Le relazioni… meravigliose del CTB

Voglio fare una confessione.

Dopo tanti anni trascorsi (con smodato piacere) a respirare polvere di palcoscenico, è ormai estremamente difficile che si crei in me un’aspettativa pari a quella che ha accompagnato l’avvicinarsi dell’esordio di «Le relazioni pericolose» ennesimo riadattamento del romanzo epistolare  (titolo originale «Les liaisons dangereuses») scritto da Pierre Ambroise François Choderlos del Laclos e pubblicato nel 1782.

Nel 1782, sì: appena sette anni prima che il deflagrare della Rivoluzione Francesce cominciasse a distruggere, con straordinaria violenza e rapidità inusitata per i mutamenti epocali, le basi di una vecchia era, per costruirne una del tutto nuova e diversa.

Per questo e per altro, che scoprirete proseguendo a leggere questo post, la recensione è di quelle “in forma solenne”, comprensiva cioè di notizie che vanno ben oltre il commento dello singolo spettacolo posto sotto osservazione.

    Il romanzo 

Trama

Narra le avventure di due libertini appartenenti alla nobiltà francese del diciottesimo secolo, ed è considerato uno dei capolavori della letteratura francese. Nell’insensata competizione a carattere seduttivo-sessuale che si instaura tra il giovane e irruento Danceny e il più esperto e amorale visconte di Valmont, una sola persona è capace di dominarne e condizonarne a sua volontà gli istinti: la Marchesa de Merteuil ricca vedova e cinica conoscitrice dell’animo umano e delle debolezze insite nei sentimenti, nonché abile manovratrice dei suoi amanti.

È un affresco post-barocco di una società  dissoluta e cinica, ma allo stesso tempo cieca rispetto al minaccioso mutare dei tempi. La cronaca sensuale di una corsa verso l’autodistruzione effettuata nel compiacimento di un Potere che si va dissolvendo e nel nome della ricerca dei più sfrenati piaceri assurta a valore pseudo morale.

    Il film 

Regia : Stephen Frears

Interpreti e personaggi:

È una di quelle pellicole belle, variopinte ed effimere…  come farfalle.

Uscì nelle sale cinematografiche nel 1988 (trentatre anni dopo il meno famoso e fortunato film di Roger Vadim del 1955) con la regia di uno come Stephen Frears, che ha firmato film come Rischiose Abitudini, Eroe per caso e The Queen). Grazie a un cast che definire stellare è probabilmente riduttivo, il successo fu clamoroso, al punto che il titolo si trasformò in breve tempo in una frase di uso corrente.

Vinta piuttosto agevolmente anche la competizione con Valmont di Miloš Forman (girato quasi contemporaneamente e uscito nelle sale nel 1989), anch’esso tratto dal medesimo romanzo, alla fine di una stagione di strepitoso successo lo slancio si esaurì, senza neppure essere in qualche modo rilanciato, negli anni immediatamente successivi, da una frequente programmazione televisiva. Fenomeno misterioso, ma non infrequente come potrebbe sembrare, nel mondo del cinema.

Ricordo, infine, che la trama del romanzo di Pierre Ambroise François Choderlos del Laclos è stata nuovamente ripreso nel 1999 con il film Cruel Intentions – Prima regola non innamorarsi diretto da Roger Kumble con Sarah Michelle Gellar e Ryan Phillippe.

  Lo spettacolo 

Ci sono attori che sono sempre e comunque una garanzia per gli spettatori che si recano ad assistere ai loro spettacoli. Un po’ come il marchio DOCG impresso su una bottiglia di buon vino, tanto per intenderci. Elena Bucci (fresca vincitrice di importanti riconoscimenti quali il Premio Eleonora Duse e il Premio Ubu) e Marco Sgrosso (cofondatore della Compagnia Le Belle Bandiere) sono certamente da annoverare tra questi, e quelle che il C.T.B. intrattiene con loro (iniziate con Macbeth nel 2005 e proseguite nelle successive stagioni con i fortunati allestimenti Hedda Gabler, L’amante, La Locandiera, Antigone ovvero una strategia del rito, Juana de la Cruz o le insidie della fede, Ella, Mythos, Tartufo, Svenimenti e La canzone di Giasone e Medea) sono davvero…  «Relazioni meravigliose».

 

 

(qui sopra quattro meravigliose istantanee di scena scattate dal fotografo Marco Caselli Nirmal)

La “prima accoglienza” riservata agli spettatori che gremiscono il Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri per l’esordio de «Le relazioni pericolose» è una festa per gli occhi fatta di luci e colori: appena la sala piomba nel buio ecco che, come per incanto, ci si ritrova in un mondo alieno e antico al tempo stesso,  intriso delle tinte soffuse e morbide delle ciprie con cui, nel ‘700, si cospargevano abiti e parrucche.

