Goodmorning Brescia (143) – Una guerra non è mai santa, ma.

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Conferenza stampa per la presentazione del dramma Guerra santa scritto da Fabrizio Sinisi per la regia di Gabriele Russo, con Andrea Di Casa e Federica Rosellini, in scena al teatro Santa Chiara Mina Mezzadri dal 5 al 10 marzo.

Gian Mario Bandera introduce l’incontro sottolineando  quanto sia importante, per il Teatro e per la società, che un certo tipo di riflessioni, capaci di comprendere il personale e il sociale, ricomincino a circolare. «Mi sento di affermare che Guerra santa è appunto uno di quegli spettacoli nei quali è presente ed emerge quella sintonia con la contemporaneità che normalmente è difficile riscontrare». 

«In qualità di membro del consiglio di amministrazione, mi fa molto piacere sottolineare la lungimiranza della scelta effettuata dal CTB puntando su un giovane talento scelto, dopo attenta selezione, tra tanti altri giovani emergenti presi in considerazione per la posizione di “drammaturgo di casa”’» dice Patrizia Vastapane. «Anche perché averlo con noi vuol dire… sottrarlo ad altri teatri concorrenti» .
Conclude poi il suo intervento ricordando che, per allestire lo spettacolo inserito nella rassegna Brescia Contemporanea, il Centro Teatrale Bresciano si è avvalso del contributo di Cariplo e ASM

«Cominciamo dal termine guerra santa o jihad, che arriva a noi occidentali in modo allarmante e allarmato. In realtà, nell’accezione originale e autentica, esso rappresenta l’indicazione di un conflitto intimo di continua sfida con se stesso e di crescita» esordisce Fabrizio Sinisi.
«L’opera è strutturata in una serie di flussi di parole e concetti definitivi e al di fuori di ogni convenzione: qualcosa che non può accadere nella realtà, ma si può verificare, invece, in Teatro.
Quanto alla origine e alla genesi del testo, Sinisi spiega che la stesura del dramma è cominciata solo dopo un approfondito lavoro di documentazione sul terrorismo e, in particolare, sul fenomeno dei “foreign fighter”, la maggior parte dei quali risultano essere molto giovani. «Da lì partì l’intuizione di interpretare il fenomeno alla luce di quel pilastro di analisi conosciuto come “uccisione del padre”, interpretandolo come la reazione impulsiva e violenta di una generazione affamata di risposte che non riceve riscontri o che, per lo meno, quei pochi che vengono forniti dal “Potere”,  li reputa sbagliati».
«Ciò che notai immediatamente fu la sua capacità di calarsi nella realtà senza perdere di vista i più importanti e suggestivi archetipi. Quanto al testo portato in scena, al suo interno sussistono e convivono diversi livelli di narrazione. Il primo è la rottura del rapporto tra padre e figlia, con la fuga di quest’ultima, il ritorno dopo un’esperienza di guerra, e il confronto finale, risolutivo quanto drammatico. Il secondo il racconto dell’infrangersi dell’innocenza, a testimonianza di come alcuni episodi vissuti in gioventù, anche se in apparenza insignificanti, possano cambiare o addirittura stravolgere una intera esistenza. il terzo la metafora del terrorismo come salvagente di tanti giovani alla ricerca di un ideale, smarriti nel caos di un occidente con proposte caotiche, frammentarie e spesso discordanti». Conclude il suo intervento sottolineando come il suo modo di fare regia contempli un articolato e rispettoso percorso di conoscenza e approfondimento del testo che va trattato senza “vestirlo” troppo” e di quanto sia importante lavorare con cura con (e insieme a)gli attori. «Entrambe le cose, peraltro, sono molto difficile quando ci si cimenta con un testo come quello di Sinisi, continuamente cangiante, come un organismo vivente, e, quindi, spiazzante per chi lo interpreta.

«Sinisi lo conobbi in occasione di un rassegna di interpretazioni shakespeariane da parte di giovani drammaturghi, in cui mi colpì con il suo Giulio Cesare» ricorda il regista Gabriele Russo
«Ciò che notai immediatamente fu la sua capacità di calarsi nella realtà senza perdere di vista i più importanti e suggestivi archetipi. Quanto al testo portato in scena, al suo interno sussistono e convivono diversi livelli di narrazione. Il primo è la rottura del rapporto tra padre e figlia, con la fuga di quest’ultima, il ritorno dopo un’esperienza di guerra, e il confronto finale, risolutivo quanto drammatico. Il secondo il racconto dell’infrangersi dell’innocenza, a testimonianza di come alcuni episodi vissuti in gioventù, anche se in apparenza insignificanti, possano cambiare o addirittura stravolgere una intera esistenza. il terzo la metafora del terrorismo come salvagente di tanti giovani alla ricerca di un ideale, smarriti nel caos di un occidente con proposte caotiche, frammentarie e spesso discordanti». Conclude il suo intervento sottolineando come il suo modo di fare regia contempli un articolato e rispettoso percorso di conoscenza e approfondimento del testo che va trattato senza “vestirlo” troppo” e di quanto sia importante lavorare con cura con (e insieme a)gli attori. «Entrambe le cose, peraltro, sono molto difficile quando ci si cimenta con un testo come quello di Sinisi, continuamente cangiante, come un organismo vivente, e, quindi, spiazzante per chi lo interpreta.

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L’ultima parola, com’è giusto che sia, va ai due interpreti.

«Fra me e Federica si è stabilita immediatamente una sintonia comunicativa. Per quanto riguarda il dramma, suggestivamente instabile e fragile nel percorso narrativo, sia uno di quelli che andrebbero visti più volte, perché ogni volta che vengono rappresentati si rivelano un viaggio diverso» rivela Andrea Di Casa.

