Chi lo dice che vincono sempre i Bianchi?

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L’autore dell’opera di turno in «Teatro Aperto» è il barbuto Francesco Bianchi, laziale di origine, ma con una spiccata attitudine a una mobilità territoriale di tipo formativo-artistico, attualmente drammaturgo presso la Fondazione Teatro Due di Parma.

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«L’idea di scrivere Europa, pur non raccontandone la vicenda, è stata ispirata dal massacro del Bataclan», spiega prima dell’inizio della lettura scenica.

Otto sono i personaggi che compaiono in scena: i pezzi degli scacchi al completo (fatta eccezione per uno dei cavalli che, peraltro, farà una rapidissima apparizione più tardi) e un pedone, in qualità di rappresentante  dei sette fratelli-compagni di squadra.

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È la squadra dei Bianchi, di scena, raccontata nella fase di preparazione all’ennesima partita. Nella compagine si ravvisa, senza troppe difficoltà, l’opulento quanto pigro Occidente, reso altezzoso e certo della vittoria sui vituperati Neri, reietti del Terzo Mondo. E proprio sulla similitudine tra la partita che si gioca sulla scacchiera e ciò che accade nella politica e nelle strategie della vita reale, è basata l’idea all’origine del dramma.

Ciò che trapela dalla lettura scenica (alla quale, peraltro, gli attori/lettori impegnati conferiscono un più che positivo contributo in termini di impegno e di qualità d’interpretazione) è l’impressione di un testo ben scritto, che rivela una solida preparazione drammaturgica, ma fin troppo statico. Composto e strutturato in maniera cerebrale, attraverso una identificazione tra uomini e pezzi che in certi passaggi appare alquanto forzata, denota una scarsa partecipazione emotiva che, inevitabilmente, finisce per trasmettersi anche agli spettatori.

Anche sull’originalità dei contenuti, poi, ci sarebbe da discutere. Innanzitutto, dare per ineluttabile e scontata la sconfitta dell’Occidente, appare una premessa, se non azzardata, alquanto affrettata: nella realtà, come nel gioco, non basta uno o più “sacrifici” di questo o quel pezzo, per quanto clamorosi, per aggiudicarsi effettivamente la partita. Non si tiene inoltre nel minimo conto la presenza di un altro importante player, costituito dalla Cina, non più comunista e non ancora ortodossamente capitalista, capace di influenzare con la propria straripante potenza, economica oltre che demografica, gli esiti della partita mondiale, anche dal punto di vista culturale.

Altrettanto può dirsi per la reiterazione del postulato auto-flagellante consistente nella teoria che i veri mostri sono coloro che, a torto o a ragione, sostengono i valori e le teorie del nostro Sistema che, pur nell’inevitabile sovrabbondanza di errori e orrori, si è sino a questo momento dimostrato “meno peggiore” degli altri. Ne deriva che, su tale premessa, i massacratori di persone (non di sistemi, si badi bene) che rendono insicure strade e piazze delle nostre città, diventino semplicemente “compagni che sbagliano”, ricavando da ciò, se non una piena assoluzione, l’accumularsi di un gran numero di attenuanti.

Didascalico il finale, in cui il messaggio che fin dall’inizio si intende scopertamente veicolare, viene declinato senza sorprese: scoppia la rivolta dei pedoni-soldati-popolo-vittime sacrificali del Potere e a nulla valgono i tardivi ripensamenti e le strumentali blandizie di un apparato a quel punto terrorizzato dal più oscuro dei futuri.

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

La «Pietà» di Sinisi è scultura di parole

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Per la rassegna «Teatro Aperto», serie di letture sceniche organizzata dal Centro Teatrale Bresciano, ieri sera, al Teatro Sancarlino, Elisabetta Pozzi ha letto il testo di Fabrizio Sinisi «Pietà».

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La trama:

È la storia di un incontro fatale e delle sue drammatiche conseguenze. Da un incontro occasionale con uno sconosciuto, neanche troppo coinvolgente, una giovane donna milanese guadagna un figlio e un abbandono. I primi anni trascorrono in un’apparente mancanza di problematiche derivanti dalla mancanza della figura paterna e in un’atmosfera di ingannevole tranquillità.

Con il dodicesimo compleanno del figlio Teodoro, un’improvvisa quanto inattesa esplosione di rabbia (probabile simbolo della devastante irruzione della tempesta ormonale adolescenziale) sconvolge gli schemi, dando inizio a un periodo conflituale caratterizzato dai tipici problemi dell’età: il profilo e la condotta a scuola, la frequentazione di cattive amicizie, la ricerca problematica di un’identità adulta.

E proprio quando sembra che, infine, l’abnegazione di uno spirito materno totalizzante, possa risolvere ogni problema, ecco che il caso, il destino, il fato, sconvolgono per sempre ogni certezza.

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L’Autore:

Scelgo le poche e significative parole con cui Elisabetta Pozzi: ha introdotto la serata, prima di cominciare il monologo:

«Riconosco in Fabrizio Sinisi, neo “Drammaturg” domestico scelto dal Centro Teatrale Bresciano per il prossimo triennio, innanzitutto il Poeta. Resistendo alla moda imperante di trasporre in palcoscenico come nella letteratura il linguaggio comune, Fabrizio, riconoscendo e facendo propria la misterica ritualità del Teatro, scrive con accenti lirici, riuscendo a condensare e a mettere in scena  le sue nobili frequentazioni letterarie».

