«I Miserabili» e il fascino discreto della tradizione

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Su questo spettacolo è già comparso sul blog un articolo in data 4 maggio: 

https://cardona.patriziopacioni.com/goodmorning-brescia-99-miserabili-in-scena-con-tutti-gli-onori/

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      Il romanzo

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«I miserabili» è il titolo di un romanzo storico, opera monumentale, pubblicato nel 1862 dallo scrittore, poeta e politico francese Victor Hugo. La trama (che copre gli anni che vanno dal 1815 al 1833) è complessa, ma sempre avvincente, attenta alle vicissitudini storiche che caratterizzarono il primo Ottocento francese e intessuta di profonde riflessioni etico-morali sulle vite dei protagonisti. Possiamo davvero immaginare di aprire questo gigantesco libro,  e di poter camminare, pagina dopo pagina: i drammi sociali, le tensioni della Parigi post-Restaurazione, i peccati e la redenzione dei disgraziati usciti miseramente (appunto) dalle guerre napoleoniche, sono davanti a noi come erano davanti a chi visse in quei giorni. Il romanzo «I miserabili» è composto da cinque tomi, per completare i quali Hugo impiegò circa ven’anni (la prima bozza conosciuta è del 1843) lavorandoci duramente durante gli anni dell’esilio. Nel romanzo  si dipana una profonda riflessione sulle condizioni degli ultimi (ovvero dei miserabili) nella Parigi di quei tempi. «I miserabili» ebbe un successo immediato, fu presto tradotto e pubblicato in tutta Europa e ancora ai giorni nostri viene ristampato e rielaborato in film, spettacoli teatrali e musical.

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La trama:

La prima parte si intitola “Fantine”. Jean Valjean, un ex-forzato che ha scontato diciannove anni di carcere per aver rubato un pezzo di pane,  è stanco, affamato, ma tutti lo scacciano. Solo il buon vescovo Bienvenue lo accoglie ed egli lo ricambia derubandolo dell’argenteria, ma, quando Jean Valjean viene riacciuffato, il vescovo dice ai gendarmi di avergliela regalata. L’incontro cambia totalmente l’animo di Jean Valjean: abbruttito perché maltrattato dalla società, d’ora innanzi dedicherà la propria vita agli altri. Si nasconde sotto falso nome e diventa ricco. Incontra Fantine, povera ragazza madre sfruttata da una coppia di furfanti, i Thenardier, che ospitano a caro prezzo la sua bambina trattandola come una schiava. Fantine diventa una prostituta, si ammala e muore. Jean Valjean promette che si occuperà della sua Cosette, ma viene riconosciuto dal poliziotto Javert e finisce in galera per salvare un poveraccio condannato al suo posto.

La seconda parte del libro si intitola “Cosette”, Fa ingresso nella narrazione  la losca famiglia Thenardier . Jean Valjean salva un detenuto,  poi   finge di annegare perché tutti lo credano morto.  Finalmente  è in grado di dedicarsi alla ricerca di Cosette, la figlia di Fantine.  Quando la trova, la libera dallo sfruttamento dei Thenardier e la porta via con sé . Viene riconosciuto dal solito Javert ed entra   nel convento del Petit Picpus, dove vi rimarrà con la bambina fino alla morte del vecchio. 

La terza parte si intitola “Marius”. Marius e suo nonno litigano perché il ragazzo ha scoperto che suo padre era un coraggioso soldato e non lo aveva abbandonato, come suo nonno gli aveva fatto credere. Marius se ne va di casa, rifiuta il denaro del nonno ed incontra “gli amici dell’ABC”, un gruppo di studenti fannulloni, che parlano sempre di ragazze e di politica, con cui fa amicizia. Intanto, il ragazzo cerca il signor Thenardier perché crede che durante la guerra abbia salvato il padre e vuole aiutarlo. Intanto i peggiori criminali di Parigi riuniti nel gruppo “Patron-Minnette”, organizzano un agguato contro Jean Valjean

La  quarta parte  s’intitola “L’idillio di Rue Plumet e l’epopea di Rue Saint-Denis“. Cominciano gli incontri segreti tra Marius e hanno inizio i moti rivoluzionari del 1832. Jean Valjean ha paura di essere scoperto e soprattutto di essere separato da Cosette , perciò decide di partire. Intanto gli amici dell’ABC costruiscono una barricata davanti alla locanda “Corinto”, oltre a loro ci sono Gavroche ed Eponine, figli dei Thenardier, Javert e Marius. Il piccolo Gavroche deve consegnare una lettera di Marius a Cosette, ma a prenderla è Jean Valjean che, dopo averla letta, va alla barricata.