«Si tratta di un testo che sembra puntare all’assoluto, ma lo fa attraverso creature assolutamente imperfette: è anche per questo che l’ho subito amato» è il suggello finale di Federica Rosellini.

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Brescia, città del Teatro (6) – Una vecchia signora davvero “esplosiva”

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L’inizio è di quelli che si dicono estremamente pericolosi: un lunghissimo, interminabile silenzio, scandito soltanto dalla ritmico battere del piede dell’agguerrita novantenne sull’orlo dei nervi interpretata dalla volitiva Sara Bellodi.
Pericoloso, si: perché, come diceva un amico con qualche anno di esperienza nella pratica dei teatri, a quel punto o il pubblico raccoglie la sfida, oppure se ne va.
Il numeroso pubblico che ieri sera, nella Sala della Comunità di Marone, era accorso ad assistere allo spettacolo, primo di un trittico (la rassegna “A un passo dal palco”) pensato e assemblato presso la Sala della Comunità di Marone da Carlo Hasan e dalla sua fresca creatura, l’Associazone New Coat of Theatre, ha optato per la prima scelta, decidendo di rimanere.
Il battito compulsivo del piede, in realtà, altro non voleva essere, e in questo modo è arrivato agli spettatori, come quel gorgoglio un po’ sinistro che proviene da un tubo a lungo occluso da una bolla d’aria o da vecchie calcificazioni, prima che l’acqua cominci a erompere, copiosa e inarrestabile.

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C’è una quotidianità priva di ogni sorta di slancio e di autentiche emozioni, nello sbarramento che impedisce lo scorrere della vita, quella noia, quel fastidio di vivere provocato da una lunga e grama esistenza che trasforma anche un piccolo contrattempo, come il mancato addebito di una bolletta in un macigno che si rivela impossibile da sostenere.
Ricordi che riaffiorano dalle profondità limacciose dello stagno della memoria, e che, una volta in superficie, esplodono, causando al presente gravissimi danni. Quanto al futuro, «è una porta sempre senza chiavi», dice l’anziana, soprattutto quando una compagnia anonima, assente e muta, come quella di un figlio che vive nella stessa casa ma non è mai effettivamente presente, rende la solitudine ancora più intollerante.

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È un finale di dramma convulso, un delirio lucido, una confessione-invettiva in continuo crescendo, che trova in una bizzarra assimilazione-metamorfosi e in un folle progetto di strage, il suo (quasi) naturale sfociare.
Sara Bellodi si spende emotivamente e fisicamente senza risparmio per tutto il complesso monologo. Il pubblico la premia, alla fine, con prolungati applausi: annotazione ancora più importante ove si consideri che non si tratta di quello che comunemente si suol definire uno “spettacolo facile”.

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Sara Bellodi e Carlo Hasan

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«Quello che intratteniamo con gli anziani, è un rapporto di amore in continua evoluzione» spiega poi, nel breve ma coso dialogo a sipario abbassato con gli spettatori.
«Una equazione senza soluzione stabile, in cui il rapporto tra le tre incognite A (anziani), B (maturi), C (giovani), comporta un continuo alternarsi di posizioni: mentre ci ragioniamo, mentre ancora le stiamo discutendo, ci troviamo ad accorgerci che, nostro malgrado, da C siamo già passati a B e siamo in procinto di diventare A».

Ed è proprio così, accidenti.

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da un’idea di Giulia DonelliSara Bellodi Carmen Giordano
con Sara Bellodi
testo di Giulia Donelli

Una donna di novant’anni vive con il Figlio disoccupato. Le sue giornate sono scandite dal solito tran tran: spesa, bollette, file alla posta, preparare pasti, mosche e noia, noia e mosche. Ma quando qualcosa cambia il corso di questa routine, la donna è pronta per coglierla al volo e dare finalmente un senso alla propria vita: non è mai troppo tardi, nemmeno a novant’anni. Una serie di coincidenze che culminano in un blackout elettrico portano la vecchia a fare un ragionamento spietato sulla propria vita e sulla società, che si basa sullo sfruttamento dei giovani da parte dei vecchi. A partire da quel blackout, niente sarà più come prima! E lei non sarà più solo una donna, ma una superdonna, una supereroina vecchia, con tutti i suoi anni e tutti i sacri crismi dei supereroi che combattono il male in nome della giustizia.

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GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Anche Mara giocava a palla. Con la vita e con le vite.

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LA VITA (E LA MORTE) DI MARA CAGOL
(estratto tratto dalla «Enciclopedia delle donne»)