Ricordo che, pochi giorni fa, è andato in scena al teatro Santa Chiara «Shakespeare/Sonetti», versione italiana e adattamento teatrale di Valter Malosti e dello stesso Fabrizio Sinisi.

Per il resto, le parole di Elisabetta Pozzi sono talmente incisive che non reputo necessario aggiungere altro.

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Il testo e lo spettacolo:

  

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«Chi è cieco dalla nascita non sa cosa gli manca, eppure avverte nostalgia» è l’ammiccante premessa.

«A 24 anni l’unica preoccupazione di una donna è che se piove, le si rovina la piega dei capelli»è la giustificazione per un comportamento immaturo e per una scelta fatale.

Poi irrompe il futuro sotto le vesti di un bel giovane impegnato al confessionale, a chiedere poco convinto perdono per peccati commessi contro la purezza. Da un amplesso frettoloso e insoddisfacente, prende le mosse e germoglia la drammatica “final destination” di una vita. Anzi di due. Anzi di tre.

Tra le cose che più colpiscono, nella stilisticamente impeccabile scrittura drammaturgica di Fabrizio Sinisi, c’è un particolare che potrebbe sembrare secondario, ma non lo è affatto: il ripetuto quanto felice accostamento tra una descrizione minuziosa dei piccoli gesti e i pensieri più intimi, quelli del livello più interiore dell’anima, più prossimi alle pulsioni più istintive e profonde.

«Pietà» è un monologo dolente, in cui echeggia una Milano che non c’è più, un mondo retrò, a metà tra le canzoni di Tenco, i cantautori bretoni e l’amara e urticante ironia di Gaber, introiettati a posteriori dal giovane drammaturgo, in un’atmosfera sospesa di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato.

«Pietà» è una autocritica al maschile, che parte dal concetto che «Una donna cerca qualcuno da, un uomo cerca qualcuna per».

«Pietà» è la dichiarazione disperata di chi ha realizzato che «Nulla è più tremendo di una vita in cui nulla succede. Dunque, qualsiasi errore, anche il peggiore, è preferibile rispetto al nulla».

«Pietà», recitato da una empatica, emozionante meravigliosa e immensa Elisabetta Pozzi, alla fine lasci un solo, grande dubbio: a chi è rivolta l’affranta e straniata narrazione? Al fato? All’uomo che, probabilmente, ancora non sa, e forse non saprà mai, come sarebbe potuta cambiare la storia della vita?

Di certo non al pubblico, che l’Autore condanna, con raffinata crudeltà, ad assistere, in un letto di spine e raffinatissime parole, in qualità di testimone mesto e impotente.

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Da Stratford a Brescia, un intrigante cocktail di versi e note

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(vds. altro articolo sullo stesso argomento in data 12 marzo 2018:  https://cardona.patriziopacioni.com/goodmorning-brescia-sonetti_sinisi_malosti/)

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L’Autore:

William Shakespeare (Stratford-upon-Avon, 23 aprile 1564– Stratford-upon-Avon, 23 aprile 1616),  soprannominato il “Bardo” o il “Cigno dell’Avon”. Della sua (anche numericamente) produzione, ci sono pervenuti  37 testi teatrali, 154 sonetti e una serie di poemi.

È universalmente considerato il più importante scrittore in lingua inglese e generalmente ritenuto il più eminente drammaturgo della cultura occidentale. 

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L’opera:

Per una volta Shakespeare arrivò secondo. Anzi, addirittura  “fuori dal podio”, per rimanere in ambito sportivo. La “moda del sonetto”, infatti, nell’Inghilterra elisabettiana aveva imperversato nell’ultimo decennio del 16° secolo,  con le opere di  Philip Sidney (Astrophel and Stella, 1591), Samuel Daniel (Delia, 1592), Thomas Lodge (Phillis, 1593) ed Edmund Spenser  (Amoretti, 1595).

 La raccolta shakespeariana, scritta probabilmente tra 1593 e il 1599 ma pubblicata diversi anni dopo (1609, per le stampe dell’editore  Thomas Thorpe) si adegua (aggiungendo Lover’s Complaint)  al modello  scelto da Daniel e Lodge, che avevano fatto seguire alla raccolta di sonetti brevi un componimento più complesso.

A partire dal ‘700, parecchi studiosi più o meno autorevoli avanzarono dubbi sulla reale paternità di Sonetti, dimostratisi poi scarsamente attendibili visti i numerosissimi riscontri individuati poi con il linguaggio dell’ultimo Shakespeare.

I Sonnets sono poesie d’amore dedicate dal numero 1 al numero 126 a un giovane amico di Shakespeare (si pensa il Conte di Southampton Henry Wriothesly o William Herbert) e dal 127 al 154 a una Dark Lady dai capelli o dalla carnagione scuri. Il sonetto più famoso della raccolta è senz’altro il sonetto 18,si apre con il poeta che paragona il giovane amico (il Fair Youth) a una giornata estiva, sostenendo che mentre l’estate è breve, mutevole e non sempre perfetta, il protagonista incarna l’estate stessa, eterna, e quindi la bellezza. E mentre l’estate lascerà posto all’autunno, il suo amore vivrà in eterno. Assai diversa è la Dark Lady che emerge nella seconda parte della raccolta, l’incarnazione di un amore spesso crudele e infedele, una fascinosa figura del male, descritta come my female evil  (“la diavolessa”,  “la donna malvagia” – sonetto 144)

In “A Lover’s Complaint” o “Lamento dell’amante” (lasciando maliziosamente indeterminato il sesso) si narra di una sfortunata giovinetta, prima sedotta (attraverso  un’abile strategia di corteggiamento) da un cinico rubacuori, poi crudelmente abbandonata.