È la gioia profana della corruzione morale, che trasuda dai primi scambi epistolari, diretta emanazione del delirio di onnipotenza di uno “stato” aristocratico che, per realizzarsi pienamente, ha bisogno di andare oltre ciò che consentono ceto, ricchezza e politica. E quando corrompere l’innocenza (della giovanissima Cecile de Volanges) si rivela troppo facile («il complotto è sproporzionato all’impresa» chiosa il visconte di Valmont»), viene il turno della più ghiotta delle prede: la stessa onestà (dell’incorruttibile Madame de Tourvel).

Sono bravi, anzi bravissimi, Elena Bucci – la perfida Marchesa Isabelle de Merteuile e Marco Sgrosso – l’inveterato seduttore Visconte di Valmont (responsabili anche della drammaturgia), felicemente affiancati da un poliedrico Gaetano Colella (tanti personaggi in uno), ma questo si sapeva già.

Particolarmente ispirati, questa sera, grazie anche al perfetto connubio scene/suono/luci/costumi, ma soprattutto…

… soprattutto riescono a colmare con grande agilità e senza alcun contraccolpo su pubblico, quel gap romanzo epistolario-palcoscenico  più largo di un’autostrada a otto corsie.

Riescono a rendere alla perfezione quel “vacuum vitae” che non è poi cambiato così tanto, dal ‘700 al terzo millennio.

Rendono, ingenerando un certo malessere in chi assiste allo spettacolo, quella tristezza di un iter operativo del Male ben delineato e  determinato, praticamente un protocollo, seguendo fedelmente (pur se ottusamente) il quale, prima o poi, si riesce a vincere ogni resistenza del Bene e di ciò che lo simboleggia e rappresenta.

A descrivere la farsa-tragedia di quell’arroganza becera quanto miope di una classe dirigente talmente impegnata a soddisfare le proprie brame, a ubriacarsi di ostentazione e sopraffazione del prossimo da non accorgersi che la fine sta arrivando.

Tutto sembra allegro, tutto sembra piacere, ma alla fine si rivela volgare e macabro come una qualsiasi  “cena elegante” da seconda repubblica.

Finisce in tragedia, com’è giusto che sia, con i protagonisti che si trovano costretti a fare i conti con la propria nullità, con il vuoto siderale di esistenze spese  senza ideali e senza scopo, nella più assoluta e cupa delle solitudini.

E la luce che scende davanti agli attori, inesorabile come la lama della ghigliottina, mentre parte la canzone gloriosa e letale della Marsigliese, è il prezzo di un’epoca che cambia, in modo violento e irreversibile.

 

 Al Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri di Brescia dal 19/4 al 14/5/2017 

Mi sia consentito concludere dando la parola alla colta quanto disinibita e cinica Marchesa de Merteuil:

«L’amore che vantiamo come la causa dei nostri piaceri, non ne è in realtà che il pretesto »

Una frase stupenda e rivoluzionaria, per essere stata scritta nel 1782, non è vero?

 

 

   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Non solo Montalbano, se l’obiettivo è la metamorfosi

Camilleri che non ti aspetti.

Ne «Il casellante», andato in scena al Teatro Sociale di Brescia, di Montalbano non c’è nemmeno l’ombra, ma c’è molto, molto altro.

Parliamo intanto del libro: Il casellante è un romanzo di Andrea Camilleri pubblicato nel giugno  2008 da Sellerio. L’opera di mezzo tra Maruzza Musumeci e Il sonaglio, il tutto incluso nel libro-raccolta di cui si è inserita la copertina.

Narrazioni di surreali metamorfosi, nelle quali si riprende il mito greco, per calarlo nella realtà siciliana.

Il casellante, in particolare, è un’opera di grande valore, capace di cogliere e sollecitare nel lettore sia la corda comica che quella tragica ed emotiva. Scritta in vigatese, vale a dire in quella lingua artificiale creata dallo stesso Camilleri, con la quale l’autore siciliano cerca di operare una bizzarra ma efficace mediazione tra la lingua italiana e il siciliano, la storia tocca diersi argomenti di grande delicatezza e importanza, quali l’amore, la violenza esercitata contro la donna, un certo tipo di bullismo ante litteram, la negazione della maternità (etc.) risultando divertente e commovente.

E scusate se è poco.

.

È da questo romanzo che prende le mosse lo spettacolo teatrale (in pieno accordo con lo stesso Camilleri) con l’adattamento scenico di Giuseppe Dipasquale, responsabile anche della regia e delle scene.

Al centro di tutto un casello ferroviario e un negozio da barbiere. Una vita che si dipana tranquilla, al limite della monotonia, o almeno così sembra. In realtà il Male è presente anche a Vigata e scorre sempe meno in profondità, fino ad affiorare come un liquame letale.

E, come sempre, saranno i più umili semplici e indifesi a pagare per tutti, e l’unica via di scampo, per alcuni di loro, sarà l’evasione nell’irrealtà della fantasia.

