Rosmersholm: l’amara doppia confessione di Ibsen

   L’autore:

Henrik  Ibsen (Skien 20 marzo 1828 – Oslo 23 maggio 1906) nacque da famiglia agiata ma, a seguito del fallimento del padre (quando lui aveva sedici anni), fu costretto ad abbandonare gli studi e a trovarsi un lavoro. Divenne così prima giornalista , poi scrittore. Nominato direttore di importanti teatri nazionali, curò anche, fino al 1858, la regia di alcuni spettacoli. Da quell’anno in poi pubblicò i primi drammi, inizialmente non troppo fortunati, cui seguirono le opere più importanti. Dal 1863 al 1891 visse in Italia e in Germania. Nel 1900, colpito dalla paralisi, tornò in patria, dove morì. È considerato il padre della drammaturgia moderna, per aver portato nel teatro la dimensione più intima della borghesia contemporanea, mettendone a nudo le contraddizioni e il profondo maschilismo.

Tra le sue opere più significative ricordiamo Peer Gynt (1867), Casa di bambola(1879), Spettri (1881), L’anitra selvatica (1884), La donna del mare (1888) e Hedda Gabler (1890), che scardinarono i canoni del teatro tradizionale, suscitando aspre polemiche e accesi dibattiti tra i contemporanei.

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    L’opera:

 

Dramma in quattro atti scritto nel 1886. Il pastore protestante Johannes Rosmer, educato a un severo ideale religioso, dopo la morte della moglie Beata, che si è gettata nella gora di un mulino, ha gettato la tonaca alle ortiche. Si innamora, riamato, dell’amica di famiglia Rebecca West, che gli confesserà, più tardi, di aver provocato la follia e il suicidio della moglie. Nonostante l’orrore che prova per la situazione, diventato ormai insicuro di ogni ideale, Johannes non riesce però a sottrarsi da una profonda attrazione per la donna. I due amanti entrano in un vortice di passione insana che li porterà, al termine di una drammatica involuzione psicologica, a cercare e trovare la morte nella stessa gora in cui è annegata Beata.

 

   Lo spettacolo:

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«Percorrete tutto il corridoio laterale e, una volta arrivati alla fine, salite le scale» indica la “mascher>”.

xSeguo le istruzioni e, alla fine del percorso, mi ritrovo… in palcoscenico.

È lì che sono le poltrone per gli spettatori, disposti a quadrato intorno a due catafalchi completi di candele poggiati su uno strato di terra, sui quali giacciono i cadaveri di un uomo e di una donna.

Odore di cera fusa, semioscurità suoni cupi in sottofondo, è strano e styraniante trovarsi non ai piedi della scena, ma SULLA scena, NELLA scena. L’attesa che inizi la recitazione diventa già spettacolo, vera partecipazione emotiva amplificata dalla compartecipazione fisica e mentale degli altri spettatori a questa specie di rito pagano, mentre l’odore di cera, gradualmente, lascia posto a quello di muffa, di sotterraneo, di terra bagnata che, attraverso le narici, entra sempre più nell’anima.

Il rumore di una carrozza, una voce spettrale: così gotico, così romantico, così nord-europeo, così calvinista, così Edgar Alla Poe, così decadente… 

Anche gli attori, lo sono, attraverso la gestualità esasperata, le intonazioni, le variazioni di registro, il muovere dei corpi. Si alzano e tornano a stendersi sul catafalco, aniome inquiete, non più vivi e non ancora morti, si torturano, mentre il gorgoglio della gora assassina chiama suadente,  in un gioco peverso di rimproveri e di rimorsi. Né più né meno, viene da pensare, di tante coppie in crisi in famiglie che vogliono apparire normalissime ma normali non lo sono affatto; chi è davvero la vittima, chi il carnefice? Ed ecco che, a dire la sua, fa capolino anche un po’ di Ingmar Bergman.

I lampadari oscillano sinistramente, sospinti da un vento pigro che preannuncia sventura e maledizione, la galleria del teatro, laggiù in alto , improvvisamente diventa porzione di palcoscenico distaccata, in un intrigante gioco di specchi. Gli equivoci, primo tra tutti quello tra amicizia e amore, il più destabilizzante, il più irreversibile e imperdonabile, la condanna alla dannazione, ineluttabile.

«Non esiste possibilità di vittoria per una impresa che ha le proprie radici nella colpa» dice Johannes Rosmer.

Ed ecco, inevitabile, l’ombra di Shakespeare che marca la violenza devastante e riparatrice al tempo stesso del destino.

