Goodmorning Brescia (134) – Quando vince l’aroma

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Mi raccomando: non entrate mai da «Tostato» (più precisamente Tostato Specialty Coffees), la caffetteria al numero 28 di Via Fratelli Porcellaga, per chiedere un decaffeinato, oppure un caffè d’orzo o un ginseng: mettereste in imbarazzo i baristi e, quanto a voi, fareste una clamorosa brutta figura: in questo accogliente ritrovo, aperto nel centro di Brescia dal settembre 2017 a pochi passi dalle suggestioni arcaico-nostalgiche di piazza Vittoria , in cui dominano i colori del caffè in tutte le loro morbide e tiepide sfumature, si degusta caffè e solo caffè, di qualità garantita e certificata, proveniente da tutto il mondo e preparato secondo metodologie e procedimenti della più rigorososa tradizione.
Così, dopo avere gustato un ottimo caffè colombiano, prodotto nelLe piantagioni di Leyder Miguel, chiedo al titolare, il giovane, determinato e preparatissimo Alberto Nevola, rampollo di terza generazione di una famiglia che con il caffè e per il caffè lavora già da moltissimi anni, di scambiare quattro chiacchiere. Di seguito ciò che ne è venuto fuori.

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Ecco le suggestioni etniche del Caffè che fanno bella mostra di sé sulle pareti di
«Tostato »

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Chi è Alberto Nevola?

Alberto Nevola è un figlio d’arte, uno che si occupa di caffè da quando aveva quindici anni, che nel corso degli anni ha frequentato corsi di formazione su tutta la filiera SCA (Specialty Coffee Association – l’ente più riconosciuto a livello globale per la tutela, l’informazione e la promozione del caffè di qualità) e che continua a studiare e a tenersi informato su tutto ciò che riguarda il settore.

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Che tipo di consumatore di caffè è il bresciano? Quali sono state le reazioni della città a questo tipo d’iniziativa?

I bresciani non possono essere consideratiintrisi di quella viscerale “cultura del caffè” propria, per esempio dei partenopei, ma stanno dimostrando ogni giorno di più di potere e sapere apprezzare la qualità del prodotto consumato, con la disponibilità di pagare una tazzina “particolare”, se necessario, anche qualcosa di più. Aggiungo che, in fatto di gusti, a Brescia e, più in generale, nel nord Italia, prevale la preferenza per la sola “Arabica”, un gusto meno corposo e amaro, più vicino a un gusto eurpeo.

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Qualcosa di più sulla “filosofia” che ispira l’attività di «Tostato» .

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Ciò che mi ha ispirato a intraprendere questa avventura è stata la constatazione che il gusto dei consumatori si stava pericolosamente standardizzando, confuso dall’offerta promiscua di altri derivati e surrogati. Occorreva (e occorre) promuovere una nuova e più alta cultura di prodotto attraverso una pratica di spirito “slow food”, l’offerta di caffè provenienti da tutto il mondo (sono circa 150 i paesi produttori) scelti secondo logiche stagionali (che ne garantiscano la freschezza) di rigorosa tracciabilità e di sostenibilità ambientale. Voglio sottolineare, però, di non essere né il primo né tantomeno il solo ad avere effettuato una scelta del genere: ci sono in tutta Italia circa altri trenta esercizi che si muovono e operano secondo le nostre stedsse logiche commerciali.

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Quali sono le prospettive e i progetti del vostro futuro?

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In primo luogo l’ulteriore razionalizzazione delle fonti di approvvigionamento e e dei cicli. Un cambio evolutivo di ruolo che ci porti a rivestire, oltre che la figura di semplici importatori, anche quella di produttori diretti. La prosecuzione e l’intensificazione della nostra crescita da ottenere non (o non solo) attraverso campagne pubblicitarie tradizionali ma anche e soprattutto attraverso il mantenimento di un’elevata qualità di offerta del prodotto e di accoglienza nel locale che stimoli un positivo e vivace passaparola tra i bresciani. Insomma, far capire che il nostro caffè, rispetto a quello più “commerciale” degustabile nei normali bar cittadini, è più “fresco” e più differenziato nel gusto su alti livelli qualitativi; a questo si aggiunge l’attività di consulenza per la “formazione al gusto” di cui, qui dentro, i consumatori potranno sempre usufruire a loro piacimento e con la nostra più completa disponibilità.

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Beh, mi sembra proprio che abbiamo finito. Adesso me lo offre un caffè? Se possibile gradirei una tazzina di Kopi Luvak (il caffè più costoso al mondo – NDR): ne avete?

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Se anche ce l’avessi mi rifiutere di servirlo: si tratta di uno dei più clamorosi bluff alimentari della storia mondiale: lasciando perdere le assai poco attraenti modalità di produzione (le bacche vengono fatte ingerire da un animaletto chiamato zibetto comune delle palme e recuperate dalle sue feci dopo una parziale digestione) si tratta di un prodotto il cui prezzo è stato gonfiato artificiosamente e in modo spropositato al suo reale valore, senza peraltro che ci sia nessuna garanzia sulla qualità dei chicchi che vengono fatti inghiottire al povero animale. No, piuttosto gradisca questo Panama Gesha” e vedrà ceh non le dispiacerà affatto.