Soffermandomi il tempo strettamente necessario sulla magistrale performance di un incontenibile Moni Ovadia (interprete di sei personaggi della pièce) nel quadro di un lavoro collettivo di altissimi livello medio, ricordo tra tutti l’ispirato Mario Incudine nei panni del moralmente eroico casellante Ninuzzo e la straordinaria Valeria Contadino che impersona, perfetta in ogni sfumatura, la quotidianità, l’ottimismo solare e poi, la straniata disperazione di Minica, sua moglie.

Un affresco di un sud cristallizzato nel tempo e nello spazio, un mondo magmatico e ostile in cui i più deboli devono ricorrere a ogni risorsa per resitere alla tracotanza di diverse categorie di potere, sviluppando una furbizia popolare che, in qualche caso, riesce a garantire una sopravvivenza.

Uno spettacolo in cui non mancano spunti comici irresisitibili (la vendicativa serenata all’avversario appena tornato dal viaggio di nozze) ma che è sapentemente guidato sia dall’autore del testo che dall’accorto sceneggiatore, verso un finale di struggente e romantica disperazione.

In questo quadro, perfettamente congrui risultano i suggestivi inserti musicali che ben s’intarsiano nel tessuto drammaturgico, perfettamente eseguiti da attori che si rivelano anche ottimi cantanti e musicisti.

Da otto in pagella anche le fantasiose sceneggiature archeo-tecniche e gli accattivanti costumi di Elisa Savi.

di Andrea Camilleri e Giuseppe Dipasquale
regia Giuseppe Dipasquale
scene Giuseppe Dipasquale
costumi Elisa Savi
luci Gianni Grasso
musiche originali Mario Incudine con la collaborazione di Antonio Vasta
con Moni Ovadia, Valeria Contadino, Mario Incudine, Sergio Seminara, Giampaolo Romania
e con i musicisti Antonio Vasta, Antonio Putzu
la canzone “La capra avi li corna” è di Antonio Vasta
produzione Promo Music – Corvino Produzioni, Centro d’Arte Contemporanea Teatro Carcano, Comune di Caltanissetta

 

   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (36) – È in aula magna, lo «Spoon River» … della legalità!

 

Nello  Spoon River della legalità ferita italiana ci sono lapidi in abbondanza, per tutti i gusti e le inclinazioni: magistrati coraggiosi, integerrimi esponenti delle forze dell’ordine, giornalisti scomodi, ma anche crudeli assassini, ignobili trafficanti e torbidi faccendieri.

Tra i sepolcri più nobili, però, ce ne sono due che la c.d. “gente per bene” ama visitare  ogni qualvolta che ciò si renda possibile: sono quelli di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

L’incontro «Parole da scolpire nella pietra», ideato e condotto da Patrizio Pacioni, e organizzato presso il liceo Fabrizio De André di Brescia su iniziativa della professoressa Alessandra Balestra, prende proprio spunto dall’opera di militanza democratica e sulla tragica scomparsa dei due magistrati, per allargarsi poi a temi di carattere più generale.

x 

Aula magna del Liceo Fabrizio De André “prima” e “durante” il 1° e il 2° incontro con gli studenti.

L’Autore romano, dopo aver tracciato una sintetica ma esauriente rassegna della situazione politica e ctiminale della Sicilia degli anni ’80 e delle tragiche conseguenze della feroce e sanguinosissima “II Guerra di Mafia”, è passato a sottolineare l’importanza dell’impegno che ciascuno di noi può assumersi nell’ambito di una convinta lotta in favore e in difesa della Legalità.

xx

    

  

Puntuali e ben centrati gli inserti mutimediali approntati da PhGO e curati da Giusy Orofino, idonei a vivacizzare e a rendere ancora più suggestivo l’evento.

*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°

Alla fine della duplice conferenza sono riuscito a porre qualche domanda al relatore.

«Patrizio, all’evento ha aderito un numero talmente alto di studenti che si è dovuto raddoppiare la conferenza, finendo per occupare tutti i posti disponibili nell’Aula Magna del Liceo De André  per tutta la mattinata»

«In certi casi la parola overbooking suona meravigliosamente bene alle mie orecchie: sommando le presenze della doppia conferenza, infatti, ho avuto occasione di parlare a oltre duecento ragazzi di legalità,  di senso del dovere, di abnegazione totale, di spirito di servizio e di sacrificio. Una riflessione per loro e con loro, sulla necessità di fare propri i valori fondamentali della democrazia e del sociale, senza paura, appassionatamente.»

«Non è difficile trattando di tempi così seri e ponderosi, tenere alta l’attenzione di una rappresentanza così nutrita di ragazzi e ragazze

«A olte effettivamente lo è. Nel caso dell’incontro di sabato con gli studenti del Fabrizio De André, però la faccenda è andata in un modo del tutto diverso.  Mi sonto trovato a parlare a un pubblico interessato e attento, che ha reso più facile esprimermi nel modo migliore»

«Da cosa è nato questo interento?»