Margherita è l’ultima di tre figlie: il padre gestisce a Trento la “Casa del sapone”, la madre lavora in una farmacia.
Margherita ha come guida spirituale un prete gesuita, nei pomeriggi tiene compagnia agli anziani negli ospizi di Trento. È sportiva: scia, gioca a tennis, le piace camminare in montagna. Alle superiori si iscrive a ragioneria e si diploma con la media del 7. Durante la scuola comincia a studiare chitarra classica e in breve diventa la terza chitarrista più brava d’Italia, suonando anche all’estero: potrebbe essere quella la strada da intraprendere. Invece no, si iscrive alla facoltà di sociologia a Trento.In Italia non esiste nulla di simile. Tra i professori ci sono Beniamino Andreatta e Romano Prodi.Tra gli studenti Renato Curcio e Mauro Rostagno, che dividono una casa in riva al fiume Adige.
È il 1966 e gli studenti di Trento decidono di occupare l’università: è il primo caso in Italia. Anche Margherita partecipa a questa protesta ma non rimane a dormire in facoltà, perché i genitori non glielo consentono, deve rientrare a casa alle 19,00…L’anno successivo comincia a collaborare al giornale «Lavoro Politico» che nel 1968 diventa un periodico di riferimento per la sinistra. Alla Facoltà di Sociologia arriva come rettore Francesco Alberoni. A lui Margherita propone la tesi: uno studio sulla Qualificazione della forza lavoro nelle fasi dello sviluppo capitalistico. Si laurea il 29 luglio del 1969 con 110 e lode.
Il primo agosto Margherita e Renato si sposano, contro il parere del padre di lei, che non reputa Curcio capace di prendersi cura della figlia. Il matrimonio verrà celebrato in chiesa, nonostante quello che entrambi pensano del “matrimonio borghese”, ma Margherita vuole evitare la rottura con la sua famiglia. 
Siamo in pieno “autunno caldo”: scaduto il contratto nazionale dei metalmeccanici, le iniziative di protesta sono continue. Margherita e Renato frequentano il CUB (Comitato Unitario di Base) della Pirelli e i Gruppi di Studio che si costituiscono nelle grandi fabbriche: SIT Siemens, Alfa Romeo, Marelli; conoscono Mario Moretti e Alberto Franceschini.
Dal convegno del Collettivo Politico Metropolitano ( CPM) di Pecorile (settembre 1970) nasce il primo nucleo che darà vita alle Brigate Rosse. L’incontro viene organizzato da Franceschini, il quale di Margherita dirà: “L’impressione che ne ebbi fu di grande fiducia. Mara, che pur non appariva e non ci teneva a farlo, non era considerata da nessuno una figura secondaria.”
Curcio nel suo Progetto Memoria scriverà: “Che lei abbia voluto l’organizzazione armata quanto me, se non più di me, è un fatto.”
Il gruppo decide di “passare all’azione” ma ci vuole una sigla. In memoria delle brigate partigiane decideranno di usare la parola “brigata” e Margherita proporrà “rossa”. Come simbolo verrà scelta la stella a cinque punte iscritta in un cerchio, la stessa utilizzata dai Tupamaros uruguaiani.
Margherita sceglie il suo nome di battaglia: Mara.
Nel 1971 Mara rimane incinta, ma perderà il bambino al sesto mese, dopo una caduta dal motorino.
Nel 1972 il passaggio definitivo alla clandestinità e alla lotta armata li farà rinunciare per sempre all’idea di un figlio. In seguito all’occupazione delle case popolari di Quarto Oggiaro, operazione della quale era l’anima, Mara viene arresta per la prima e unica volta: rimane a San Vittore per cinque giorni.
Le BR alzano il tiro al “cuore dello Stato”. Il bersaglio è il giudice Mario Sossi, e il “piano” richiederà un anno e mezzo. Sossi viene sequestrato nell’aprile 1974 da una ventina di brigatisti a Genova, compresi Cagol e Franceschini. La prigionia di Sossi durerà 35 giorni e i giornali quasi non parleranno d’altro fino alla sua liberazione. L’8 settembre del 1974 Renato Curcio e Alberto Franceschini vengono arrestati a Pinerolo, denunciati da un infiltrato – Silvano Girotto, detto Frate Mitra. Vengono presi altri brigatisti, la Cagol rimane sola a portare avanti la colonna torinese.
Il 18 febbraio 1975 Margherita, con una parrucca bionda e altri cinque uomini arriva al carcere di Casale. È giorno di visite, suona il campanell
o con un pacco in mano. Appena le viene aperto punta un mitra verso il piantone.
Curcio è al piano superiore, scende, verrà liberato senza sparare un colpo. Il «Corriere della Sera» commenterà: “Un’umiliazione dello Stato” e il generale Dalla Chiesa inveirà contro chi ha lasciato il capo delle Brigate Rosse in un carcere “di cartapesta”.

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Mara viene uccisa nel 1975 nel corso di uno scontro a fuoco, le cui modalità sono state ricostruite anche in modo alternativo rispetto alla “bversione ufficiale”, nei pressi di una cascina nei pressi di Canelli, nella quale era stato rinchiuso l’industriale Vittorio Vallarino Gancia, industriale dello spumante, rapito per procurare fondi alle Brigate Rosse.

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LO SPETTACOLO

La casa di Margherita, che poi diventerà Mara, è uno stagno adagiato in volute nebbia. Una famiglia della piccola borghesia, chiusa in se stessa e nell’alternarsi di giorni sempre uguali, senza entusiasmo, senza prospettive, senza obbiettivi, senza sogni da realizzare, neanche da pensare, senza niente. Una famiglia grigia, come quel muto bianco e nero che fluisce da una televisione sempre accesa in palcoscenico. Le inutili parole tra padre e figlia vengono scambiate nella lingua più rassicurante che ci sia: il dialetto trentino.
Sono gli studi di Margherita, a smuovere in qualche modo la situazione, cambiando gli accenti, alternando le banali e ripetitive conversazioni domestiche con una tagliente enunciazione schematicamente politica e intessuta di dogmi, propria della sinistra estrema e arrabbiata degli anni di piombo.

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Sì, qualcosa cambia, repentinamente, perché «Non è la coscienza a determinare la vita, ma la vita che determina la coscienza», come dice la ragazza, sempre più Mara e sempre meno Margherita.
«Mi viene sempre la nusea, quando penso a una vita normale» confessa Mara, ed è istantanea liberazione interiore: un fuco che, all’improvviso, uscendo dal bozzolo, si trova pipistrello, piuttosto che farfalla
Va avanti nel tempo, segue e scandisce lo scorrere degli anni ma, come in certi brutti sogni, resta fermo sul posto, sempre allo stesso spiazzante livello di incomunicabilità, il non-dialogo tra padre e figlia.
Presenti nei riferimenti ma lontani, al punto di lasciare trasparire assenze di autentici agganci con quell’estenuante e lacerante confronto generazionale, la mamma e lo stesso Renato Curcio, di cui si avverte la fondamentale importanza nella vita di Mara Cagol, soprattutto, però, nella funzione di rafforzamento di idee già elaborate e di decisioni già prese.