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Alberto Nevola (a destra) insieme ai suoi collaboratori

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Sapete che vi dico? Aveva ragione lui. Il Panama Gesha è davvero squisito. Una per volta, però, le specialità di Tostato Specialty Coffees intendo assaggiarle tutte: Etiopia, Brasile, El Salvador… sto arrivando!

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Post It (18) – Gramellini e il caffè senza zucchero

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Bevo il caffè con lui praticamente tutte le mattine, e andiamo quasi sempre d’accordo. 

Lo trovo  ironico al punto giusto, pungente quanto basta, un autentico asso nel trovare ogni giorno, tra i fatti del giorno, spunti di riflessione interessanti e stimolanti.

Eccezionalmente, però, come capita a persone che , talvolta non capita di essere in perfetta sintonia 

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Lui si chiama Massimo. Massimo Gramellini, per l’esattezza. Giornalista e scrittore, vicedirettore ed editorialista del Corriere della Sera.

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    Una tazzina di parole ogni giorno sul Corriere della Sera, in prima pagina, taglio basso.

Il caffè è un rito quotidiano, una pausa, un piacere e anche un luogo di incontro in cui si discute, si scherza, ci si sfoga e ci si consola“.

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Dunque, basta con gli ombrelli e, soprattutto, con le “Ombrelline”..

Che ci fosse un solleone a picco tale da spaccare le pietre, che piovesse a dirotto sul circuito di turno, queste belle ragazze che sono (a questo punto e salvo ripensamenti erano) addette a riparare i piloti incastrati a forza nelle loro rombanti monoposto, sono fuori.

Questa la decisione presa nei giorni scorsi dai dirigenti della federazione automobilistica internazionale. La motivazione  è da individuare nella necessità di impedire la strumentalizzazione del corpo femminile.

L’ennesimo gesto a effetto, nella mia interpretazione, l’ennesima superficiale pennellata di belletto, ovvero un altro specchietto per le allodole che va ad aggiungersi a tanti altri, da mostrare senza il minimo sacrificio e con uno scopo ben preciso: quello di sciacquare la coscienza  (civile e sociale) di secoli e millenni di mancanza di rispetto, prevaricazione,  sopraffazione e violenza riservata senza risparmio e senza sosta, dall’uomo sulla donna.

Non è certo  privando dell’occupazione qualche manciata di ragazze, che si risolvono problemi come questo. Si tratta,, a ben vedere, solo di un regalino di dubbia intonazione e di nessun valore, che ricorda da vicino quegli specchietti e quelle perline con cui gli invasori bianchi delle Americhe cercavano (spesso con successo) di turlupinare gli sprovveduti indigeni,  Qualcosa che serve, sostanzialmente, a distogliere l’attenzione della gente dalla luna delle giuste rivendicazioni femminili, per puntarla sul dito di una solidarietà soltanto di facciata.

Perché, anziché dalle povere Ombrelline, forse sarebbe meglio cominciare a porre rimedio (con molta più forza ed efficacia di quanto, nonostante le nobili dichiarazioni d’intenti, si faccia ancora oggi), ad altre situazioni intollerabili:  vogliamo parlare delle donne che continuano a essere molestate negli uffici? Di quelle che vengono disprezzate, oltraggiate e spesso picchiate in casa, da mariti e conviventi? Di quelle che, a causa di presunti ideali (in)civili e religiosi sono costrette alla sottomissione più completa? Delle ragazze per le quali, a una certa ora di notte (ma a volte e in certe zone anche di giorno) scatta un implicito coprifuoco che impedisce loro di circolare da sole  nelle strade?

Invece, con sortite di questo tipo,  si continua a somministrare all’opinione pubblica anestetico da bancone in offerta speciale.

Invece…

Invece ecco di cosa (andando più o meno nella stessa direzione dei bigotti Signoroni della Formula Uno), informa un altro articolo, comparso nei giorni scorsi sulle pagine del Corriere della Sera on line:

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Ebbene, quando ho letto questo, sono rimasto francamente basito, a dir poco.

L’ultimo segnale del genere era venuta da una certa Regina Vittoria che aveva imposto le mutande anche alle gambe dei tavoli.

Censurare l’arte è quanto di più retrivo, conservatore, codino, volgare ci possa essere al mondo.

È fare un passo, lungo e deciso, verso gli oscurantisti, gli integralisti… verso l’ignoranza e il pregiudizio. Come quando, tanto per citare un esempio recente nazionale, si coprirono alcune tele del Campidoglio in occasione del ministro iraniano Rouhani.

Terribile, davvero, anzi raccapricciante, quanto accaduto alla MAG di Manchester.

Spero davvero che non sia questo lo spirito del #metoo, ma comincio fortemente a dubitarne.

Insomma, mio caro Gramellini, confermo: per una volta, per questa volta, non posso essere d’accordo con Te, non fartene cruccio.

Tanto il caffè, già domattina, tornerò a berlo con Te e sarà ottimo, come sempre.

Ci vediamo al bar, il solito: mi raccomando, non farti aspettare!

 

 

   Valerio Vairo

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