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Lo spettacolo:

All’inizio chi conduce il gioco è un tecno-pagliaccio che si atteggia, si muove, parla (e declama sonetti) come il conduttore di una hit parade televisiva, in una atmosfera circense, con tanto di risate e applausi registrati.

«Ho due amori, che si chiamano conforto e dannazione»

Il primo è un giovane maschio biondo e dalle fattezze delicate, l’altra è una femmina, nera e aggressiva.

La “dark lady” si scatena in una danza dissociata, che è l’antica malattia di un mondo fascinoso quanto ingannatore, è un condensato tossico di menzogne sottintese e spudoratamente ostentate a se stessi, è frenetica dissolutezza, tarantolata, estenuante, allucinata. I tradimenti sono nascosti sotto abiti troppo succinti, più forte della discrezione è la volontà di svelarli come carne nuda e ammiccante, mordicchiando il peccato come una dolce e letale mela avvelenata.

Poi c’è l’altra faccia dell’amore, tutto al maschile, che si esplicita in un confronto erotico nel quale la preda non vede l’ora di essere catturata e sottomessa, ma chi sottomette con il corpo, molte volte, in realtà, finisce per essere sottomesso nell’anima. Una danza sessuale più che sensuale, la rappresentazione esplicita di un amplesso rabbioso e sempre in appagante se tenuto distinto da un’empatia sentimentale, perché «Credendomi vincente ho perso tutto», come scrive il poeta.

Tutto finisce con l’amara considerazione che «L’amore è una medicina che non guarisce ma aggrava la piaga» e con lo struggente testamento del drammaturgo: «Se leggerai i miei versi dimentica chi li ha scritti».

Il tutto in una intensissima ora di spettacolo, un contenitore in cui il testo e la regia versano di tutto: dal romanticismo melodico di Modugno alla tecno-music, dalla figura arcaica del Bardo, che incombe dal fondale del palcoscenico  a una scenografia “di frontiera” postmoderna.

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Nell’insieme ben recitato, innovativo, stimolante, provocatorio, ma al tempo stesso, proprio per questa sua coplessità, di difficile assimilazione da parte di un pubblico che, comunque, ha applaudito a lungo al calar del sipario. A titolo di esempio cito il commento di uno dei numerosi studenti che, grazie alla politica di promozione nei confronti dei giovani, attuata dal CTB, assistevano allo spettacolo, colto all’uscita, sul marciapiede antistante il Santa Chiara: «Con tanto nudo sul palcoscenico, finisce che si concentra l’attenzione del pubblico sul sesso, ma lo fa smarrisce sul senso dello spettacolo».

Un gioco di parole goliardico e sfacciato che, forse, la parte più ironica del giovane Shakespeare avrebbe potuto e saputo apprezzare.

 

versione italiana e adattamento teatrale di FABRIZIO SINISI e VALTER MALOSTI

coreografie MICHELA LUCENTI

scene e costumi DOMENICO FRANCHI

luci CESARE AGONI

suono EDOARDO CHIAF

con

VALTER MALOSTI

MICHELA LUCENTI

MAURIZIO CAMILLI

MARCELLO SPINETTA

e con ELENA SERRA

assistente alla regia ELENA SERRA

direttore tecnico CESARE AGONI

macchinista NICOLA PIGHETTI, FILIPPO MARAI

capo elettricista e fonico EDOARDO CHIAF

scene realizzate nel LABORATORIO DEL CTB CENTRO TEATRALE BRESCIANO

responsabile della costruzione OSCAR VALTER VETTORE

scenografa realizzatrice MICHELA ANDREIS

costumi realizzati da BOTTEGA DEL CENCIO

sarto FEDERICO GHIDELLI

acconciature e trucco BRUNA CALVARESI

amministratrice di compagnia GAIA RICCI

FINO AL 25 MARZO AL TEATRO SANTA CHIARA MINA MEZZADRI DI BRESCIA

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Dalla carta al palcoscenico, Pirrotta racconta una guerra che non finisce mai

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Il libro:

Il libro «Teatro» è una raccolta di cinque atti unici («All’ombra della collina», «Malaluna», «La ballata delle ballate», «La grazia dell’angelo» e «Sacre-Stie»), che ha per argomento centrale la mafia ma nel quale emergono altre tematiche relative alla realtà e alla tradizione siciliana. Un’ennesima ma non banale di una lingua e di una cultura visceralmente mediterranea, ma collegabile logicamente ed emotivamente ad altre culture anche lontane. Un fenomeno di straordinaria ubiquità espressiva e artistica che vede l’Autore-Attore avventurarsi in un ardito viaggio spazio temporale restando con i piedi bene piantati nella terra, nella sabbia e nel mare di Trinacria. 