Sarà la morte (violenta) di Mara e quella (annunciata e imminente) del suo genitore, che li riuniranno finalmente in un’altra dimensione?

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Francesca Porrini e Andrea Castelli, a fine spettacolo,
raccolgono gli applausi tributati dal pubblico bresciano.

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Il testo (cronaca dell’evolversi di una interpretazione estrema e totalizzante della politica, individuale e collettiva, più che narrazione di una vicenda umana) è per forza di cose, piuttosto complesso e concettuoso, e ciò non giova, per quanto ovvio, alla dinamicità. Altrettanto dicasi per la scelta, del resto del tutto coerente, se non addirittura necessaria, di lasciare largo spazio all’uso del dialetto, che a volte, inevitabilmente, toglie qualcosa alla completa comprensibilità. Degna di menzione l’interpretazione dei due interpreti che, comunque, riescono a non appiattire il ritmo della recitazione e a mantenere alta la tensione emotiva dei personaggi e degli spettatori che gremiscono il Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri.
Il pubblico bresciano mostra chiaramente di avere apprezzato, tributando, al chiudersi del sipario, lunghi e ripetuti applausi.

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GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Il Jekyll di Sinisi è un doppio misto. Gotico.

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Al di là e prima di ogni altra considerazione su «Jekyll», appena andato in scena al Teatro Sociale, salutato da un lungo e convinto applauso finale, una cosa dev’essere chiara per tutti: impossibile aspettarsi che Fabrizio Sinisi , giovane e talentuoso drammaturgo di casa, si limiti ad “adattare” un testo, fosse anche un capolavoro della letteratura mondiale di tutti i tempi come «Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde», una delle più affascinanti e inquietanti storie scritte da Robert Louis Stevenson, già portata più volte in palcoscenico e sullo schermo (celeberrimi i film del 1931 -regia di Rouben Mamoulian con Fredric March e 1941- regia di Victor Fleming con il magico duo Spencer Tracy & Ingrid Bergman).

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Il libro:


Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde (Strange Case of Dr Jekyll and Mr Hyde, 1886) è un raccontoo gotico dello scrittore scozzese Robert Louis Stevenson. Un notaio londinese, Gabriel John Utterson, investiga i singolari episodi tra il suo vecchio amico, il dottor Jekyll, e il malvagio Mister Hyde. L’impatto della storia è stato universale, facendo entrare la definizione Jekyll e Hydenel linguaggio comune a significare una persona con due distinte personalità, una buona e l’altra malvagia; o la natura normalmente buona ma talvolta totalmente imprevedibile di un individuo; in senso psicologico, è diventata la metafora dell’ambivalenza del comportamento umano, e anche del dilemma di una mente scissa tra l’Io e le sue pulsioni irrazionali (da Wikipedia)

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La trama in dettaglio:


L’avvocato Utterson viene a conoscenza di uno sgradevole episodio che ha per protagonista Edward Hyde, un sinistro quanto brutale individuo che, a quanto pare, gode della protezione del suo integerrimo amico medico Henry Jekyll. Non riuscendo a comprendere cosa possano avere in comune due persone così diverse tra loro, pensando che Jekyll possa essere sotto ricatto, Utterson decide di indagare personalmente. Nel corso delle sue ricerche, viene a sapere che Jekill sta lavorando su alcune sue strane teorie scientifiche. Quando poi Utterson gli esterna le sue preoccupazioni, il medico gli risponde tranquillamente che può disfarsi dell’altro come e quando vuole. Le cose, però, non vanno come previsto: viene commesso un delitto, di cui Hyde è dichiarato colpevole e Jekyll si incupisce e si chiude in se stesso sempre più. Hyde sembra scomparso, ma l’umore del medico si fa sempre più cupo, finché, nel suo studio, viene trovato un cadavere con le sembianze di Hyde e i vestiti di Jekyll. In una lettera è chiarito il mistero: a causa di un siero di sua composizione, in grado di cambiare il suo aspetto fisico e la sua mentalità, Jekill si è sdoppiato separando il bene e il male presenti nel suo animo, ma la parte “cattiva”, gradualmente stava prendendo il sopravvento.
A quel punto allo sventurato medico non è rimasto che il suicidio.

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Lo spettacolo:

Come si è detto in apertura, sulla locandina è scritto “liberamente ispirato all’opera di” e mai parole furono più appropriate: Fabrizio Sinisi smonta e rimonta a modo suo l’opera, sia in senso narrativo che cronologico, rendendola qualcosa di collegato all’originale ma, nello stesso tempo, di completamente diverso da esso. Il linguaggio è quello che ormai abbiamo imparato a conoscere dell’Autore barlettano: colto, cerebrale, frutto di un lungo e attentissimo lavoro di scelta di termini, parafrasi, perifrasi e circonluzioni, di misura certosina di parole e periodi, propenso a cedere qualcosa all’immediatezza della comunicazione a vantaggio di un’assoluta perfezione della costruzione letteraria e narrativa.

L’atmosfera, grazie anche all’eccezionale lavoro del geniale scenografo Alessandro Chiti (lo stesso di «Macelleria messicana» e «Il vecchio e il mare», tanto per intenderci) immerge lo spettatore in un oscuro ambiente gotico che ammicca senza possibilità di equivoco agli allucinati deliri propri di Edgar Allan Poe, con tanto di cimitero e antica navata di una chiesa.