«Da qualche tempo a questa parte la collaborazione che sto portando avanti con la Compagnia Stabile Assai (più antico e glorioso gruppo carcerario italiano di recitazione) mi porta ad affrontare con scadenza annuale temi legati  a fatti, misfatti e (soprattutto) misteri, della Storia d’Italia. Prima la strage di Portella della Ginestra, poi la sparizione di una nave nel nulla, avvenuta all’inizio degli annni ’60. L’anno prossimo ci occuperemo della rivolta anarchica nel Matese  portata avanti da Cafiero e compagni.  E io, di volta in volta,colgo occasione dalla stesura del nuovo testo per  una serie d’interventi nelle scuole, visto che il dialogo con i giovani è qualcosa che mi gratifica enormemente»

«Dunque, quest’anno…»

«La Compagnia Stabile Assai sta per andare in scena (“prima” 23 maggio con repliche 24 e 25, al Teatro San Raffaele di Roma) con il dramma Borsellino e l’Olifante, ispirato all’opera di Falcone e Borselino e alle vicende del Pool Antimafia. Un’occasione irrinunciabile per parlare in modo diverso dalle solite “celebrazioni ufficiali” di un tema che per tutti, ma soprattutto per le nuove generazioni, costituisce il più solido e positivo dei riferimenti»

«Tornerai ancora al Fabrizio De André?»

«Mi auguro proprio di sì! Grazie alla prof Alessandra Balestra, alla Dirigente Scolastica e a tutti i professori che con lei hanno saputo organizzare davero alla grande questo incontro, ho conosciuto una scuola vivace e culturalmente curiosa. Bravissimi i giovanissimi “attori” Lorenzo Piazza e Daniel Samoila che (interpretando un suggestivo dialogo a due tratto dal mio dramma) si sono saputi calare con straordinaria efficacia nei panni dei due eroici magistrati siciliani; un sentito ringraziamento alle altrettanto giovani Laura Spinoni e Sara Buraschi autrici del servizio fotografico a corredo di questo post). Mi ha colpito, piùà di altro, l’atmosfera d’impegno e creatività che si respira nei colorati corridoi dell’Istituto. “I vostri studenti sanno sorridere”  non ho potuto fare a meno di dire alla prof . E lei, semplicemente, ha sorriso.»

   Bonera.2

Categorie: Senza categoria.

Goodmorning Brescia (35) – In nome dell’ «interesse primario»

 

Nasce tutto da qui. Dalla triste vicenda di Casale Monferrato, che racconta di due genitori disperati e di una bambina contesa, inconsapevole posta di un gioco assurdo, molto più grande di lei.

La conferenza, che si è tenuta ieri al San Carlino, al cospetto di un pubblico numeroso e partecipe, organizzata dalla Federazione Provinciale di Brescia del Partito Socialista Italiano riuniva esponenti della Giustizia, del Diritto e della Politica per dibattere, partendo dal caso particolare, un argomento che tocca la coscienza di molti: l’individuazione di un giusto equilibrio tra le esigenze della Legge e i diritti primari di un bambino. A condurre e coordinare il dibattito, con il consueto brio (al quale non è estrnea, con ogni evidenze la lunga pratica forense), l’ avvocato Lorenzo Cinquepalmi.

 «La vicenda giudiziaria da cui prende spunto questo incontro ha seguito un iter che non esito a definire terribile» ha esordito Valeria Damiano, magistrato minorile onorario presso la Corte di Appello.

«Tutto nasce da una fecondazione eterologa. Dopo pochissimi giorni scattano i controlli degli assistenti sociali e, attraverso un’applicazione probabilmente troppo frettolosa del 403, la bimba viene sottratta ai genitori. Dapprima il Tribunale mette la piccola in affidamento familiare (che ha come scopo precipuo il reinserimento successivo nella “naturale”). La situazione si mantiene così fino al 2012, anno in cui si decide di aprire uno “stato di adottabilità”, istituto -come noto- del tutto diverso. dal precedente. Nonostante il parere contrario della Procura si arriva a decretarlo e, da quel momento in poi, infatti, tra genitori e figlia non ci sono più rapporti»

Secondo Laura Pensini (psicologa dell’età evolutiva) «Si tratta di un provvedimento che, in sostanza, va contro gli interessi del minore» è il suo deciso parere.