E ancora, prima del tragico ma già preannunciato e dall’inizio incombente finale, ancora il gioco delle parti, lo scambio dei ruoli, gli attori che si siedono tra gli spettaori, cercando conforto con lo sguardo, confondendo tutto e tutti nel difficile gioco del “chi è chi?”

Non fa torto alla riduzione, ormai datata (1980), del grande Massimo Castri, questa nuova edizxione di «Rosmersholm – Il gioco della confessione»: puntuale e dinamica la regia, bravissimi gli attori Luca Micheletti e Federica Fracassi, di grande suggestione la scenografia e intrigante la soluzione scelta per il pubblico.

Meritati gli applausi e i ripetuti richiami in scena.

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  GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Lucilla si fa bionda anche l’anima e racconta Marylin

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Il personaggio:

Marilyn Monroe è lo pseudonimo di Norma Jeane Mortenson Baker Monroe. L’attrice nacque il 1 giugno 1926 a Los Angeles e si sposò tre volte: dal 1942 al 1946 con il vicino di casa James Dougherty, dal 1955 al 1956 con il campione di baseball Joe Di Maggio, dal 1956 al 1961 con lo scrittore e drammaturgo Arthur Miller.

Deceduta il 5 agosto 1962 a Brentwood per intossicazione da barbiturici.

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Fimografia:

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Lo spettacolo:

Al Teatro Sociale di Brescia, Lucilla Giagnoni torna sul luogo (anzi sul monologo) del delitto, riprendendo, a distanza di quasi undici anni lo spettacolo andato in scena il 20 maggio  al Teatro Giuditta Pasta di Saronno.

«Non c’è stato bisogno di cambiare molto, da allora» ci dice la regista Michela Marelli

«Quasi nulla, direi. Mi viene in mente l’aggiunta dell’auto-riferimento al Mostro della Laguna Nera rivisitato da Benicio del Toro ne La forma dell’acqua…»  aggiunge.

Più che la storia di una donna e della sua misteriosa morte, alle cui ancora incerte cause si fa pure cenno attraverso una brevissima parentesi da crime-story, Marylin – attrice allo stato puro, attraverso una “fiaba tragica”, ricorda la nascita di una rivoluzionaria interpretazione della femminilità, di un mito onirico partito a livello personale e diventato collettivo e universale.

All’inizio dello spettacolo, Lucilla-Marylin esce lentamente dal buio, con il suo delirio di onnipotenza («Uscirò dall’ombra e scintillerò come se fossi fatta di luce»  dichiara l’attrice) e le sue molte e devastanti insicurezze (non ascolta Ella Fitzgerald per non paragonarsi con tanta grandezza, che la schiaccia) intessute di ansie e paura di sbagliare.

Poi ride, si danna, scherza e si compiange. E canta, due cavalli di battaglia di MM, prima I wanna be loved by you, poi Bye bye baby, con grande pulizia e suggestione, devo dire. È, ancora una volta, diversa da sé e sorprendente e discorsiva, in continuo dialogo diretto con il pubblico.  È ironica e autoironica, come quando, senza rete, paragona le sue “misure” a quelle di Marylin. «Al di là delle differenze fisiche e di età» -dice- «io e Marylin siamo entrambe fatte di pezzi rotti, come, a ben vedere, è fatto ogni attore».

Introietta ed elabora in profondità, Lucilla, e riversa nello spettacolo i sogni e le fobie della Monroe, le fantasie spesso scambiate per realtà. L’amara consapevolezza di Marylin di scoprirsi pin-up, letteralmente “appesa su”, come un manifesto appeso nel retro degli uffici, nella camere degli scapoli, sulle pareti dei barber-shop e nelle cabine dei camionisti.

Scorre via, intenso e piacevole, lo spettacolo, fino al convinto e prolungato applauso finale.

«C’è o ci potrà mai essere una nuova Marylin?» chiedo, dopo lo spettacolo.

«Assolutamente no» risponde convinta Lucilla.

«Marylin è unica e destinata a rimanere tale. È la reincarnazione di Edipo, il frutto di un’infanzia e di un’adolescenza intrisa di disperazione e irriquietezza, di cui lei prende consapevolezza, arrivando a un irreversibile squilibrio».

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«Com’è nata questa impresa?» domando ancora.

«Ti dico solo che ho impiegato cinque anni a convincere Lucilla a riprenderla» interviene Michela Marelli.

«Il sublime è difficile da portare in scena» ammette la Giagnoni.

«Entrare nell’anima di Marylin, per raccontarne la storia, mi ha permesso/costretto l’accesso a posti nascosti di me».