Il tema è quello del “doppio”: dall’inganno degli specchi, che sembrano dire la verità ma, in realtà, riflettono un’immagine simmetrica all’originale, alla querelle «Non è giusto che le opere d’arte più belle siano copie di altre opere d’arte» all’amara considerazione sulla difficoltà di «distinguere tra un braccio che ti salva e un braccio che ti offende» per finire con gli attori che volteggiano a ritmo di musica conducendo tra le braccia finte ballerine.

La ferita, che lacera narrazione, protagonista e comprimari, è una totale assenza di speranza, ribadita e certificata, con accenti di amaro sarcasmo, da una grottesca confessione e da un arrabbiato discorso delle beatitudini declinato a rovescio. Proprio come in uno specchio oscuro, appunto.

Della sontuosa scenografia abbiamo già detto. Luci, effetti, accompagnamento musicale e costumi impeccabili. Bravissimi gli attori, tutti, con un’ovvia menzione per l’ispirato Luca Micheletti, cupo e rabbioso quanto basta, esuberante nella recitazione come e più di sempre e in piena forma fisica, come dimostrato da una sorprendente corsa nella corsia centrale della platea, degno dello sprint di un centometrista di professione.

Insomma, una grande, doppia conferma: sia delle capacità narrative di Fabrizio Sinisi, sia della crescita che consacra Luca Micheletti come uno dei migliori attori italiani del momento.
E, il sospetto che, per entrambi, il meglio debba ancora venire.

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JEKYLL
di Fabrizio Sinisi
liberamente ispirato all’opera omonima di Robert Louis Stevenson
regia Daniele Salvo
scene Alessandro Chiti
costumi Daniele Gelsi
luci Cesare Agoni
musiche originali Marco Podda
maschere e oggetti scenici Bruna Calvaresi
con Luca MichelettiCarlo ValliGianluigi FogacciAlfonso VenerosoSelene GandiniSimone CiampiElio D’Alessandro
produzione Centro Teatrale Bresciano
video promo Nicola Lucini – Arkfilmmaker

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GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Viviana Simone: il Teatro a tutto campo

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Viviana Simone interpreterà il ruolo dell’enigmatica Olga nella commedia «Sua Eccellenza è servita» che venerdì prossimo alle 20,30 andrà in scena al Teatro Sant’Eugenio di Palermo (repliche sabato alla stessa ora e domenica, in pomeridiana, alle 18,30) .

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Prima esperienza nel 2002 in Spagna con il musical «Halloween» nell’ambito del VI Festival Internazionale di Almagro. Dovevi essere poco più di una bambina. Che cos’è adesso, Viviana Simone, dopo più di sedici anni di frequentazione del palcoscenico?

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Credo che ciò che differenzia quella che sono oggi da quella che ero 16 anni fa sia la maturata consapevolezza che il teatro sia la mia vocazione. Credo fortemente che ogni essere umano, in vita, sia chiamato a compiere un disegno, una “missione” e tanto spesso ci si affanna per capire quale sia la propria. Tutti gli anni di palcoscenico che ho alle spalle, con tutte le annesse difficoltà, mi sono serviti a riconoscere e affermare oggi, fortemente, che il palcoscenico è il mio posto, il luogo che più di ogni altro mi rende felice, quello che mi permette di dare corpo a quello che per me è il senso della vita: la condivisione.

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Hai cominciato con un musical e un musical di grande successo, la versione italiana del format «Le Bal» ti ha riservato grandi soddisfazioni e un numero notevole di repliche in tutta Italia. Cosa rappresentano per te la musica e il ballo?

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Sono nata da una coppia di genitori conosciutisi in radio: mio padre faceva il dj, mia madre la speaker. Inutile dire quindi che sono cresciuta ascoltando musica che è da sempre, per me, una compagna fondamentale. È stato l’amore per la musica e la ricerca di un continuo rapporto di unione e scambio con essa che mi ha portato, da piccolissima, a praticare la danza, poi a studiare il canto e solo in seguito sono approdata al teatro. Di sicuro ogni disciplina fa vibrare in me delle corde diverse e se devo provare a spiegare cosa, per me, rappresenti ognuna di esse credo di poterle sintetizzare così: la musica è la forma d’arte universale per eccellenza, la più leggibile, la più coinvolgente, quella che ti fa sentire libero ma allo stesso tempo appartenente ad un tutto. Il canto è il mezzo di unione più profonda con se stessi: quando usi la voce sei nudo, non hai maschere, non puoi mentire o sottrarti al raccontare te stesso. La danza è lo strumento più ordinato e codificato nel quale puoi veicolare le energie, i pensieri incontrollati; è l’istinto che fatto forma raggiunge la sua massima espressione. Il teatro è la scatola che contiene tutte le precedenti e che con un pizzico di magia ti permette di sentire e vedere oltre tutto ciò che puoi toccare con mano.

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Piuttosto che sciorinare il tuo curriculum, che impegnerebbe praticamente la totalità dello spazio a disposizione per questa intervista, preferisco chiedere a te quali siano i passaggi più significativi della tua carriera.

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Difficile rispondere a questa domanda: non sarei la persona e l’artista che sono se non avessi vissuto ogni singola esperienza che è nella mia storia. E’ stato fondamentale il ruolo di chi mi ha iniziata al teatro: Antonio Minelli, un maestro che sin da quando ero bambina mi ha insegnato il rigore e l’etica del lavoro da teatrante. Altrettanto importante è stato il lavoro fatto anni dopo con Debora Colamaria, la prima regista che osò dirmi “questa è la tua strada”.Se penso poi al mio passato più prossimo non posso non citare l’incontro con Giancarlo Fares, grazie al quale ho capito che tipo di attrice voglio essere e che continua costantemente a sostenermi e accompagnarmi nella mia crescita artistica, Carlo Boso, che mi ha insegnato il valore per la tradizione teatrale e l’importanza di guardare al futuro consci della propria storia e Chiara Michelini, una danzatrice che seguo da qualche anno che ogni giorno ispira la mia volontà di rendere, sulla scena, il mio corpo poesia.