«Perché ogni adottato incontra notevoli difficoltà nella completa costruzione della propria identità: per quanto amorevole, infatti, una famiglia adottiva non può essere in grado di  fare recuperare a chi si trova in questo stato, l’appartenenza biologica»

Sullo stesso piano Kim Soo-Bok Cimaschi (Presidente dell’Associazione Prisma Luce), che rivela di essere egli stesso adottato, come l’oratrice che lo ha preceduto, si sofferma sulla essenziale importanza di centri di supporto «che si avvalgano dell’opera di validi professionisti la cui attività, più che nel vano tentativo di voler ricostruire legami spezzati, si impegnino nel far ritrovare agli assistiti un’identità energetica»

Giorgio Pedrazzi (professore aggregato di Diritto Privato presso l’Università degli Studi di Brescia) s’interroga sull’adeguatezza degli strumenti giudiziari a disposizione del sistema per trattare nel migliore dei modi determinate , delicatissime situazioni, ricordando in proposito che «La Corte di Giustizia Europea ha già avuto modo di condannare l’Italia per una questione simile a quella dei coniugi Deambrosis-Carsano e della loro figlia»

Dopo che l’avvocato Cinquepalmi ha sottolineato che «Lo Stato non dovrebbe mai arrogarsi il diritto di stabilirsi una “idoneitò” d’incerta definizione e figlia di un giudizio di tipo morale, ma limitarsi, invece, a eccepire un’eventuale e più facilmente acclarabile “non idomneità“» è il momento dell’intervento dell’Assessore alla Scuola e alle Pari Opportunità del Comune di Brescia.

«Quella che si è svolta -e ancora si sta svolgendo- a Casale Monferrato, è una vicenda di una disumanità senza limiti» è l’appassionato esordio di Roberta Morelli.

«La mia impressione è che alla coppia sia stata fatta pagare la scelta di avere praticato in Spagna la fecondazione eterologa, in un momento in cui in Italia ciò non era permesso. Non dimentichiamo che, per il contestato reato di “abbandono”, i coniugi sono stati assolti in primo, secondo e terzo grado»

da sinistra: Valeria Damiano, Giorgio Pedrazzi, Laura Pensini, Kin Soo-Bok Cimaschi, Roberta Morelli e Lorenzo Cinquepalmi

 

«Bisogna assolutamente fare qualcosa in proposito, e presto!»  è l’accorato invito finale dell’Assessore. che dichiara la propria disponibilità personale e istituzionale per ogni iniziativa che a ciò possa efficacemente contribuire.

E, nel corso dei numerosi e tutti interessanti interventi del pubblico. a fine conferenza, emerge subito l’esistenza di una raccolta firme mirata proprio a rivedere la questione dei coniugi di Casale Monferrato e della loro bambina.

«Qualcosa di serio e importante in Rete c’è già» suggerisce Paolo, dalla platea.

https://www.change.org/p/al-tribunale-di-torino-che-ridiano-indietro-ai-signori-luigi-de-ambrosis-e-gabriella-carsano-la-loro-bambina-non-si-possono-privare-due-genitori-del-proprio-figlio-a-indipendentemente-dall-et%C3%A0-che-hanno

Allora, perché non cominciare da qui?

   Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Goodmorning Brescia (36) – Tre donne per dieci giornate

Il primo aprile del 1849 si chiudeva la sanguinosa quanto eroica saga delle dieci giornate, e non fu un pesce di aprile.

«La vittoria sul campo andò alle truppe austriache, ma quella morale (che in certi casi -in questo primo tra tutti- si rivela ben più importante dell’altra), sicuramente ai Patrioti bresciani»  fa notare Costanzo Gatta, soggettista e regista dello spettacolo (firmato CTB) dal titolo Patria oppressa che sabato prossimo,  alla presenza del Sindaco, a partire dalle 10,30, andrà in scena al Salone Vanvitelliano, nell’ambito delle annuali celebrazioni della storica e celeberrima resistenza che la Leonessa oppose al tirannico dominatore straniero.

 

«Ho raccolto alcuni episodi scegliendoli tra i tanti in cui i bresciani, al di là dello slancio patriottico e irridentista, seppero tenere dimostrare un comportamento impeccabile di dignità morale e sprezzo del pericolo e della morte. Ricordo Pietro Venturini, cui venne offerta salva la vita in cambio dell’abiuria e che, invece, preferì essere giustiziato per fucilazione piuttosto che tradire i propri ideali.  Ricordo Carlo Zima, carrozziere sciancato ma dotato d’incredibile coraggio: gli austriaci, che s’impegnavano a incendiare il maggior numero di case bresciane possibile, lo cosparsero di pece fuori e dentro, dandogli poi fuoco. Morì, ovviamente, ma trascinando con sé un soldato croato, scelto tra i feroci aguzzini che gli davano il tormento»

Mi resta ancora una curiosità che, approfittando della proverbiale cortesia e disponibilità di gatta, non riesco a comprimere: come mai, soprattutto in considerazione del carattere “bellico” della pièce, sono state chiamate a interpretarla tre attrici (Silvia Quarantini, Monica Ceccardi e Marta Ossoli – ndr) e nessun attore?