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Titolo: Teatro
Autore: Vincenzo Pirrotta
Editore: Editoria & Spettacolo
Anno: 2011
Pagg: 220
Prezzo 15,00 
EAN: 9788897276159

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Lo spettacolo:

Secondo la nuova tendenza le due coreute che affiancano Vincenzo Pirrotta in questo atto unico di grande intensità attendono il pubblico che si va ad accomodare in platea già in scena, arrampicate sulla semplice ma suggestiva scenografia immersa nel buio, mentre il battito amplificato di un cuore scandisce l’attesa. Quando le luci si accendono, illuminando il palcoscenico, ecco che il nero diventa bianco abbagliante, ecco che si manifestano alcune sedie per un popolo che non sarà mai comodo, una scala che sale verso l’alto per un popolo che dovrà sempre lottare per non  inabissarsi ancora di più. 

Anche i tre attori indossano vesti bianche, più judogi che tute, o pigiami, con Pirrotta che, come spesso gli accade, lascia scoperto il torace, per sottolineare ancora di più, qualora ce ne fosse ancora necessità, la carnale fisicità che è solito sfoggiare in tutte le sue recite.

E c’è una strana commistione tra cadenze dialettali sicule, sonorità da scacciapensieri, nenie orientali da tempio scintoista o da samurai, in questa singolarissima pièce. Una storia di morte e di morti, di uccisori e di uccisi, di vittime, divise tra innocenti e consapevoli, e brutali, irridenti monaci dello sterminio. Scorrono a nastro, a incastro, in sovrapposizione, crudeli eliminazioni, scorrono fiumi di sangue che si incrociano e si contaminano, confondendo lo spettatore, con assoluta volontà di farlo, travolgendolo in una corrente di dolore, di raccapriccio, che, inevitabilmente, si trasformano in indignazione.

Perché «Manca sempre il tempo di resettare l’Universo dopo avere vuotato i cassetti», perché i numeri delle date di sangue si succedono come una macabra litania, una speciale cabala del Male, mentre Pirrone si batte il petto, come una vittima dolente, un assassino pentito o un carnefice orgoglioso del massacro che sta portando avanti, chissà.

Si passa, penosamente, senza cesure, senza tregua, dai picciotti massacrati per un piccolo sgarro ai grandi, al giornalista troppo curioso, al magistrato macellato all’uscita della messa, al poliziotto inviso alla Cupola preso a fucilate da un killer che ride mentre spara, al ragazzino sciolto nell’acido per l’unica colpa di essere il figlio di un infame. 

Certo, chi conosce meglio fasti e nefasti della terribile guerra di mafia che insanguinò la Sicilia forse è in grado di apprezzare meglio le sfumature, ma ciò che interessa l’autore e regista, cioè creare una sinfonia funebre che porti ciascuno a esecrare una simile, bestiale violenza, viene colto in pieno.

Più che uno “Spoon River” alla siciliana, come pure molti critici, superficialmente, lo hanno battezzato, la pièce ricorda un susseguirsi di fogli staccati da un calendario, grondante di sangue, che solo un mare di lacrime salate, forse, può riuscire a lavare.

Lo si capisce, perfettamente quando, nell’imminenza del calar del sipario.  le due straziate, aggraziate e composte corifere, perfette nella loro parte, stendono un triste bucato ad asciugare al sole.

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ALMANACCO SICILIANO

DI ROBERTO ALAJMO
REGIA DI VINCENZO PIRROTTA
MUSICHE MARCO BETTA E FRATELLI MANCUSO
SCENE CLAUDIO LA FATA
LUCI NINO ANNALORO
COSTUMI VINCENZO PIRROTTA
CON ELISA LUCARELLI, CINZIA MACCAGNANO, VINCENZO PIRROTTA
PRODUZIONE TEATRO BIONDO PALERMO

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Schegge di vita, schegge di anima… griffate Muccino

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LA TRAMA

Una grande famiglia (figli, nipoti, ex coniugi, cugini, zii e zie più o meno prossimi) riunita per festeggiare le Nozze d’Oro dei nonni, una coppia di pensionati che si è trasferita a vivere su un’isola. Il gruppo si ritrova bloccato a causa di un’improvvisa quanto violenta mareggiata che impedisce ai traghetti di fare spola con la costa. La forzata convivenza, inevitabilmente, causa l’affiorare di quegli aguzzi scogli rappresentati da incompatibilità, timori, diffidenze, gelosie, tensioni, vecchi rancori sopiti ma non rimossi, legati a questioni rimaste in sospeso. Una miscela incendiaria, resa ancora più esplosiva dall’inatteso sorgere di passioni sino a quel momento trattenute.

 

IL FILM

Quando durante il film ti passa davanti tutta la tua vita.

Quando esci dal cinema ripensando al passato, valutando criticamente il presente, raffigurarsi nel bene e nel male un futuro più o meno prossimo.

Beh, quando succede tutto questo, vuole dire che l’autore del testo, lo sceneggiatore e il regista (in qualche caso, come in questo, uniti nella stessa  persona, Gabriele Muccino, pur se nella sceneggiatura affiancato da Paolo Costella) hanno fatto decisamente un buon lavoro.