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Non solo attrice, ma anche appassionata di regia e d’insegnamento. Diamo un posto anche a queste due attività.

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La passione per la regia credo abbia molto a che fare con la mia caratteriale “mania del controllo” unita alla mia forte identità teatrale: sono una spettatrice molto difficile e pretenziosa, so qual è il teatro che mi piace vedere e di conseguenza amo l’idea di poter creare e condividere con gli altri “il mio teatro”. Sicuramente nel mio percorso artistico, il momento della regia a 360° arriverà. Anche l’insegnamento è un altro capitolo del mio percorso: ho iniziato un po’ per gioco e un po’ per scommessa (non pensavo di esserne portata!) e mi sono ritrovata in un mondo meraviglioso. Insegnare teatro è stimolante, ti permette di dare un contributo attivo alla formazione delle persone e di conseguenza di una società sana e rappresenta anche per se stessi una continua opportunità di crescita attoriale e personale.

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Proprio in qualità di aiuto regia, nel 2017, sei stata coinvolta nella messa in scena dello spettacolo “Sua Eccellenza è Servita” di Patrizio Pacioni e Salvatore Buccafusca per la regia di Giancarlo Fares (al quale, con ogni evidenza, ti lega un rapporto professionale particolarmente fecondo). Ora, a poco più di un anno di distanza, la commedia sarà a Palermo (Teatro Sant’Eugenio 11 e 12 gennaio alle 20,30 e 13 gennaio alle 18,30). Viviana Simone esce dalle quinte ed entra in palcoscenico in qualità di protagonista, indossando i panni della problematica e misteriosa Olga, interpretata nelle prime rappresentazioni da Guenda Goria. Com’è stato il tuo approccio con il personaggio?

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Il processo è stato strano: conoscevo già bene lo spettacolo ed ero molto affezionata ai personaggi così come erano interpretati tanto che essere inserita nel cast e aver quindi portato ad una variazione degli equilibri precostituiti (cosa che naturalmente succede quando i membri di una compagnia cambiano) è stato come essere catapultati in un progetto totalmente nuovo. Ho provato a filtrare Olga attraverso la mia persona, ho dapprima cercato i punti comuni tra il personaggio e il mio essere donna, per poi spingermi ad esplorare le sfaccettature più distanti e articolate del personaggio. Spero che il risultato della mia ricerca sia un’Olga sicuramente diversa da quella di Guenda ma altrettanto efficace.

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Uno spettacolo al quale non vorresti avere partecipato (ma l’hai fatto) e uno spettacolo che vorresti fortissimamente far tuo (ma ancora non l’hai fatto). Ciò che senti come un “lato forte” della tua attività teatrale e qualcosa che invece vorresti rafforzare (sempre che ci sia).

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In questo periodo della mia vita sono davvero una “spugna”, alla continua ricerca di nuovi stimoli e nuove prove; ritengo che un’effettiva crescita si possa raggiungere solo facendo il maggior numero possibile di esperienze diverse in ambito teatrale. Per questo non sento di poter rinnegare qualcosa che ho fatto come di poter sintetizzare nel titolo di uno spettacolo ciò che vorrei ancora fare. Posso citare “El Cid” di Corneille e dire che è una pièce di cui prima o poi vorrei essere la protagonista. Riguardo i miei punti di forza e i miei punti deboli che dire… io sono costantemente il mio punto di forza e il mio punto debole. So che questo vuol dire tutto e non vuol dire niente ma la mia formazione artistica è ancora talmente in movimento che non so bene come poter rispondere a questa ultima domanda. Mi auguro di avere ancora tanto tanto tempo per potermi sorprendere del mio mestiere e spero che arrivi il più tardi possibile il momento in cui potrò dire “cosa è andato e cosa no”.

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Per concludere l’intervista nel più tradizionale dei modi: cosa c’è nel prossimo futuro di Viviana Simone?

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Il prossimo futuro si chiama “La Commedia di Gaetanaccio” che andrà in scena al Teatro Eliseo dal 19 Febbraio al 10 marzo 2019. E a seguire chi vivrà vedrà…

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GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Donato Altomare: dalla Puglia con fervore

Donato Altomare, giovane attore pugliese, è una delle due new entry (dell’altra vi parleremo a breve) nel cast di «Sua Eccellenza è servita» , la commedia scritta da Patrizio Pacioni e Salvo Boccafusca per la regia di Giancarlo Fares che andrà in scena a Palermo da venerdì a domenica prossima, al Teatro San Raffaele di Palermo (produzione Le Ombre di Platone). Ve lo presentiamo in questa breve intervista.

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Uomo e artista dalle molteplici risorse: canto, musica, danza (balla praticamente tutto). Per non parlare alla pratica dello sport. declinata in un numero persino ingombrante di specialità, e delle abilità circensi da giocoliere. Ti piace vincere facile, eh?

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Effettivamente leggere il tutto elencato in questo modo fa un certo effetto ma non mi sento speciale o superiore ad altri. Sono una persona molto curiosa e amante delle nuove esperienze. Questo mi ha portato ad avvicinarmi a diverse forme d’arte in modo più o meno approfondito tentando di arricchire le mie conoscenze e le mie esperienze in modo poi da riversarle sul mio lavoro. 

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Con un simile biglietto da visita,  ovvio che nel tuo curriculum abbondino i musical: da «Rapunzel»  (fianco a fianco con Lorella Cuccarini) a «Non si uccidono così anche i cavalli», a «Mamma mia», a «Fame», «Evita»…  qual è stato quello che ti ha fatto sentire più realizzato?

