strindberg «Precursore della modernità nel nostro odierno teatro e il più moderno fra i moderni».

Di lui Franz Kafka dice: «Non leggo Strindberg per leggerlo, ma per posare la testa sul suo petto».

André Gide lo annoverava fra i «Personaggi eminenti dell’umanità».

Per Ingmar Bergman, invece,  è  il «Compagno costante del suo impegno cinematografico».

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Lo spettacolo:

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Il cast di «Temoporale» al gran completo  (foto di Umberto Favretto)

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La scelta della regia è quella della fedeltà.

Non solo al testo, ma anche allo spirito dell’opera e alle intenzioni dell’Autore.

Al momento di entrare in sala, gli spettatori trovano già la platea invasa da una leggera nebbia. Poi il brontolio dei tuoni, messaggeri dell’incombente temporale, che si rivelerà un Godot in negativo: fa avvertire la sua minacciosa presenza, minaccia di scoppiare, per tutta la durata della rappresentazione,  ma le nubi nere che oscurano il cielo restano sterili.

Le scenografie giocano con luci e ombre, colore e chiaroscuri. Rumori come il suono delle campane e lo squillo del telefono si alternano con sonate di pianoforte e canzoni cantate e smozzicate, ma l’atmosfera della narrazione resta: precisamente quella senza tempo del primo ‘900,  tra le contraddizioni del diciannovesimo secolo, divisa tra i sogni di progresso e benessere della Belle Époque e i deliri di onnipotenza imperiale, tra le miserie del secolo dell’industrializzazione e le tensioni che porteranno agli immani conflitti prossimi venturi.

In tutto ciò la recitazione degli attori, di tutti gli attori, è semplicemente perfetta.

In prima posizione, per quanto ovvio, interpretato alla grande da un ispirato Vittorio Franceschi, il “Signore”. Uno che ciò che c’era da sperimentare e vivere nella propria esistenza, lo ha già vissuto e sperimentato. Stremato dalla fatica di mettersi continuamente in gioco, ormai rassegnato alla progressiva decadenza fisica e mentale, spaventato dall’avvicinarsi inevitabile e inesorabile della fine, aggrappato, come tanti anziani, alla rassicurante presenza di una ancor giovane donna, la cameriera Louise (ai giorni d’oggi sarebbe una perfetta badante) che si occupa di lui senza  creare complicazioni relazionali.

«I sentimenti e le simpatie, non ci appartengono più» è il ferreo mantra del Signore,  auto-recluso nella Casa del Silenzio.

«E lentamente ci stacchiamo dalla vita come un dente dalla gengiva».

Di grandissimo impatto la trovata scenografica del fondale che, nell’epilogo,  scorre via, dissolvendo la casa e mostrando un lussureggiante giardino prossimo al sonno invernale.

Nella mia (e non solo mia) interpretazione, decisamente opposta a quella che a suo tempo ne diede il grande Strehler, a nulla serve, per cambiare l’inerzia della narrazione, il contraccolpo di dignità e coraggio che il Signore esprime nella sua ultima battuta. E il lampione della ragione illumina sì, qualcosa d’importante, ma si tratta appunto dell’accettazione (razionale e necessaria) dell’esito che ogni vita deve avere. 

Perché finalmente piove, sì, ma quella che scende dal cielo grigio è la pioggia lenta e triste che bagna i cipressi, i crisantemi e le lapidi dell’universale cimitero.

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(vds. in argomento anche post del 26 gennaio 2017:  https://cardona.patriziopacioni.com/goodmorning-brescia-73-temporale-in-arrivo-al-teatro-santa-chiara/)

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  GuittoMatto

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Mimma Lovoi, tutta la passione del sud

 

Ho incontrato a Roma Mimma Lovoi, impegnata nelle prove di  «Sua Eccellenza è servita», commedia scritta da Patrizio Pacioni e Salvatore Buccafusca che sarà portata in scena il prossimo 3 dicembre al Teatro Boni di Acquapendente in prima nazionale dalle Ombre di Platone, con la regia di Giancarlo Fares.

 

Mimma Lovoi, da Napoli (per la precisione da Casoria) a Roma, spinta dalla impetuosa passione nutrita per la recitazione. Cosa ti aspettavi di trovare nella Capitale e cosa vi hai trovato realmente?

A Roma arrivai recando con me un prezioso bagaglio: i primi passi con i mitici fratelli Rosalia e Beniamino Maggio, poi la freqientazione presso lo Stabile di Napoli (che allora allora era definito il teatro Sannazaro, frequentato da straordinari maestri del palcoscenico, quali Nino Taranto e Pietro De Vico) dove conobbi Luisa Conte ed Enzo Cannavale: una vera scuola di recitazione. A dire il vero, però, a spingermi a trasferirmi dalla mia terra, di cui sono e sempre sarò figlia devota, fu sì la passione, ma la passione d’amore, piuttosto che quello per la recitazione. In un caso o nell’altro, tengo a dire che Roma si è rivelata per me una seconda madre. Il risultato del grande disegno del destino, visto che proprio nella Capitale, come, ormai grande, venni a sapere da mio padre, venni concepita. E nella Capitale trovai la voglia di avventurarmi in esperienze diverse.