Allora cominciamo con il dire che «A casa tutti bene» s’inserisce perfettamente nella tradizione “italiana” del regista romano. La visione dei rapporti interpersonali, soprattutto quelli relativi alle relazioni amorose, che Muccino ha espresso e raccontato fin dalle prime pellicole, in questo film è vigorosamente ribadita e, in un certo senso, riassunta e schematizzata in un campione più numeroso del solito.

C’è di tutto, nel bestiario famigliare di questo nuovo lavoro, a partire (naturalmente) dal tradimento, la cui incidenza negativa sui destini viene enfatizzata, giudicata e, ogni volta, severamente e inappellabilmente condannata.

L’ipocrisia di certi legami di sangue e di affinità, logorati da rancori che vengono da lontano, da malintesi urticanti, da leggerezze imperdonabili, da relazioni sociali e lavorative andate a male.

C’è lo scetticismo in un sentimento puro, visto che anche i legami che sembrano più sciolti, si sfilacciano e si strappano di fronte all’incombere e all’accanirsi delle difficoltà che sgambettano, prima o poi, più o meno violentemente, l’esistenza quotidiana di ciascuno di noi. Un dissesto finanziario, una contrarietà lavorativa, una grave malattia ed ecco che parole e occhi non sanno più riconoscersi.

Perché si naviga solo se e fino a quando il mare si mantiene tranquillo, ma appena le onde si increspano, è solo lotta egoista e fratricida per la sopravvivenza.

Solo se, al momento giusto, con lo slancio necessario, senza restare paralizzato dagli scrupoli o dalla paura del “dopo”, ci si riesce ad aggrappare a un soffio caldo di passione. 

Solo gli umili, solo i più deboli, solo gli ingenui, paradossalmente, a volte, forse, chissà, dalla rovinosa caduta possono trovare la spinta per rialzarsi e sopravvivere.

Ancora un po’, forse, chissà.

Ordinata e coerente dal primo fotogramma all’ultimo la regia.

Di gran pregio la recitazione degli attori, professionisti tra i migliori di quanto offre attualmente la cinematografia nazionale, perfettamente a proprio agio nei personaggi che, attraverso un’attenta valutazione caso per caso, sono stati chiamati a interpretare.

Semplicemente perfetta la fotografia, ammiccante e ruffiana la scelta degli inserti musicali, per lo più a voce e pianoforte, curati talmente a fondo da sembrare veramente improvvisati.

Da vedere e meditare.

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Categorie: Teatro & Arte varia.

Il Mostro della laguna, la Bella, la Bestia e la guerra fredda

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Prima data di uscita1 dicembre 2017 (USA)
Regista: Guillermo del Toro
Budget19,5 milioni USD
Premi e nominations: Leone d’Oro alla 74/ma Mostra di Venezia, due Golden Globes (miglior regista e colonna sonora ad Alexandre Desplat), ben quattro Critic’s Choice e 13 nomination all’ Oscar 2018.
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TRAMA

Avventura, spionaggio, thriller, fiaba.

La vicenda si svolge nel 1963, in piena guerra fredda. Elisa (interpretata da Sally Hawkins), giovane donna muta, fredda e sensuale allo stesso tempo, lavora da addetta alle pulizie in un centro scientifico segretissimo di Baltimora, gestito dai servizi segreti americani. Insieme a lei lavora l’amica di colore  Zelda (Octavia Spencer), persona sensibile  e di grande saggezza. Altra persona cara è il vicino di casa Giles, discriminato sul lavoro per la sua omosessualità. Un giorno, Elisa scopre che all’interno dei laboratori è tenuta in cattività e sottoposta a crudeli esperimenti una creatura anfibia.  In poco tempo tra Elisa e l’uomo-pesce dalla natura (forse) divina, nasce in breve tempo una straordinaria sintonia che porterà la ragazza a cercare con ogni mezzo di strappare la creatura dalle “attenzioni” del perfido Strickland (Michael Shannon) e dal conflitto di spie giocato sulla sua testa. Non le sarà facile né indolore, naturalmente.

IL FILM

I temi trattati, vale a dire il rapporto mai ben definito tra l’apparenza e il reale, il perenne conflitto tra il bene e il male,  la stolida cecità di chi, ogni giorno, vende anima e corpo al Potere, la forza salvifica, miracolosa ma sempre fragile dell’Amore, l’irrinunciabile necessità della solidarietà umana, non sono certo originali.

Originale, però, e ben realizzato, è l’approccio con il quale  Guillermo del Toro s’ingegna a trattarli in questo film di grande suggestione, utilizzando diverse stringhe narrative e una moltitudine di “generi” ritenuti, generalmente, poco integrabili tra loro. C’è la fantasia della fiaba (trasparenti i riferimenti a «La bella e la bestia», il ritmo serrato di una storia magico-horror (l’iconografia di «Il mostro della Laguna Nera» appare cucita sulla pelle dell’uomo pesce di questo film), l’intrigo di una spy story (rese benissimo le atmosfere dei conflitti tra servizi segreti degli anni ’50 e ’60), il romanticismo (gli sguardi furtivi e le appena accennate carezze che precedono e preparano il fatale innamoramento), l’eros più profondo e coinvolgente, quello che non si muove per immagini  ma per immaginazione (il culmine, in questo, è l’immagine di Elisa che entra nuda nella vasca da bagno in cui l’attende la creatura fuggiasca).