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Ogni singolo spettacolo a cui ho preso parte nella mia breve carriera ha significato qualcosa per me e ha aggiunto un tassello al professionista che sono oggi. Ma se proprio dovessi sceglierne qualcuno non potrei non pensare al mio debutto come professionista in “Rapunzel” al Teatro Brancaccio di Roma con Lorella Cuccarini e a “Billy Elliot” lo spettacolo del Teatro Sistina con la regia di Massimo Romeo Piparo che mi ha accompagnato negli ultimi 3 anni in giro per tutta Italia interpretando un ruolo che ancora porto nel cuore. (Tony Elliot, il fratello di Billy)

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Dall’11 al 13 di gennaio sarai in scena al Teatro San Raffaele di Palermo (per la regia di Giancarlo Fares) con la commedia «Sua Eccellenza è servita», di Patrizio Pacioni e Salvatore Buccafusca. Vuoi parlarci del tuo approccio allo spettacolo e del personaggio al quale sei chiamato a dare vita, il sapido e scaltro oste Osvaldo (interpretato negli spettacoli andati in scena fino a questo momento, ad Acquapendente e a Roma, dal bravissimo Francesco Sala)?

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Il testo è sicuramente molto divertente senza però privarsi di bei momenti di riflessione sulla società odierna. Sono partito da ciò che ha egregiamente fatto Francesco per poi virare ad un approccio totalmente personale sia nell’accento  scelto (il pugliese) sia nelle movenze. In questo ringrazio i colleghi e il regista Giancarlo per l’avermi aiutato a cercare la giusta chiave interpretativa.

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Qual è il tuo rapporto con il pubblico? Cosa pensi di dare agli spettatori delle rappresentazioni che ti vedono coinvolto in qualità di interprete e cosa pensi di ricevere in cambio?

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Sul palco non c’è altra soluzione se non il darsi totalmente in pasto al pubblico. Viviamo in un momento storico in cui siamo continuamente bombardati di informazioni velocissime. Questo ci ha resi paradossalmente più distratti, questa distrazione latente si avverte anche in teatro rendendo il lavoro di noi attori molto più difficile ma anche, quando si riesce a farlo a pieno, più gratificante. Il mio obiettivo, quando sono in scena, è portare a termine il mio compito nel miglior modo possibile sempre al massimo ricordandomi che il pubblico è lì presente e, se sei abbastanza convincente, riesce a raggiungerti nella storia e a ricompensarti con applausi che ti ripagano di tutto.
Il mio obiettivo, quando sono in scena, è portare a termine il mio compito nel miglior modo possibile sempre al massimo ricordandomi che il pubblico è lì presente e, se sei abbastanza convincente, riesce a raggiungerti nella storia e a ricompensarti con applausi che ti ripagano di tutto.

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Descrivi in poche parole ciò che il teatro rappresenta nella tua vita, personale e professionale.

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Non faccio altro da anni. Certo, si accettano compromessi, come tutti. Lontano dalla propria famiglia, sempre con una valigia pronta a seguirti e lo spauracchio dell’instabilità lavorativa. Ma non immaginerei mai la mia vita senza un palco su cui salire.

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Prossimamente? Gli appuntamenti e i progetti per il futuro di Donato Altomare.

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Spero di potervi dare qualche news al più presto. Per adesso, mi godrò a pieno questi giorni a Palermo, i miei primi giorni a Palermo non essendoci mai stato. Non vedo l’ora! 

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Brescia, città del Teatro (5): lo stile di Rosetta

Pubblico
Un folto pubblico ha gremito il San Carlino la sera di giovedì 20 dicembre

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A introdurre il dramma è Vittorio Palumbo, napoletano verace che a Brescia, dove ha trascorso ormai più di quarant’anni, di cui la metà dedicata al Teatro dell’impegno e della fatica, l’amore incondizionato per il palcoscenico che, come qualsiasi altra espressione autentica dell’Amore, appunto, omnia vincit: indifferenze, gelosie, invidia, soprattutto la scarsità delle risorse economiche idonee e necessarie per mandare avanti i progetti artistici.

Palumbo parla con soddisfazione orgoglio della collaborazione con Telethon, cui è devoluto per intero l’incasso della serata, e con BNL che ne curato l’organizzazione, per poi presentare la pièce, ispirata al romanzo «La ciociara» che Alberto Moravia scrisse nel 1957, ripreso tre anni dopo e trasposto sullo schermo da Vittorio De Sica nell’omonimo film che, tra i tanti altri riconoscimenti ricevuti, fruttò l’assegnazione del Premio Oscar a Sofia Loren.

Inquadra con sintetica suggestione il contesto storico in cui si dipana la narrazione, poi lascia parola e azione agli attori (sono suoi allievi?).

La prima scena di «La storia di Rosetta» (prodotta dasll’Associazione APS Clemente di Rosa) è scandita dal rombo degli aerei e dagli scoppi di un bombardamento al quale è sottoposta un’umanità dolente che, invece di mettere in comune le poche energie rimaste per sopravvivere, non sa fare di meglio che mettersi a litigare, come i capponi di Renzo, destinati al macello.

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A dominare è il senso di estrema precarietà, la difficoltà ad assumere decisioni il cui esito sembra essere dettato più dal caso che dalla volontà e progetti dei singoli. Rintanarsi da qualche parte e stare ad aspettare o mettersi in viaggio per cercare un rifugio più sicuro? Dove andare? Come, e con chi?

Rosetta e la mamma Cesira optano per l’azione, per un tentativo di fuga, dando inizio a un viaggio della speranza  nel corso del quale ogni gesto e ogni battuta preannunciano che si tratterà di una dolorosa via crucis. E come potrebbe essere diversamente, passando attraverso un’umanità che, devastata dalla sofferenza, dalle privazioni e dall’incombere della morte, a trasformarsi in un gregge di pecore matte che si rinchiudono all’interno di una staccionata costruita con i più piccoli e miseri interessi personali?