«Intanto, dal punto di vista della costruzione dello spettacolo, mi ha molto intrigato l’idea di queste tre donne che (abili e faconde nel raccontare come tutte le donne)  narrino standosene accanto a una delle colonne che fu danneggiata da una delle tante palle di cannone austriache che piovvero, con micidiale esito, sugli insorti» spiega sornione il giornalista-drammaturgo e quant’altro che, proprio negli scorsi giorni (vds. il numero 34 di questa stessa rubrica) ha ricevuto un importante riconoscimento per la sua lunga e sempreverde carriera.

«In più, intendo ricordare quelle donne bresciane che combatterono  fianco a fianco con i loro uomini: furono proprio loro le vittime più colpite dalla repressione austriaca, che riservò loro violenze e torture inumane e di ogni tipo» conclude e, a questo punto, non resta che andare ad assistere allo spettacolo di sabato mattina.

Ingresso gratuito fino a raggiunta capienza.

Conferenza stampa di presentazione giovedì 30 alle 15,30 in Loggia.

    Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Goodmorning Brescia (33) – Ma quante facce ha, ‘sta Luna?

Oggi pomeriggio, a partire dalle 17.45, presso il Foyer del Teatro Sociale di Brescia, si è svolto l’incontro “L’altra faccia della luna“. L’evento è collegato con lo spettacolo “Spose dell’altro mondo“, prodotto dal Centro Teatrale Bresciano con la collaborazione artistica di TEATRO19, andato in scena al Santa Chiara nello scorso weekend e recensito su questo stesso blog dal collega GuittoMatto.
.
 
.
In una sala gremita di pubblico,  Gian Paolo Laffranchi (Brescia Oggi) ha intervistato la giornalista Laura Silvia Battaglia: incontro quanto mai suggestivo in una data diversa dalle altre come solo l’ 8 marzo può essere.

«Ho visitato e vissuto praticamente tutti i Paesi mediorientali» ha esordito la giornalista, «avendo modo di scoprire e apprezzare le differenze tra un mondo complesso, composto essenzialmente di tre aree: penisola arabica, africa mediterranea, area mesopotamica. Differenze che caratterizzano tra l’altro, la stessa religione musulmana, molto al di là della grande divisione tra sciti e sunniti»

«Sono molto diverse tra loro anche le donne che, prima di ogni altra cosa devono misurarsi con la propria natura e con un contesto ambientalee culturale che, al di là di considerazioni di merito, le condiziona»

«Anche al di là dell’ambito familiare, peraltro, ci sono donne che riescono a raggiugere cariche importanti sia nel privato che nel pubblico, con la necessaria premessa di possedere ragguardevoli disponibilità finanziarie o, comunque, di appartenere a una o all’altra élite. In particolare per gli studi che, per chi se lo può permettere, vengono affrontati all’estero».

Si è poi, inevitabilmente, venuti a parlare del tema trattato dallo spettacolo “Spose dell’altro mondo“.

 «Nelle nozze le donne si fanno belle nella speranza di essere notate non già direttamente da un uomo, ma -magari- da una donna ricca che, a sua volta, la “consigli” al proprio figlio. Una realtà non tanto lontana dalla realtà italiana di mezzo ‘900. Pratica in corso di superamento grazie ai social network come wathsapp che consente di mostrarsi (con la complicità di altre donne) in modo “anticipato” a eventuali pretendenti. Tecnologia che si impone alla tradizione? Forse, ma alll fine si raggiunge lo stesso scopo: un buon e (si spera) duraturo matrimonio»

Laffranchi ha poi portato il discorso sul tema del modo che, nei paesi musulmani, le donne hanno di relazinarsi tra loro.

«Anche in oriente la competizione femminile  è piuttosto dura e spigolosa, spietatamente competitiva. Altrettanto dicasi per le strategie di controllo (come per esempio la pratica dell’infibulazione) gestiti, purtoppo, dalle donne stesse. Per fortuna, però, esistono anche in quei lughi donne ribelli: in proposito ricordo il caso della piccola yemenita Nojoud, la prima coraggiosissima sposa – bambina che chiese e ottenne il divorzio dall’uomo a cui il padre l’aveva venduta»

Un caso che Laura Silvia Battaglia paragona, con le dovute differenze, al rivoluzionario rifiuto che Franca Viola mezzo secolo orsono per prima oppose alla prassi del “matrimonio riparatore”. 

Alla domanda sulla c.d. tendenza all’emigrazione che caratterizza vasrte aree del mondo islamico, la risposta è questa:

«Contrariamente a quanto potrebbe sembrare i flussi migratori più importanti non hanno nell’Occidente la meta preferita, ma in altro paesi arabi più ricchi. Una meta che si riela attrattiva di riferimento (soprattutto per i giovani) sono anche aree almeno parzialmente mussulmanizzate dell’estremo oriente, prima tra tutti la Malesia»

Sul finire della conferenza viene proiettato uno spezzone di filmato (girato a Sanaa) che descrive in modo asettico quanto puntuale la drammatica se non disperata (scusate la banalità dei termini, ma al momento non trovo definizione più calzanti) situazione di una città-martire in cui operano, con grandissima dfficoltà, i volontari di Medicins sans Frontières.