Ed è proprio questo, a ben vedere, il “dono”, meraviglioso ma a volte anche molto insidioso, di chi fa teatro e lo fa bene, come Lucilla Giagnoni

Gli interventi musicali sono di Paolo Pizzimenti.

Scene e luci, essenziali ma di grande suggestione, curate da Alessandro Bigatti e da Andrea e Massimo Violato.

Gli abiti di scena, insieme alla magistrale capacità d’immedesimazione dell’attrice, “monroizzano” in giusta misura narrazione e spettatori.

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Al Martinitt, con «Ieri è un altro giorno», una ripetizione… di risate

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Il Teatro Martinitt è un teatro milanese, bello, ampio (420 posti) e funzionale,  gestito, a partire dal 2010, da  «La Bilancia», società operativa nel mondo dello spettacolo da circa quarant’anni, diretta da Stefano Marafante.

La stessa società, che già ha al suo attivo la produzione di circa 200 spettacoli, gestisce a Roma, dal 2002, il Teatro dei Servi.

Ieri pomeriggio ho visto per Voi (e per me)  «Ieri è un altro giorno»..

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La trama:

L’avvocato Paolucci è quello che, ricorrendo a una definizione psicologico-popolare di moda ai nostri giorni, un ossessivo compulsivo. Insomma, la persona meno adatta ad affrontare la situazione surreale che Silvain Meyniac e Jean François Cros (autori della commedia)  lo costringono ad affrontare: l’incrocio ravvicinato del terzo (pardon, del quarto) tipo uno spiritato cliente dello studio che, morto in seguito a un incidente, non ne vuole sapere di rimanere defunto. Una moglie infedele, una ex ancora perdutamente innamorata, un Capo avido quanto cinico, un collega satiro e inaffidabile, si incontrano e si scontrano in quella porta girevole che è l’ufficio di Paolucci in una serie senza interruzione di concidenze, incomprensioni verbali e mentali, ingressi e uscite a sorpresa, per arrivare al felice scioglimento dell’intreccio in nome di quell’eterno rimedio che è l’Amore.

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Lo spettacolo:

Spumeggiante, spassoso, ammiccante, ma senza mai scadere nella becera farsa propria di certi cinepanettoni nostrani, cattura fin dall’inizio gli spettatori, sorprendendoli sia con lo scoppiettante ritmo che il regista Eric Civanyan riesce a imporre alla pièce (e a mantenere per tutta la durata della commedia) che con la complessa ed efficacissima scenografia utile ad accentuare in modo decisivo l’effetto sorpresa di alcune trovate narrative. Perfettamente recitato da un cast di attori dotati di grande spessore professionale e, al tempo stesso, di incredibile leggerezza interpretativa, capaci di divertire divertendosi, il che non è affatto una circostanza secondaria. Da indicare, come strada da percorrere, a certi teatroni imparruccati convinti che solo la tragedia, il concettuale, la rimasticazione dei classici e il più scontato e polveroso didascalico possano assurgere alla dignità di essere inseriti nel calendario ufficiale..

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La voce dei protagonisti:

«È una commedia, scritta nel 2012 e andata in scena dal 2013, che ha riscosso un grandissimo successo in Francia, con un gran numero di repliche, in patria e all’estero, aggiudicandosi anche, nel 2014, il prestigioso premio Molière. Per portarla in Italia (con l’adattamento di Luca Barcellona) si è scelto di importare, oltre alla meravigliosa scenografia, anche il regista»  ci spiega Antonio Conte (che ricordiamo anche per la recente, sontuosa interpretazione del vescovo sposato in «Sua Eccellenza è servita» di Patrizio Pacioni e Salvatore Buccafusca.

«Il meccanismo del replay e dell’esasperata reiterazione delle situazioni, divenuto fin troppo scontato nella produzione cinematografica, in teatro è un’autentica novità. È piacevole anche per noi che siamo sul palcoscenico, sorprendere il pubblico di battuta in battuta, condurlo nell’intreccio complicato della storia passo dopo passo, sfruttandone la curiositàà, distrarlo, al momento giusto, perché non si accorga degli stupefacenti “trucchi” di scena. In Ieri è un altro giorno nulla è certo, nulla è scontato… e guai a distrarsi!»   aggiunge Gianluca Ramazzotti, ovvero l’avvocato Paolucci in persona.