Bravissimi gli attori, tutti, ma Sally Hawkins un po’ più in alto degli altri. Azzeccata la fotografia, attenta e fantasiosa la regia, con sorprendenti momenti di puro surrealismo (uno, retrò, bellissimo, in bianco e nero) e inserti di sound e di danza di grande efficacia. 

 

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Categorie: Teatro & Arte varia.

Che meraviglia , quando il Teatro… è “Aperto”!

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Dell’iniziativa di Elisabetta Pozzi e del Centro teatrale bresciano «Teatro aperto» si è già parlato in questo blog, nell’articolo apparso in questo blog lo scorso 9 novembre, di cui riportiamo il link.

(https://cardona.patriziopacioni.com/profumo-di-novita-al-san-carlino-con-teatro-aperto/)

A causa di una serie di impegni non ero però riuscito ad andare al San Carlino per vedere di cosa esattamente si trattasse.

L’ho fatto ieri pomeriggio, assistendo, con grandissima gratificazione, alla lettura scenica di «Terra Santa» di Mohamed Kacimi  scrittore e algerino nato da una famiglia di teologi, allievo prima di una scuola coranica, poi di una scuola francese.  Ed è proprio utilizzando la lingua francese, che Kacimi ha scelto di comporre le proprie opere.

Notizie più dettagliate su di lui potrete reperirle attingendo alla “santa” wikipedia, a questo link: https://fr.wikipedia.org/wiki/Mohamed_Kacimi.

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Mohamed Kacimi e il libro «Terra Santa» pubblicato da Elliott Edizioni nel 2008  (13 € – ISBN 9788861920347)

 

 

LA TRAMA

L’azione si svolge in una città assediata, che potrebbe ricordare una situazione mediorientale (in particolare la guerra israelo-palestinese) ma che, volutamente, l’autore priva di ogni preciso riferimento geografico.

Nel dramma si narra di una famiglia il cui palazzo è al centro di drammatiche operazioni belliche, all’interno della quale si sviluppano complessi meccanismi psicologici.

Un’isola di normalità all’interno della macelleria della guerra, che però non salverà i suoi abitanti, autentici naufraghi di esistenze “normali” ormai polverizzate da tragici e irreversibili eventi.

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LA VALUTAZIONE DEL TESTO.

Suggestivo, coinvolgente e serrato.

Molteplici i temi trattati dall’Autore, qui di seguito provo a riassumere quelli che più hanno  suscitato il mio interesse e le mie riflessioni.

La  fuga da una realtà disumana e violenta, come quella di un devastante conflitto, può coincidere con un tenace rifugio nelle sensazioni enei ricordi personali e nel privato familiare.  Si tratta, però, di un rimedio che, come un farmaco, si può rivelare medicamento se assunto nelle giuste dosi o droga se somministrato oltre una certa misura. Una dipendenza come quella alcoolica, simboleggiata dal desideri smodato di Arak e, più volte, manifesta il capo famiglia.

Se l’approccio alla religione, è acritico e intransigente, inevitabilmente, prima o poi,  si scivola nella perdita di ogni altro aggancio alla morale e all’etica. È il caso di Amin (il figlio) che, nel furore integralista, gode di avere ucciso un soldato, arriva persino a stuprare l’indifesa vicina Imen.

Altrettanto pericoloso, però, può rivelarsi ammantarsi di  cinismo, interrompendo ogni empatia con l’ambiente circostante. È il caso del padre Yad e di sua moglie Alia, le cui acide battute («Trent’anni d’amore, non sono più amore, sono pubblica amministrazione» «Un dio che si mette a proibire l’alcool non è un buon dio, è un rompiscatole» (lui) «Ho visto troppi morti per avere pietà; la cosa più importante è saper fare bene il caffè»  (lei) facciano più male a chi le pronuncia che a chi le ascolta.

I deboli sono destinati a soccombere. È il caso di Imen, vittima predestinata della violenza del mondo ma anche, soprattutto, delle proprie insicurezze. Una che ha chiamato il gatto Gesù, e non è un caso, perché l’animale è l’unico che non si approfitta di lei, perché può essere rassicurante avere sempre a disposizione un piccolo idolo peloso, una comoda coperta di Linus vivente, in mancanza dell’Onnipotente.

I servi del Potere sono pedine senza valore, intercambiabili, sacrificabili, e, non appena cominciano davvero a pensare, sono destinati a perire. È il caso del soldato Ian, forte solo della confortante schematicità delle procedure e dei regolamenti in cui l’ha incasellato lesercito, sorpreso da un’improvvisa, appena disegnata  consapevolezza di sé, una distrazione sufficiente a condurlo all’annientamento.

Uniche note pleonastiche, a mio avviso, due lunghi soliloqui (prima di Yad, poi di Imen). Scritti in bella calligrafia, sì, pieni di simbolismi, di evocazioni e di immagini, certamente, ma che risultano peraltro dissonanti dalla scarna narrazione di lucido e razionalissimo straniamento che caratterizza e scandisce una costruzione drammatica per il resto avvincente ed eccellente. Ammiccano allo spettatore, seducenti, ma inevitabilmente lo distolgono al fluire degli eventi, rallentando il ritmo serrato che, di «Terra santa», costituisce il pregio maggiore.