«E sono proprio le donne, rappresentanti della cosiddetta altra faccia della luna…» ricorda Laura Silvia Battaglia, «... costrette a sopravvivere (e a fare sopravvivere i propri figli) in una ulteriore luna, diversa ma più vicina di quanto si possa credere alla nostra, che raccontano con lo sguardo fisso in camera la crudezza di esistenze spese con grande fatica e costantemente in bilico tra vita e morte»

Segue un secondo filmato, con un sonoro esclusivamente ambientale di straordinaria e crudissima potenza evocativa, girato a Mosul (ma potrebbe essere tranquillamente il ponte di Serajevo ai tempi dell’ultima guerra balcanica). 

«Ciò che deve accuratamente evitare un giornalista che si voglia definire tale…» conclude la giornalista «…è di trasformarsi da cane da guardia del Potere a cane di compagnia dello stesso Potere».

    Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Goodmorning Brescia (32) – San Desiderio e gli Artigiani della… Immensità

xx

Il posto è questo: talmente bello da non sembrare vero, alla pari di altri scorci della parte più intrigante di Brescia, tutti vicoli suggestivi, archi, antiche pavimentazioni, chiesette, balconcini. Via Gabriele Rosa, lungo una stradina che s’inerpica in direzione del Castello che veglia da secoli, severo e rassicurante (tranne per quelle cannonate sparate dagli austriaci sui patrioti, in certe “giornate” decisamente da ricordare, ma ormai è storia vecchia…) sulla Leonessa d’Italia.

 La piccola chiesa di San Desiderio, incastrata come un autentico gioiello tra vicolo Sant’Urbano e via Gabriele Rosa, ridotta praticamente a un rudere, prima che cominciassero a prendersene amorevole cura Antonio Fuso (registra teatrale leccese trapiantato al nord praticamente da una vita) e compagni.

Nacque così l’avventura di Scena Sintetica che, all’alba degli anni ’90, fece dell’antico sito la propria sede. Più che un’avventura, un’autentica sfida al limite dell’incoscienza. Perché, come si sa, «Lunico che può vincere una battaglia impossibile è un generale folle».

 

Antonio Fuso (nella foto a sin) ritratto all’interno della sua “tana” con lo scultore-pittore veronese Giovanni Marconi (al centro) e l’attore e scenografo bresciano Guido Uberti (a dx).

 

Dal momento della sua fondazione a oggi, Scena Sintetica non si è fermata più.

Nonostante un a volte problematico con l’etablishement e l’intellighenzia culturale cittadina, l’amore per il Teatro e  per le Belle Arti hanno trovato al numero 4 di via Gabriele Rosa, accogliente rifugio e ideale base di azione.

«Ci siamo impegnati, e continuiamo a impegnarci ogni giorno nella diffusione della cultura, sotto ogni sua forma espressiva, e nel pieno recupero di questo splendido e prezioso andito» confida, orgoglioso Antonio Fuso.

«Il fatto che da parte nostra si sia deciso di andare avanti senza chiedere nulla o quasi nulla, però, invece di favorirci, ha ingenerato sospetti. Purtroppo è così che, ancora nel terzo millennio, continuanoa  funzionare le cose qui da noi» sottolinea subito dopo, contrariato, ma mai  domo.

Proprio in questi giorni sono in programma due significativi eventi che, per chi ne avesse la possibilità, risultano assolutamente

.

.

Quattro delle opere in esposizione. «A ispirare i mie quadri è l’anima immanente della Natura, le grandi foreste, la spiritualità nordica, i grandi spazi e le grandi, solenni solitudini dei boschi, interrotte da radure che rappresentano, al tempo stesso, oasi di pace e momenti di grande interiorizzazione»  spiega Marconi, mentre passiamo in rassegna, in assoluta anteprima i bei quadri che, a partire dal vernissage di venerdì, fino al 16 aprile, i bresciani avranno l’opportunità di ammirare. Opere suggestive dai suggestivi nomi: da “Nemeton – Radura consacrata”  (dall’antico termine Nemos=Cielo) a “La via del verde“.

In San Desiderio, invece, per il Teatro, andrà in scena nel prossimo weekend la pièce di Antonio Fuso sul grande poeta russo Osip Ėmil’evič Mandel’štam (1891-1938) venerato dai grandi del suo tempo (Pasternàk, Achmàtova, Cvetàeva) … «All’inferno non si canta» ,   tratto dal libro (sempre opera di Antonio Fuso) «OSIP MANDEL’ṦTAM dal Gerundivo all’Inferno»

 

 

(in replica al Teatro San Desiderio domenica 12 marzo a partire dalle ore 18 – ingresso libero)

.

    Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Donne e cose di un altro mondo al Santa Chiara

Questa sera, ala teatro santa Chiara – Mina Mezzadri, si comincia con l’omaggio tributato dal palcoscenico, prima che venga alzato il sipario, alla memoria di Renato Borsoni (attore, regista, scrittore, fondatore del CTB e autentico padre del teatro bresciano) deceduto due giorni orsono, i cui funerali sono stati celebrati proprio stamattina.

Per quanto riguarda lo spettacolo, invece …

… tutto (o quasi) comincia con “La sposa yemenita”, pubblicata anche in versione graphic novel per la sceneggiatura e le matite di Paola Cannatella (edizioni Beccogiallo).

Buio, sagome buie che scivolano nel buio, nero su nero.

Quattro donne, i cui movimenti sono quelli meccanici di carillon muti, costrette in grotteschi vestiti-imballaggi vitalizzati (si fa per dire) da matrioske, impegnate a esorcizzare una situazione compressa di coercizione attraverso, almeno inizialmente, un vuoto chiacchiericcio che parte dall’approssimarsi di una cerimonia di matrimonio, presumibilmente di un’appartenente alla middle class, una donna esemplare, pia al punto giusto, visto che, vestendo sempre un burka, nessuno, nemmeno le più intime amiche, ne conoscono il volto.

Sono brani di una lezione di balistica, a scandire i tempi di un clima di guerra che pesa sulla prossima festa come piombo fuso.

Si canta (canzoni occidentali dai versi trasgressivi e ammiccanti come quelli di “I kissed a girl“), si balla, si e si   le parle sono , è stato l’articolo che ad una prima lettura ha segnato l’esordio di querca di scherzare, ma le giovani donne che attendono l’arrivo della promessa sposa, insieme a un’ospite occidentale (presumibile proiezione dell’autrice del testo originario, la giornalista Laura Silvia Battaglia) una dopo l’altra, svelano i propri drammi.

C’è la giovane calciatrice, la cui passione sportiva viene vista con sospetto dalla comunità, con quello stesso ingiustificato e ingiustificabile sospetto di tendenze omosessuali così simile a quello indirizzato alle atlete occidentali di certe specialità sportive. Costretta, sua malgrado, a tirare colpi di kalasnikov, invece che calci di punizione e di rigore.

C’è la moglie di un uomo assassinato dal fuoco di un drone, perché, per fame, sulla porta di casa aveva accettato di inchiodare la nera bandiera del Califfato. «Ciò che piove dal cielo dovrebbe essere una benedizione» dice. «Invece sono lampi di morte».

Donne ricche e donne povere, tuca-tuca, musica ritmata, danza spensierata, mitra e palloncini colorati, lustrini, minigonne e tacchi alti che sbucano fuori dai vestiti ampi e coprenti, sirene di allarme antiaereo, fischi di bombe…

Ed è proprio lo scoppio mortale di un ordigno a fermare tutto, a far calare il buio, a interrompere quella che si rivela essere solo l’illusione di una speranza.

Donne che si uniscono tra loro, uomini che s’impegnano a distruggere tutto, sotto gli occhi di una cronista smarrita, incredula, spossata dalla constatazione che raccontare non serve a mutare il corso delle cose.

Non subito, almeno.

Ma domani… chissà?

*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*

La regia si confronta coraggiosamente con una atipica non-storia, riuscendo ad arrivare fino in fondo con mirata confusione e apprezzabile risultato complessivo.

Le attrici danno tutto ciò che hanno, non risparmiandosi per tutta la durata della pièce e restando ampiamente sopra la sufficienza in ciscuna delle modalità artistico-espressive richieste dalla rappresentazione di un testo di traduzione teatrale non semplicissima: recitano, giocano, cantano e ballano con notevole spirito di squadra.

Il pubblico, di cui si nota la verde età media, apprezza, non lesinando consensi a fine spettacolo.

E, negli spettatori, come probabilmente nelle intenzioni dei commedianti, qualche urticante interrogativo s’impianta in profondità. 

Spose dell’altro mondo

(ispirato agli articoli della giornalista Laura Silvia Battaglia)

Produzione CTB Centro Teatrale Bresciano

collaborazione artistica Teatro 19

da un’idea di Annalisa Riva

drammaturgia Roberta Moneta

regia Valeria Battaini

con (in ordine alfabetico) Valeria Battaini, Francesca Mainetti, Roberta Moneta, Annalisa Riva

voci fuori campo Claudia Franceschetti, Alessandro Quattro

luci Sergio Martinelli

suono Carlo Dall’Asta

oggetti di Scena Davide Sforzini

realizzazione costumi Bottega del Cencio

si ringrazia per la collaborazione Elia Mouatamid

 

   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.