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Le risate a scena aperta, gli applausi finali (convinti, convintissimi, e anche questi ripetuti… fino al delirio, bastano, da soli, a attestare, senza possibilità di contestazione, che si tratta di uno spettacolo intrigante, divertente, intelligente… assolutamente da vedere.

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IERI È UN ALTRO GIORNO

FINO AL 22 APRILE AL TEATRO MARTINITt DI MILANO

 

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   GuittoMatto

 

 

 

 

 

Categorie: Teatro & Arte varia.

100 scalini in palcoscenico, tra la rivoluzione francese e il primo volo

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«Si tratta senz’altro di uno spettacolo, ma allo stesso tempo di un esperimento di drammaturgia originale che verrà modificato e nutrito proprio dall’incontro con il pubblico, un evento che verrà presentato nella sua natura più duttile, proprio per cogliere le più sottili sfumature della relazione tra la nostra anacronistica seppur contemporanea arte e la sensibilità e i modi di percezione del tempo presente» dichiarano concordi Elena Bucci e Marco Sgrosso

«Il margine di rischio è alto, ma proprio in questo si misura la natura speciale di questo progetto. E il tema ci aiuta».

 

  

(Ph Umberto Favretto)

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«Ottocento» (coproduzione CTB e Belle Bandiere) è un soffio di vento, un’ampia ala ideale che vola, planando per poi riprendere quota, e di nuovo scendere in picchiata, sulle sconfinate pianure ucraine e russe, sulle guglie gotiche dell’impero austroungarico e della Prussia, sulla splendida Parigi di Notre-Dame e della Tour Eiffel, sui monumenti classici della penisola italiana, sugli ussari a cavallo e sulle schiere inquadrate delle fanterie, sui campi di grano, sui vigneti, su monti, fiumi e laghi.

Con un grande balzo varca l’oceano e, dall’alto, fissa le oscure profondità dell’anima e dell’occulto di Edgar Allan Poe e dei suoi nerissimi corvi.

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Questo è ciò che rimane n all’uscita del Teatro Santa Chiara, insieme a frammenti delle pagine e dei pensieri di Emily Dickinson,  George Sand, Mary Shelley,  Margherita Gauthier, Anna Karenina, Čhecov, Thomas Buddenbrook, Thomas Mann, Guy De Maupassant,  Edgar Allan Poe, delle Sorelle Brontë.

Uno spettacolo di larghi orizzonti, splendidamente recitato da Elena Bucci e Marco Sgrosso, che resta a metà tra un arazzo e un patchwork, volutamente incompiuto, innesco più che esplosivo, utile a fare detonare, “dopo”, la curiosità degli spettatori, al suono di «Wuthering heights»  gorgheggiata da Kate Bush e del più austero coro che intona l’Internazionale.

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Perché che «L’ Ottocento è l’uomo uscito dalla voragine della Storia», potete starne certi, è un concetto che, dopo avere assistito a uno spettacolo come questo, non si dimenticherà più.

 

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   GuittoMatto

 

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Chi lo dice che vincono sempre i Bianchi?

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L’autore dell’opera di turno in «Teatro Aperto» è il barbuto Francesco Bianchi, laziale di origine, ma con una spiccata attitudine a una mobilità territoriale di tipo formativo-artistico, attualmente drammaturgo presso la Fondazione Teatro Due di Parma.

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«L’idea di scrivere Europa, pur non raccontandone la vicenda, è stata ispirata dal massacro del Bataclan», spiega prima dell’inizio della lettura scenica.

Otto sono i personaggi che compaiono in scena: i pezzi degli scacchi al completo (fatta eccezione per uno dei cavalli che, peraltro, farà una rapidissima apparizione più tardi) e un pedone, in qualità di rappresentante  dei sette fratelli-compagni di squadra.

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È la squadra dei Bianchi, di scena, raccontata nella fase di preparazione all’ennesima partita. Nella compagine si ravvisa, senza troppe difficoltà, l’opulento quanto pigro Occidente, reso altezzoso e certo della vittoria sui vituperati Neri, reietti del Terzo Mondo. E proprio sulla similitudine tra la partita che si gioca sulla scacchiera e ciò che accade nella politica e nelle strategie della vita reale, è basata l’idea all’origine del dramma.

Ciò che trapela dalla lettura scenica (alla quale, peraltro, gli attori/lettori impegnati conferiscono un più che positivo contributo in termini di impegno e di qualità d’interpretazione) è l’impressione di un testo ben scritto, che rivela una solida preparazione drammaturgica, ma fin troppo statico. Composto e strutturato in maniera cerebrale, attraverso una identificazione tra uomini e pezzi che in certi passaggi appare alquanto forzata, denota una scarsa partecipazione emotiva che, inevitabilmente, finisce per trasmettersi anche agli spettatori.