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LA LETTURA SCENICA

Di assoluta eccellenza l’interpretazione di attori che hanno dimostrato di avere interiorizzato e decodificato al meglio le caratteristiche dei personaggi che sono stati chiamati a interpretare: bravissimi Paolo Bessegato, Beatrice Faedi, Monica Ceccardi, Massimiliano Mastroeni, Andrea Tonin, con Silvia Quarantini impegnata a legare e a sottolineare con essenziali, direi spartani, ma efficacissimi effetti sonori la lettura collettiva.

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L’ESPERIMENTO

Quella che si viene a creare è un’atmosfera del tutto nuova e differente anche per uno come me che frequenta da anni teatri di ogni dove. Ci si trova lì, nell’antica chiesa-auditorum-teatro, a essere trascinati in qualcosa che non è dramma, ma ci somiglia molto. A farsi catturare e trascinare ella narrazione come uno straccio impigliato in un ingranaggio industriale. A chiedersi, alla fine dei conti, non senza una certa perplessità: «Cosa manca a tutto ciò, per essere compiutamente teatro?»

Già. Cosa manca?

La scenografia? No, perché lo scenografo più bravo e capace di coinvolgere e creare suggestioni, è quello che lavora nella mente dello spettatore.

I costumi? No, perché la stessa considerazione appena fatta male anche per il più abile costumi.

I movimenti? No, non mancano neanche questi: tutti i presenti al San Carlino li distinguevano, chiaramente, nella volta trattenuta a stento da parte del degli attori-lettori che si mette si pagano con grande efficacia nelle situazioni e nei personaggi creati da Kacimi.

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Applausi a scena aperta (sempre che ci fosse stata, una scena), ancora più preziosi visto che quello che gremiva il San Carlino ieri pomeriggio era un pubblico qualificato formato per la grandissima maggioranza da intenditori o da appassionati amanti del teatro.

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Da Strindberg a Bergman, da «Oväder» a «Scene da un matrimonio» il viaggio svedese è interiore

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(foto a destra di Umberto Favretto)

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Non si tratta solo della partita a scacchi. Il “fil rouge” che collega August Strindberg, artista a tutto tondo, scrittore, poeta, pittore, drammaturgo e filosofo, con Ingmar Bergman, Maestro della cinematografia mondiale del ventesimo secolo, è molto più consistente.

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Strindberg, artefice di capolavori di teatro “simbolico e psichico”, utilizza nei suoi lavori immagini di grande impatto simbolico, per rafforzare il concetto di solitudine delle anime elette, di coloro cioè, che dotati di intelletto superiore, restano inevitabilmente incompresi da una massa di inferiore livello mentale. Da ciò si genera un conflitto che Strindberg battezza hjärnornas kamp  (ovvero “lotta di cervelli”), nel quale l’elemento femminile risulta sempre prevalente rispetto a quello maschile e la massa prevale sempre  sull’individuo, arrivando alla fine a commettere il själamord (“omicidio psichico”) consistente nel furto della credibilità sociale attraverso l’azione corrosiva del dubbio.

Anche i personaggi creati da Ingmar Bergman sono individui che non si confondono (o vorrebbero non confondersi) nella massa indifferenziata. Nelle pellicole del grande cineasta di Uppsala, essi recitano e raccontano il proprio stato di solitudine eccentrica, di voci che preferiscono dialogare con se stessi, con il proprio io, con la propria psiche, con le proprie convinzioni ideologiche e religiose. alla continua ricerca di un’autentica identità.

Un uomo che deve aiutarsi da solo, perché, come dice Bergman stesso, «Viviamo talmente lontano da Dio che forse Egli non sente la nostra voce, quando imploriamo il Suo aiuto»

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L’opera:

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Il dramma fu scritto da August Strindberg nel 1907 e venne rappresentato per 23 repliche (peraltro non assistite da successo) all’ Intima Teatern.

La pièce, collocata temporalmente nel mese di agosto, narra la vicenda degli abitanti di un unico palazzo: protagonista è  “il Signore”, un funzionario in pensione, che riceve la visita di suo fratello, un procuratore, al ritorno dalla villeggiatura. Incuriosito dalla strana atmosfera che avverte nell’ambiente, oltre a informarsi sullo stato del fratello, a cinque anni di distanza dal divorzio, inizia a indagare su chi siano i coinquilini del primo piano: sono Gerda, l’ex moglie del “Signore” con la bimba avuta nel corso del matrimonio, e il suo nuovo consorte, uomo torbido che, all’interno dell’appartamento, ha messo in piedi una bisca.

Nel corso di un colloquio, il “Procuratore” convince Gerda a riprendere il colloquio con il “Signore”, alla quale la donna chiede aiuto per aiutarla a divorziare da Fisher (di cui comincia a temere l’indole violenta) senza che questi le porti via la figlia. Cosa che, invece, si verifica allorché Fisher fugge con la figlia del pasticcere (altro inquilino del palazzo). Gerda e il Procuratore partono alla ricerca del fuggitivo, mentre il “Signore” resta in casa con la cameriera Louise, meditando sul senso della propria esistenza.

C’è un lieto fine, ma c’è anche, soprattutto, una nuova consapevolezza da parte del “Signore” che, rivedendo la ex moglie realizza di avere (forse)  ripreso in mano il filo della propria esistenza. Sta arrivando ormai l’autunno e (forse) abbandonerà quella casa-eremo-prigione.