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Ecco, a proposito dell’esperienza partenopea, se non sbaglio c’è dell’altro…

Sì, certo che c’è. A Napoli lavorai molto anche al Teatro Diana, che produceva spettacoli destinati  a essere portati in tutta Italia. Feci un provino per Miseria e nobiltà per il ruolo di Bettina e partii per le mie lunghe tournée, con Carlo Giuffrè, Lina Sastri, Leopoldo Mastelloni, Isa Danieli, Antonio Casagrande, Nello Mascia e tanti altri, diretta da registi meravigliosi, da Armando Pugliese a Giuseppe Patroni Griffi. Ci tornai ancora, più tardi, incontrando nuovi e giovani straordinari talenti,  quali Ffrancesca Marini e Massimo Massiello per uno spettacolo di Abbate mirato a omaggiare la memoria di Antonio Sorrentino: lo rappresentammo al Teatro Totò di Gennaro Liguori e Davide Ferrari, due coraggiosi appassionati del palcoscenico che, attraverso il teatro, hanno fortemente contribuito alla riqualificazione del quartiere.

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Torniamo a Roma.

Roma, certo. Quando ci venni a vivere, in occasione di un’esperienza fatta al Teatro dell’Orologio con Amerika di Franz Kafka, insieme a Luca Lionello, debutto ufficiale della mia nuova residenza nella Capitale, conobbi tra gli altri anche Claudio Insegno, Enrico La Manna e… Giancarlo Fares. In occasione di una replica dello spettacolo mi contattò un importante impresario, Mario Chiocchio. Ricordo che, dopo lo spettacoli, mi chiese «Sei libera fra due anni?». Ridendo gli risposi «Oh, santo cielo. Direi di sì, se Dio vuole». Beh, puntualissimo, dopo due anni Mario mi chiamò per interpretare la parte di Nicoletta nello spettacolo Il borghese e Gentiluomo con Ernesto Calindri (regia di Filippo Crivelli). Solo che, a quell’epoca, ero ritornata a lavorare con Patroni Griffi in Nata Ieri con Valeria Marini. Cominciai a conoscere quelli che definisco “attori italiani”: Stefano Santospago, Duilio Del Prete, Kaspar Capparoni, Gianfranco D’angelo, Erika Blanc, Sandra Milo, Elsa Martinelli, Mariangela Melato, Michele Placido, Silvio Orlando e tanti altri che proprio a Roma ho avuto occasione d’incontrare.

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Ci sono altre esperienze che ricordi con particolare soddisfazione?

Altroché, se ci sono. Il musical Nine a Parigi, alle Folies Bergère, con la regia di Saverio Marconi. Roobin Hood, con Manuel Frattini. Otto donne e un mistero (traduzione e addattamento di Claudio Insegno e Caterina Costantini) con Corinne Clery, Eva Robin’s, Sandra Milo ed Elsa Martinelli. Uno straordinario  collage di brani tratti da opere di Annibale Ruccello  in memoria del quale era stato organizzato: in quell’occasione impersonai il personaggio di zia Lavinia in un frammento de L’Ereditiera. E fermami qui, sennò vado avanti chissà per quanto tempo.

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Sul set e sul palcoscenico hai interpretato ruoli di suora, fuorilegge, figlia del popolo napoletana, nobildonna francese dei bei tempi andati… e decine di tipi di altre donne, di ieri e di oggi. Sul palcoscenico sempre e comunque solare, passionale, estroversa… Ma cosa e quanto c’è di te nei personaggi che interpreti sul palcoscenico e sul set e, soprattutto, chi è, davvero, Mimma Lovoi?

Mimma Lovoi è una eterna ragazzina sognatrice che nelle sue fantasie vede tutti i personaggi come sue compagne di giochi, perché nella vita reale non ha avuto tempo di giocare. E ciò che faccio emergere da ogni singolo personaggio interpretato è la passione che ha dentro la donna. Tanta, tanta, tanta passione.

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Da quel che so di Te, sei una di quelle attrici che scelgono accuratamente, secondo le proprie inclinazioni artistiche ed estetiche, i soggetti in cui recitare. Nel caso di «Sua Eccellenza è servita», qual è la molla che ti ha spinto a entrare nel cast e a partire per questa nuova avventura?

Vuoi davvero saperlo? Mi ha convinto Isidora.

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Isidora? Chi è?

Un personaggio della pièce di Pacioni e Buccafusca: una cantante disincantata, saggia e folle al tempo stesso. Una nuova amica da amare e da far vivere sul palcoscenico.

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Per concludere, si può dare una sbirciatina alla Tua agenda, per capire quali siano i propositi e i progetti per il prossimo anno?

Non serve sbirciare: ti dico tutto. A parte «Sua Eccellenza è servita», per Canale 5 ho in programma Furore il vento della speranza, diretto da Alessio Inturri; per Sky, invece,  The miracle di Niccolò Ammaniti.  Posso aggiungere una cosa?