Anche sull’originalità dei contenuti, poi, ci sarebbe da discutere. Innanzitutto, dare per ineluttabile e scontata la sconfitta dell’Occidente, appare una premessa, se non azzardata, alquanto affrettata: nella realtà, come nel gioco, non basta uno o più “sacrifici” di questo o quel pezzo, per quanto clamorosi, per aggiudicarsi effettivamente la partita. Non si tiene inoltre nel minimo conto la presenza di un altro importante player, costituito dalla Cina, non più comunista e non ancora ortodossamente capitalista, capace di influenzare con la propria straripante potenza, economica oltre che demografica, gli esiti della partita mondiale, anche dal punto di vista culturale.

Altrettanto può dirsi per la reiterazione del postulato auto-flagellante consistente nella teoria che i veri mostri sono coloro che, a torto o a ragione, sostengono i valori e le teorie del nostro Sistema che, pur nell’inevitabile sovrabbondanza di errori e orrori, si è sino a questo momento dimostrato “meno peggiore” degli altri. Ne deriva che, su tale premessa, i massacratori di persone (non di sistemi, si badi bene) che rendono insicure strade e piazze delle nostre città, diventino semplicemente “compagni che sbagliano”, ricavando da ciò, se non una piena assoluzione, l’accumularsi di un gran numero di attenuanti.

Didascalico il finale, in cui il messaggio che fin dall’inizio si intende scopertamente veicolare, viene declinato senza sorprese: scoppia la rivolta dei pedoni-soldati-popolo-vittime sacrificali del Potere e a nulla valgono i tardivi ripensamenti e le strumentali blandizie di un apparato a quel punto terrorizzato dal più oscuro dei futuri.

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   GuittoMatto

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La «Pietà» di Sinisi è scultura di parole

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Per la rassegna «Teatro Aperto», serie di letture sceniche organizzata dal Centro Teatrale Bresciano, ieri sera, al Teatro Sancarlino, Elisabetta Pozzi ha letto il testo di Fabrizio Sinisi «Pietà».

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La trama:

È la storia di un incontro fatale e delle sue drammatiche conseguenze. Da un incontro occasionale con uno sconosciuto, neanche troppo coinvolgente, una giovane donna milanese guadagna un figlio e un abbandono. I primi anni trascorrono in un’apparente mancanza di problematiche derivanti dalla mancanza della figura paterna e in un’atmosfera di ingannevole tranquillità.

Con il dodicesimo compleanno del figlio Teodoro, un’improvvisa quanto inattesa esplosione di rabbia (probabile simbolo della devastante irruzione della tempesta ormonale adolescenziale) sconvolge gli schemi, dando inizio a un periodo conflituale caratterizzato dai tipici problemi dell’età: il profilo e la condotta a scuola, la frequentazione di cattive amicizie, la ricerca problematica di un’identità adulta.

E proprio quando sembra che, infine, l’abnegazione di uno spirito materno totalizzante, possa risolvere ogni problema, ecco che il caso, il destino, il fato, sconvolgono per sempre ogni certezza.

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L’Autore:

Scelgo le poche e significative parole con cui Elisabetta Pozzi: ha introdotto la serata, prima di cominciare il monologo:

«Riconosco in Fabrizio Sinisi, neo “Drammaturg” domestico scelto dal Centro Teatrale Bresciano per il prossimo triennio, innanzitutto il Poeta. Resistendo alla moda imperante di trasporre in palcoscenico come nella letteratura il linguaggio comune, Fabrizio, riconoscendo e facendo propria la misterica ritualità del Teatro, scrive con accenti lirici, riuscendo a condensare e a mettere in scena  le sue nobili frequentazioni letterarie».

Ricordo che, pochi giorni fa, è andato in scena al teatro Santa Chiara «Shakespeare/Sonetti», versione italiana e adattamento teatrale di Valter Malosti e dello stesso Fabrizio Sinisi.

Per il resto, le parole di Elisabetta Pozzi sono talmente incisive che non reputo necessario aggiungere altro.

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Il testo e lo spettacolo:

  

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«Chi è cieco dalla nascita non sa cosa gli manca, eppure avverte nostalgia» è l’ammiccante premessa.

«A 24 anni l’unica preoccupazione di una donna è che se piove, le si rovina la piega dei capelli»è la giustificazione per un comportamento immaturo e per una scelta fatale.