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La scena finale, la bestiale violenza che madre e figlia subiscono in una chiesa, è corale, suggestiva  e lacerante. Con la virtù della piccola Rosetta è la speranza stessa a venire fatta a pezzi e massacrata.

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Spettacolo intenso, senza pause né cali di tensione. C’è anche un momento di canto e di coreografia, con la brava e intensa Tina Ascione (l’eroica Cesira) che, in uno dei pochi momenti di trabquillità, canta con brio la canzone popolare «Quando la ciociara se marita» e gli altri attori che l’accompagnano in coro.

Da citare la giovane Valeria Materia, che si cala con convinzione ed efficacia nei panni della sventurata Rosetta. Tra gli altri (tutti da elogiare) una particolare menzione per la concentrata e attenta “narratrice” Francesca Capaldo e per la vigorosa interpretazione di Roberto Zagatti che interpreta il fattore che, per un breve ma significativo periodo, ospita madre e figlia.

Una delle peculiari caratteristiche di Vittorio Palumbo “teatrante” è sempre stata quella di riuscire  a fare sempre con poco con poco. Ebbene, questa volta, sempre con poco, avvalendosi cioè di attori non professionisti e di una scenografia ancor più ridotta all’osso del solito, è riuscito a fare davvero moltissimo.

Gli spettatori e Telethon ringraziano sentitamente.

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Locandina


GuittoMatto

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Festival Bazziniano: buona… l’ultima!

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Compositore, violinista, erudito e ispirato docente, l’ “Anti-Verdi“,  il “Novello Paganini”, Leopardi del violino” come pure venne appellato, troppo cosmopolita, troppo paneuropeo, per i suoi tempi, in qualche fu modo offuscato da una Storia rimasta indietro come un vecchio orologio. 

E, come accaduto ad altri Grandi, più “dimenticato”, a lungo, proprio dalla sua terra  e dai concittadini di diverse generazioni.

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Dunque doveroso, quanto ben realizzato e riuscito, il «Festival Antonio Bazzini – Brescia e l’Europa 1818 / 2018»  articolata iniziativa mirata a onorare l’arte e la memoria di Antonio Bazzini, grande musicista bresciano, che il CTB ha fatto propria e organizzata di concerto (mai termine fu più adeguato e ben collocato) con il Conservatorio di Musica Luca Marenziouna rassegnache si è svolta con successo e si è conclusa ancor meglio.

Per meglio spiegare ciò che ho visto poco fa al santa Chiara, ritengo utile una premessa il cui senso sarà pienamente comprensibile più avanti: le tesi di laurea si dividono essenzialmente in due tipologie: le sperimentali e le compilative. Quella che è stata assegnata a quel sempre giovane e sempre curioso studente della vita che risponde al nome di Costanzo Gatta, in occasione del Festival Antonio Bazzini –Brescia e l’Europa 1818 / 2018, appartiene, con ogni evidenza, e per fofrza di cose, alla seconda categoria.

Al termine del vasto programma del festival, si trattava infatti di celebrare con una pièce che rievocasse in modo dettagliato la vita, la carriera artistica e didattica, gli orientamenti creativi e la filosofia musicale del mai abbastanza celebrato e valorizzato violinista e compositore bresciano.

Ebbene, con «Bazzini, l’Antiverdi?» andato in scena al Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri poche ore fa, Costanzo Gatta ha composto e diretto con la consueta maestria la sua tesi compilativa, riuscendo a trasformarla, grazie anche alla bravura e dall’impegno degli interpreti (in ordine di apparizione Monica Ceccardi, Miriam Gotti, Silvia Quarantini e Daniele Squassina) in un appuntamento vivace e attrattivo, che ha tenuto attenti e partecipi gli spettatori dall’inizio alla fine (contrassegnata da lunghi e ripetuti applausi).

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Costanzo Gatta… in azione

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L’intelaiatura dello spettacolo è estremamente lineare ma di grande efficacia: tre giovani donne, riunite in quel che sembra una specie di redazione di qualche quotidiano o periodico, ricostruiscono, momento per momento, la intensa e girovaga esistenza del maestro, voci e pettegolezzi inclusi.  La rievocazione va avanti tra passato e presente, con tanto di selfie e riprese filmate, scandito dalle immagini di personaggi e luoghi che scorrono sul grande schermo della videoproiezione. I successi, le sconfitte, i sogni e le disillusioni, i difficili rapporti con la critica, la visione cosmopolita di vita, cultura e musica, in contrapposizione con Verdi e con il melodramma, imperante in Italia, si dipanano in ordine cronologico nella suggestione dei colori degli abiti femminili (creati e realizzati da Gianni Tolentino),  negli inserti di canto, nelle coreografie semplici quanto suggestive firmate da Orietta Trazzi, nell’immedesimazione (anche fisica) nel personaggio di Daniele Squassina. Semplicemente impeccabile, come sempre, l’accompagnamento delle luci di Cesare Agoni.

Si replica ancora domani sera, a partire dalle 20,30.

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Bazzini, l’AntiVerdi?

ideato, scritto e diretto da Costanzo Gatta

Con Monica CeccardiMiriam GottiSilvia QuarantiniDaniele Squassina.

costumi Gianni Tolentino

luci di  Cesa dire Agoni

coreografie di Orietta Trazzi

registrazioni di Gabriele Gasparetto

direzione tecnica Cesare Agoni

elettricista Sergio Martinelli

macchinista Michele Sabattoli

audio e video Giacomo Brambilla

trucco e parrucco EDUCO

Centro di formazione professionale

produzione Centro Teatrale Bresciano

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   GuittoMatto

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