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L’Autore:

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     August Strindberg modernissimo tra i moderni

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Nato a Stoccolma il 22 gennaio 1849 dallo  spedizioniere marittimo, Carl Oscar e dalla ex cameriera, Ulrika Eleonora Norling (alla quale va riferito il titolo dell’autobiografia pubblicata nel 1886 (appunto «Il figlio della serva») in cui Strindberg descrive un’infanzia difficile e disagiata. In realtà, anche se un sistema di rapporti di tipo patriarcale, un eccessivo rigore religioso e l’arrivo di una matrigna in seguito alla precoce morte per tubercolosi della madre, finirono per cerare un’atmosfera pesante che influì sulla formazione del giovane August, la famiglia era di estrazione e profilo borghese, tanto da disporre dei mezzi necessari per l’iscrizione alla Università di Uppsala. Qui Strindberg frequentò i corsi di medicina e di estetica che, però, abbandonò nel 1869 per dedicarsi all’attività di drammaturgo, sua autentica passione e vocazione. L’anno successivo un atto unico di sua composizione esordiv al Teatro Reale di Stoccolma.

La produzione di Strinberg, sia per quanto riguarda la drammaturgia che la narrativa, sempore alla ricerca di nuove forme di espressione e senza condizionamenti di tipo estetico, morale e sociale, rappresenta un’autentica novità, superando il realismo ottocentesco senza però lasciarsi condizionare dall’imperante pessimismo romantico e neo-barocco. 

Lo scrittore americano Eugene O’Neill, nel 1924, definisce August Strindberg «Precursore della modernità nel nostro odierno teatro e il più moderno fra i moderni».

Di lui Franz Kafka dice: «Non leggo Strindberg per leggerlo, ma per posare la testa sul suo petto».

André Gide lo annoverava fra i «Personaggi eminenti dell’umanità».

Per Ingmar Bergman, invece,  è  il «Compagno costante del suo impegno cinematografico».

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Lo spettacolo:

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Il cast di «Temoporale» al gran completo  (foto di Umberto Favretto)

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La scelta della regia è quella della fedeltà.

Non solo al testo, ma anche allo spirito dell’opera e alle intenzioni dell’Autore.

Al momento di entrare in sala, gli spettatori trovano già la platea invasa da una leggera nebbia. Poi il brontolio dei tuoni, messaggeri dell’incombente temporale, che si rivelerà un Godot in negativo: fa avvertire la sua minacciosa presenza, minaccia di scoppiare, per tutta la durata della rappresentazione,  ma le nubi nere che oscurano il cielo restano sterili.

Le scenografie giocano con luci e ombre, colore e chiaroscuri. Rumori come il suono delle campane e lo squillo del telefono si alternano con sonate di pianoforte e canzoni cantate e smozzicate, ma l’atmosfera della narrazione resta: precisamente quella senza tempo del primo ‘900,  tra le contraddizioni del diciannovesimo secolo, divisa tra i sogni di progresso e benessere della Belle Époque e i deliri di onnipotenza imperiale, tra le miserie del secolo dell’industrializzazione e le tensioni che porteranno agli immani conflitti prossimi venturi.

In tutto ciò la recitazione degli attori, di tutti gli attori, è semplicemente perfetta.

In prima posizione, per quanto ovvio, interpretato alla grande da un ispirato Vittorio Franceschi, il “Signore”. Uno che ciò che c’era da sperimentare e vivere nella propria esistenza, lo ha già vissuto e sperimentato. Stremato dalla fatica di mettersi continuamente in gioco, ormai rassegnato alla progressiva decadenza fisica e mentale, spaventato dall’avvicinarsi inevitabile e inesorabile della fine, aggrappato, come tanti anziani, alla rassicurante presenza di una ancor giovane donna, la cameriera Louise (ai giorni d’oggi sarebbe una perfetta badante) che si occupa di lui senza  creare complicazioni relazionali.

«I sentimenti e le simpatie, non ci appartengono più» è il ferreo mantra del Signore,  auto-recluso nella Casa del Silenzio.

«E lentamente ci stacchiamo dalla vita come un dente dalla gengiva».

Di grandissimo impatto la trovata scenografica del fondale che, nell’epilogo,  scorre via, dissolvendo la casa e mostrando un lussureggiante giardino prossimo al sonno invernale.

Nella mia (e non solo mia) interpretazione, decisamente opposta a quella che a suo tempo ne diede il grande Strehler, a nulla serve, per cambiare l’inerzia della narrazione, il contraccolpo di dignità e coraggio che il Signore esprime nella sua ultima battuta. E il lampione della ragione illumina sì, qualcosa d’importante, ma si tratta appunto dell’accettazione (razionale e necessaria) dell’esito che ogni vita deve avere. 

Perché finalmente piove, sì, ma quella che scende dal cielo grigio è la pioggia lenta e triste che bagna i cipressi, i crisantemi e le lapidi dell’universale cimitero.

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(vds. in argomento anche post del 26 gennaio 2017:  https://cardona.patriziopacioni.com/goodmorning-brescia-73-temporale-in-arrivo-al-teatro-santa-chiara/)

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  GuittoMatto

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