Poi irrompe il futuro sotto le vesti di un bel giovane impegnato al confessionale, a chiedere poco convinto perdono per peccati commessi contro la purezza. Da un amplesso frettoloso e insoddisfacente, prende le mosse e germoglia la drammatica “final destination” di una vita. Anzi di due. Anzi di tre.

Tra le cose che più colpiscono, nella stilisticamente impeccabile scrittura drammaturgica di Fabrizio Sinisi, c’è un particolare che potrebbe sembrare secondario, ma non lo è affatto: il ripetuto quanto felice accostamento tra una descrizione minuziosa dei piccoli gesti e i pensieri più intimi, quelli del livello più interiore dell’anima, più prossimi alle pulsioni più istintive e profonde.

«Pietà» è un monologo dolente, in cui echeggia una Milano che non c’è più, un mondo retrò, a metà tra le canzoni di Tenco, i cantautori bretoni e l’amara e urticante ironia di Gaber, introiettati a posteriori dal giovane drammaturgo, in un’atmosfera sospesa di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato.

«Pietà» è una autocritica al maschile, che parte dal concetto che «Una donna cerca qualcuno da, un uomo cerca qualcuna per».

«Pietà» è la dichiarazione disperata di chi ha realizzato che «Nulla è più tremendo di una vita in cui nulla succede. Dunque, qualsiasi errore, anche il peggiore, è preferibile rispetto al nulla».

«Pietà», recitato da una empatica, emozionante meravigliosa e immensa Elisabetta Pozzi, alla fine lasci un solo, grande dubbio: a chi è rivolta l’affranta e straniata narrazione? Al fato? All’uomo che, probabilmente, ancora non sa, e forse non saprà mai, come sarebbe potuta cambiare la storia della vita?

Di certo non al pubblico, che l’Autore condanna, con raffinata crudeltà, ad assistere, in un letto di spine e raffinatissime parole, in qualità di testimone mesto e impotente.

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   GuittoMatto

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Da Stratford a Brescia, un intrigante cocktail di versi e note

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(vds. altro articolo sullo stesso argomento in data 12 marzo 2018:  https://cardona.patriziopacioni.com/goodmorning-brescia-sonetti_sinisi_malosti/)

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L’Autore:

William Shakespeare (Stratford-upon-Avon, 23 aprile 1564– Stratford-upon-Avon, 23 aprile 1616),  soprannominato il “Bardo” o il “Cigno dell’Avon”. Della sua (anche numericamente) produzione, ci sono pervenuti  37 testi teatrali, 154 sonetti e una serie di poemi.

È universalmente considerato il più importante scrittore in lingua inglese e generalmente ritenuto il più eminente drammaturgo della cultura occidentale. 

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L’opera:

Per una volta Shakespeare arrivò secondo. Anzi, addirittura  “fuori dal podio”, per rimanere in ambito sportivo. La “moda del sonetto”, infatti, nell’Inghilterra elisabettiana aveva imperversato nell’ultimo decennio del 16° secolo,  con le opere di  Philip Sidney (Astrophel and Stella, 1591), Samuel Daniel (Delia, 1592), Thomas Lodge (Phillis, 1593) ed Edmund Spenser  (Amoretti, 1595).

 La raccolta shakespeariana, scritta probabilmente tra 1593 e il 1599 ma pubblicata diversi anni dopo (1609, per le stampe dell’editore  Thomas Thorpe) si adegua (aggiungendo Lover’s Complaint)  al modello  scelto da Daniel e Lodge, che avevano fatto seguire alla raccolta di sonetti brevi un componimento più complesso.

A partire dal ‘700, parecchi studiosi più o meno autorevoli avanzarono dubbi sulla reale paternità di Sonetti, dimostratisi poi scarsamente attendibili visti i numerosissimi riscontri individuati poi con il linguaggio dell’ultimo Shakespeare.

I Sonnets sono poesie d’amore dedicate dal numero 1 al numero 126 a un giovane amico di Shakespeare (si pensa il Conte di Southampton Henry Wriothesly o William Herbert) e dal 127 al 154 a una Dark Lady dai capelli o dalla carnagione scuri. Il sonetto più famoso della raccolta è senz’altro il sonetto 18,si apre con il poeta che paragona il giovane amico (il Fair Youth) a una giornata estiva, sostenendo che mentre l’estate è breve, mutevole e non sempre perfetta, il protagonista incarna l’estate stessa, eterna, e quindi la bellezza. E mentre l’estate lascerà posto all’autunno, il suo amore vivrà in eterno. Assai diversa è la Dark Lady che emerge nella seconda parte della raccolta, l’incarnazione di un amore spesso crudele e infedele, una fascinosa figura del male, descritta come my female evil  (“la diavolessa”,  “la donna malvagia” – sonetto 144)

In “A Lover’s Complaint” o “Lamento dell’amante” (lasciando maliziosamente indeterminato il sesso) si narra di una sfortunata giovinetta, prima sedotta (attraverso  un’abile strategia di corteggiamento) da un cinico rubacuori, poi crudelmente abbandonata.