La quinta e ultima parte s’intitola “Jean Valjean” e inizia con le vicende della rivolta. Gavroche muore per recuperare dei proiettili, Jean Valjean invece di uccidere Javert lo fa scappare, Eponine muore per salvare Marius. Alla fine la barricata è presa e tutti i componenti vengono uccisi, tranne Marius. Jean Valjean lo recupera privo di coscienza e lo porta a casa del nonno, passando per le fogne. All’uscita incontra Javert e si lascia arrestare, ma il poliziotto lo lascia libero e poi si suicida. Marius si riprende e, dopo poco, sposa Cosette. Jean Valjean racconta a Marius di essere un ricercato e chiede di poter andare a trovare Cosette ogni tanto, ma sentendosi rifiutato da Marius si lascia morire. Marius scopre la verità sull’uomo e corre da lui con Cosette, appena in tempo per chiedergli perdono prima che egli muoia.

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     L’Autore

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Victor Hugo nasce a Besançon nel 1802.  Fin dall’adolescenza dimostra una grande passione per la scrittura e una feconda creatività. Nel 1822 pubblica «Odes et ballades» e si sposa con Adèle Foucher. I primi anni di matrimonio, segnati dalle difficoltà economiche, stimolano l’attività letteraria del giovane Victor, che si concretizza nella pubblicazione di «Han d’islande», «Le dernier jour d’un condanné» e «Les orientales», la prima raccolta di poesie, pervasa di romanticismo, con impronta romantica. Nel 1831 la pubblicazione di «Notre Dame de Paris», cui segue il grande successo in teatro di «Cromwell», rappresentazione nella quale, attraverso un’accorta commistione tra elementi seri e grotteschi, si propone e si utilizza un uso più libero del verso nonché la creazione di opere ispirate ai più drammatici avvenimenti della  Storia. In «Hernani», altro dramma di grande successo, Victor Hugo unisce a un linguaggio scenico elementare, un’accesa eloquenza verbale. A questo punto lo scrittore-drammaturgo è pronto per diventare l’alfiere, in Francia, del movimento romantico in Francia. Come spesso accade, però, Il successo fu anche finanziario,ma attraversò una serie di lutti familiari che turbarono la sua esistenza:il più atroce fu l’annegamento della figlia Léopoldine, avvenuta nel 1843. Fondamentalmente repubblicano,dopo il colpo di stato con il quale Napoleone III si proclamava imperatore, fu costretto all’esilio. E proprio in esilio scrisse quello che molti considerano il suo capolavoro, il romanzo «I Miserabili», storia del riscatto morale di un evaso,accolto immediatamente da un enorme successo. Il suo pensiero. Hugo ha incarnato gli ideali più avanzati della borghesia democratica; il suo pensiero-una religione senza chiese,un culto dell’umanità e del progresso-rifletteva liricamente l’ottimismo del secolo,bilanciandolo coi temi del mistero cosmico e dell’irrazionalismo individuale. Si spegne a Parigi nel 1885.

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   Lo spettacolo

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La prima scena vede Jean Valjean e il vescovo Bienvenue ai lati opposti del palcoscenico, separati da uno spazio nero.  È la prima e forte indicazione della lettura che drammaturgia e regia hanno deciso di fare del capolavoro di Victor Hugo: da una parte il Bene, a destra il Male (anche se per il personaggio Jean Valjean il discorso è molto più complesso), rigidamente divisi e in perenne lotta tra di loro, sia all’esterno che all’interno degli individui.

Lettura tradizionale, assolutamente fedele allo spirito e alla forma del romanzo, con i “pro” (molti) di una scelta ortodossa e qualche inevitabile “contro”, se proprio se ne voglia cercare uno, riguardo alla evidente mancanza di volontà di avventurarsi nella ricerca di una qualche originalità.

Scenografia mobile, smart, ricca di costumi coerenti con l’epoca di ambientazione e accuratamente confezionati e con pochi arredi: attraverso un sapiente utilizzo delle luci (ormai una felice costante per Cesare Agoni) e il continuo spostamento di pannelli, mostra, a ogni scena, una diversa e suggestiva cartolina ottocentesca.

Recitazione di alto livello, ampiamente prevedibile per Franco Branciaroli (scultoreo e indimenticabile Jean Valjeanattorno alla cui maestosa figura si muovono gli altri attori, ben scelti e ben calati nella parte: a partire dall’interpretazione dei piccoli Cosetta/Gavroche, al corrotto Thenardier,  alla giovane e romantica coppia d’innamorati Cosetta-Marius, per finire ai personaggi minori che, con la forza narrativa di Victor Hugo, “minori” non sono affatto.

Discorso più articolato per Javert che, partito in sordina, acquista spessore con il progredire del dramma, finendo con una di quelle “morti” che fa onore ai personaggi negativi dotati di maggiore dignità e a chi, come in questo caso, bene li sa interpretare: «Che fine ha fatto il Bene? Che fine ha fatto il Male?» è il disperato e disperante interrogativo dello sbirro che segna la vittoria morale del suo avversario, un delinquente che, con il proprio altruismo e la propra generosità, riesce infine a rovesciare il tavolo da gioco, spiazzando tutti.