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Vai pure Mimma: la scena è Tua, come sempre.

Vorrei ringraziare gli amici della C.D.A. Luca e Maria Grazia Di Nardo (che considero una seconda mamma), perché, con la fiducia e l’affetto che hanno nutrito per me, mi hanno consentito di entrare anche nel mondo del cinema.

 

 

Poche storie: in palcoscenico, sullo schermo della tv o al cinema (e anche nella vita di ogni giorno) Mimma Lovoi sa distinguersi.

Sempre.

 

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 CURRICULUM

Teatro

“Harry ti presento i miei” – regia di M.Scaletta

“Se non ci sono altre domande” – regia di P. Virzì

”Robin Hood” – musical – regia di C. Ginepro

”8 donne e un mistero” – regia di C.Insegno

”Questi Fantasmi” di S. Orlando – regia di A. Pugliese

 “Miseria e nobiltà” di E. Scarpetta – regia di C. Giuffrè (ripresa)

 “Miseria e Nobiltà” di E.Scarpetta – regia di C.Giuffrè 

 “Il padre della sposa” – compagnia G. D”Angelo – regia di S. Japino

“È ricca, la sposo e l”ammazzo” di M.Scaletta – regia di S. Japino

 “Borghese e gentiluomo” – II° ripresa

 “Don Raffaele Trombone” e “Cupido scherza e spazza” – farse napoletane di P. De Filippo – con S. Orlando, E. Cannavale, I. Piro – regia di S. Orlando

 “Borghese gentiluomo” di Moliére – regia di F. Crivelli – con E. Calindri (ruolo: Nicoletta)

“Nine” alle Folies Bergére di Parigi – regia di S. Marconi (ruolo: “La Saraghina”)

 “Medea di Portamedina” di A. Pugliese – regia di A. Pugliese – con L. Sastri

“Entgrenzen” – invenzioni teatrali di e con V.Modica

“Napoli milionaria” di E. De Filippo – regia di G.Patroni Griffi – con C. Giuffrè

“Sabato, Domenica e Lunedì” di E. De Filippo – regia di G. Patroni Griffi

“Nata ieri”di G. Kanin – regia di G. Patroni Griffi – con V. Marini

“Amerika” di Kafka – regia di M. Moretti – con L. Lionello

“Trans napoletano” – 7° Festival Nazionale dei nuovi tragici napoletani

 “Miseria e Nobiltà “ di E. Scarpetta – regia di G. Lombardo Radice – con C. Giuffrè (ruolo: Bettina)

Festival dell”Unità, intervento con la Nuova Compagnia di Canto Popolare e con il Gruppo delle Tammorre

 “Don Pascà fa acqua a pippa” di G. Di Maio – regia di G. De Martino

“14 “o pittore e 22 “a pazza” di G. Di Maio – regia di G. De Martino

 “Angelarosa Schiavone” di G. Di Maio – regia di G. De Martino

 “Festa di Montevergine” di R. Viviani – regia di A. Pugliese

 “Sceneggiata napoletana” – partecipazioni in varie farse napoletane di Petito e di Scarpetta

Cantante in vari gruppi folk (voce e tammorra)

 “Carnascialata” – animazione con tammurriate con artisti di tutta la città, Napoli

 “A Guapparia” di A. Fusco – con Beniamino e Rosalia Maggio – regia A. Giuffrè

 

Cinema

“7 Minuti” – regia di M. Placido

“L’Abbiamo fatta grossa” – regia di C. Verdone

”La grande seduzione” – regia di M. Gaudioso

”Buongiorno Presidente” – regia di R. Milani

”Visus- L’eredità dell’arca” – regia di T. Baumann

“Ginger e Fred” – scritto e diretto da F. Fellini

“Io speriamo che me la cavo” – regia di L. Wertmuller

“Voce del sud” – regia di G. Mingozzi

“Un complicato intrigo di donne, vicoli e delitti” – regia di L. Wertmuller 

“L”ombra nera del Vesuvio” – regia di Steno

“I panni sporchi” – regia di M. Monicelli (ruolo: Fosca)

“Un uomo perbene” – regia di M. Zaccaro

“Non lo sappiamo ancora” – regia di A. De Luca, L. D”Angiò e S. Bambini

”Non prendere impegni stasera”- regia di G.M.Tavarelli (ruolo: Maga)

 

Televisione

“Giovane Montalbano 2” – regia di G. M. Tavarelli 

”Pupetta Maresca” – regia di L. Odorisio

”Ultimo 4” – regia di M. Soavi

”Tutti pazzi per amore” – regia di R.Milani – Fiction (RaiUno)

”I delitti del cuoco” – regia di A. Capone 

“Non ho l’età” – regia di G. Base

“Distretto di polizia 2” – regia di A. Grimaldi

”Azione civile” – regia di A. Barzini (ruolo: Signora Tamarro)

”Carabinieri 7” – regia di R.Mertes, D.Trillo e A.Cane

 

 

      GuittoMatto

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