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Lo spettacolo:

All’inizio chi conduce il gioco è un tecno-pagliaccio che si atteggia, si muove, parla (e declama sonetti) come il conduttore di una hit parade televisiva, in una atmosfera circense, con tanto di risate e applausi registrati.

«Ho due amori, che si chiamano conforto e dannazione»

Il primo è un giovane maschio biondo e dalle fattezze delicate, l’altra è una femmina, nera e aggressiva.

La “dark lady” si scatena in una danza dissociata, che è l’antica malattia di un mondo fascinoso quanto ingannatore, è un condensato tossico di menzogne sottintese e spudoratamente ostentate a se stessi, è frenetica dissolutezza, tarantolata, estenuante, allucinata. I tradimenti sono nascosti sotto abiti troppo succinti, più forte della discrezione è la volontà di svelarli come carne nuda e ammiccante, mordicchiando il peccato come una dolce e letale mela avvelenata.

Poi c’è l’altra faccia dell’amore, tutto al maschile, che si esplicita in un confronto erotico nel quale la preda non vede l’ora di essere catturata e sottomessa, ma chi sottomette con il corpo, molte volte, in realtà, finisce per essere sottomesso nell’anima. Una danza sessuale più che sensuale, la rappresentazione esplicita di un amplesso rabbioso e sempre in appagante se tenuto distinto da un’empatia sentimentale, perché «Credendomi vincente ho perso tutto», come scrive il poeta.

Tutto finisce con l’amara considerazione che «L’amore è una medicina che non guarisce ma aggrava la piaga» e con lo struggente testamento del drammaturgo: «Se leggerai i miei versi dimentica chi li ha scritti».

Il tutto in una intensissima ora di spettacolo, un contenitore in cui il testo e la regia versano di tutto: dal romanticismo melodico di Modugno alla tecno-music, dalla figura arcaica del Bardo, che incombe dal fondale del palcoscenico  a una scenografia “di frontiera” postmoderna.

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Nell’insieme ben recitato, innovativo, stimolante, provocatorio, ma al tempo stesso, proprio per questa sua coplessità, di difficile assimilazione da parte di un pubblico che, comunque, ha applaudito a lungo al calar del sipario. A titolo di esempio cito il commento di uno dei numerosi studenti che, grazie alla politica di promozione nei confronti dei giovani, attuata dal CTB, assistevano allo spettacolo, colto all’uscita, sul marciapiede antistante il Santa Chiara: «Con tanto nudo sul palcoscenico, finisce che si concentra l’attenzione del pubblico sul sesso, ma lo fa smarrisce sul senso dello spettacolo».

Un gioco di parole goliardico e sfacciato che, forse, la parte più ironica del giovane Shakespeare avrebbe potuto e saputo apprezzare.

 

versione italiana e adattamento teatrale di FABRIZIO SINISI e VALTER MALOSTI

coreografie MICHELA LUCENTI

scene e costumi DOMENICO FRANCHI

luci CESARE AGONI

suono EDOARDO CHIAF

con

VALTER MALOSTI

MICHELA LUCENTI

MAURIZIO CAMILLI

MARCELLO SPINETTA

e con ELENA SERRA

assistente alla regia ELENA SERRA

direttore tecnico CESARE AGONI

macchinista NICOLA PIGHETTI, FILIPPO MARAI

capo elettricista e fonico EDOARDO CHIAF

scene realizzate nel LABORATORIO DEL CTB CENTRO TEATRALE BRESCIANO

responsabile della costruzione OSCAR VALTER VETTORE

scenografa realizzatrice MICHELA ANDREIS

costumi realizzati da BOTTEGA DEL CENCIO

sarto FEDERICO GHIDELLI

acconciature e trucco BRUNA CALVARESI

amministratrice di compagnia GAIA RICCI

FINO AL 25 MARZO AL TEATRO SANTA CHIARA MINA MEZZADRI DI BRESCIA

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   GuittoMatto

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Dalla carta al palcoscenico, Pirrotta racconta una guerra che non finisce mai

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Il libro:

Il libro «Teatro» è una raccolta di cinque atti unici («All’ombra della collina», «Malaluna», «La ballata delle ballate», «La grazia dell’angelo» e «Sacre-Stie»), che ha per argomento centrale la mafia ma nel quale emergono altre tematiche relative alla realtà e alla tradizione siciliana. Un’ennesima ma non banale di una lingua e di una cultura visceralmente mediterranea, ma collegabile logicamente ed emotivamente ad altre culture anche lontane. Un fenomeno di straordinaria ubiquità espressiva e artistica che vede l’Autore-Attore avventurarsi in un ardito viaggio spazio temporale restando con i piedi bene piantati nella terra, nella sabbia e nel mare di Trinacria. 

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Titolo: Teatro
Autore: Vincenzo Pirrotta
Editore: Editoria & Spettacolo
Anno: 2011
Pagg: 220
Prezzo 15,00 
EAN: 9788897276159

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Lo spettacolo:

Secondo la nuova tendenza le due coreute che affiancano Vincenzo Pirrotta in questo atto unico di grande intensità attendono il pubblico che si va ad accomodare in platea già in scena, arrampicate sulla semplice ma suggestiva scenografia immersa nel buio, mentre il battito amplificato di un cuore scandisce l’attesa. Quando le luci si accendono, illuminando il palcoscenico, ecco che il nero diventa bianco abbagliante, ecco che si manifestano alcune sedie per un popolo che non sarà mai comodo, una scala che sale verso l’alto per un popolo che dovrà sempre lottare per non  inabissarsi ancora di più. 

Anche i tre attori indossano vesti bianche, più judogi che tute, o pigiami, con Pirrotta che, come spesso gli accade, lascia scoperto il torace, per sottolineare ancora di più, qualora ce ne fosse ancora necessità, la carnale fisicità che è solito sfoggiare in tutte le sue recite.

E c’è una strana commistione tra cadenze dialettali sicule, sonorità da scacciapensieri, nenie orientali da tempio scintoista o da samurai, in questa singolarissima pièce. Una storia di morte e di morti, di uccisori e di uccisi, di vittime, divise tra innocenti e consapevoli, e brutali, irridenti monaci dello sterminio. Scorrono a nastro, a incastro, in sovrapposizione, crudeli eliminazioni, scorrono fiumi di sangue che si incrociano e si contaminano, confondendo lo spettatore, con assoluta volontà di farlo, travolgendolo in una corrente di dolore, di raccapriccio, che, inevitabilmente, si trasformano in indignazione.

Perché «Manca sempre il tempo di resettare l’Universo dopo avere vuotato i cassetti», perché i numeri delle date di sangue si succedono come una macabra litania, una speciale cabala del Male, mentre Pirrone si batte il petto, come una vittima dolente, un assassino pentito o un carnefice orgoglioso del massacro che sta portando avanti, chissà.

Si passa, penosamente, senza cesure, senza tregua, dai picciotti massacrati per un piccolo sgarro ai grandi, al giornalista troppo curioso, al magistrato macellato all’uscita della messa, al poliziotto inviso alla Cupola preso a fucilate da un killer che ride mentre spara, al ragazzino sciolto nell’acido per l’unica colpa di essere il figlio di un infame. 

Certo, chi conosce meglio fasti e nefasti della terribile guerra di mafia che insanguinò la Sicilia forse è in grado di apprezzare meglio le sfumature, ma ciò che interessa l’autore e regista, cioè creare una sinfonia funebre che porti ciascuno a esecrare una simile, bestiale violenza, viene colto in pieno.

Più che uno “Spoon River” alla siciliana, come pure molti critici, superficialmente, lo hanno battezzato, la pièce ricorda un susseguirsi di fogli staccati da un calendario, grondante di sangue, che solo un mare di lacrime salate, forse, può riuscire a lavare.

Lo si capisce, perfettamente quando, nell’imminenza del calar del sipario.  le due straziate, aggraziate e composte corifere, perfette nella loro parte, stendono un triste bucato ad asciugare al sole.

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ALMANACCO SICILIANO

DI ROBERTO ALAJMO
REGIA DI VINCENZO PIRROTTA
MUSICHE MARCO BETTA E FRATELLI MANCUSO
SCENE CLAUDIO LA FATA
LUCI NINO ANNALORO
COSTUMI VINCENZO PIRROTTA
CON ELISA LUCARELLI, CINZIA MACCAGNANO, VINCENZO PIRROTTA
PRODUZIONE TEATRO BIONDO PALERMO

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.