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                                                                                                                                    (ph Simone Di Luca)

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Della regia (impeccabile ed efficacissima nei tempi e nei ritmi) e della scelta di attenersi strettamente al testo, abbiamo già detto, così come di scenografie e luci. Musiche essenziali e calzanti. Pubblico deliziato e visibilmente soddisfatto di uno spettacolo di quelli ai quali raramente è dato di assistere in un momento storico (teatrale e non solo) forse troppo orientato al risparmio e al minimalismo a ogni costo.

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Lucilla si fa bionda anche l’anima e racconta Marylin

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Il personaggio:

Marilyn Monroe è lo pseudonimo di Norma Jeane Mortenson Baker Monroe. L’attrice nacque il 1 giugno 1926 a Los Angeles e si sposò tre volte: dal 1942 al 1946 con il vicino di casa James Dougherty, dal 1955 al 1956 con il campione di baseball Joe Di Maggio, dal 1956 al 1961 con lo scrittore e drammaturgo Arthur Miller.

Deceduta il 5 agosto 1962 a Brentwood per intossicazione da barbiturici.

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Fimografia:

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Lo spettacolo:

Al Teatro Sociale di Brescia, Lucilla Giagnoni torna sul luogo (anzi sul monologo) del delitto, riprendendo, a distanza di quasi undici anni lo spettacolo andato in scena il 20 maggio  al Teatro Giuditta Pasta di Saronno.

«Non c’è stato bisogno di cambiare molto, da allora» ci dice la regista Michela Marelli

«Quasi nulla, direi. Mi viene in mente l’aggiunta dell’auto-riferimento al Mostro della Laguna Nera rivisitato da Benicio del Toro ne La forma dell’acqua…»  aggiunge.

Più che la storia di una donna e della sua misteriosa morte, alle cui ancora incerte cause si fa pure cenno attraverso una brevissima parentesi da crime-story, Marylin – attrice allo stato puro, attraverso una “fiaba tragica”, ricorda la nascita di una rivoluzionaria interpretazione della femminilità, di un mito onirico partito a livello personale e diventato collettivo e universale.

All’inizio dello spettacolo, Lucilla-Marylin esce lentamente dal buio, con il suo delirio di onnipotenza («Uscirò dall’ombra e scintillerò come se fossi fatta di luce»  dichiara l’attrice) e le sue molte e devastanti insicurezze (non ascolta Ella Fitzgerald per non paragonarsi con tanta grandezza, che la schiaccia) intessute di ansie e paura di sbagliare.

Poi ride, si danna, scherza e si compiange. E canta, due cavalli di battaglia di MM, prima I wanna be loved by you, poi Bye bye baby, con grande pulizia e suggestione, devo dire. È, ancora una volta, diversa da sé e sorprendente e discorsiva, in continuo dialogo diretto con il pubblico.  È ironica e autoironica, come quando, senza rete, paragona le sue “misure” a quelle di Marylin. «Al di là delle differenze fisiche e di età» -dice- «io e Marylin siamo entrambe fatte di pezzi rotti, come, a ben vedere, è fatto ogni attore».

Introietta ed elabora in profondità, Lucilla, e riversa nello spettacolo i sogni e le fobie della Monroe, le fantasie spesso scambiate per realtà. L’amara consapevolezza di Marylin di scoprirsi pin-up, letteralmente “appesa su”, come un manifesto appeso nel retro degli uffici, nella camere degli scapoli, sulle pareti dei barber-shop e nelle cabine dei camionisti.

Scorre via, intenso e piacevole, lo spettacolo, fino al convinto e prolungato applauso finale.

«C’è o ci potrà mai essere una nuova Marylin?» chiedo, dopo lo spettacolo.

«Assolutamente no» risponde convinta Lucilla.

«Marylin è unica e destinata a rimanere tale. È la reincarnazione di Edipo, il frutto di un’infanzia e di un’adolescenza intrisa di disperazione e irriquietezza, di cui lei prende consapevolezza, arrivando a un irreversibile squilibrio».

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«Com’è nata questa impresa?» domando ancora.

«Ti dico solo che ho impiegato cinque anni a convincere Lucilla a riprenderla» interviene Michela Marelli.

«Il sublime è difficile da portare in scena» ammette la Giagnoni.

«Entrare nell’anima di Marylin, per raccontarne la storia, mi ha permesso/costretto l’accesso a posti nascosti di me».

Ed è proprio questo, a ben vedere, il “dono”, meraviglioso ma a volte anche molto insidioso, di chi fa teatro e lo fa bene, come Lucilla Giagnoni

Gli interventi musicali sono di Paolo Pizzimenti.

Scene e luci, essenziali ma di grande suggestione, curate da Alessandro Bigatti e da Andrea e Massimo Violato.

Gli abiti di scena, insieme alla magistrale capacità d’immedesimazione dell’attrice, “monroizzano” in giusta misura narrazione e spettatori.

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   GuittoMatto

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