Goodmorning Brescia (53) – Anche i briganti perdono la testa

Allora (si sta parlando della seconda metà del sedicesimo secolo, mica di ieri l’altro) le forze di polizia , che allora non si chiamavano detectives, ma più prosaicamente birri,non avevano a propria disposizione le risorse tecnologiche utilizzabili al giorno d’oggi: niene archivi fotografici, né possibilità di effettuare i sofisticati identikit cui ricorrono i  loro colleghi del terzo millennio, né (tantomeno)  programmi informaticci di riconoscimento facciale.

Insomma, non c’era la Rete. Anzi, no; per la verità, l’unica rete di cui disponevano “i buoni”, era quella composta da informatori e delatori pronti, allora come ora, a fornire preziose soffiate in cambio di denari e/o favori di vario assortimento, da una raccomandazione a uno sconto di pena.

Così il signor Giovanni Beatrici, meglio come conosciuto come Zan Zanù («che sarebbe come dire Giovanni Giovannone» spiega Gatta)    riuscì per lunghi, violenti e sanguinosissimi anni a esercitare il mestiere di feroce brigante, terrorizzando le popolazioni dell’ampia porzione di territorio gardesano che va da Tignale a Salò. Serenamente rapinando, violentando, sequestrando e uccidendo, così com’è giusto che faccia un brigante professionale qual era lui, insieme alla sua banda. 

Con la forza narrativa ed evocativa che non credo di avere scoperto oggi, Costanzo Gatta ne sintetizza la fosca vicenda in uno snello ma ben articolato intervento sull’edizione bresciana del Corriere della Sera di oggi: quella che è descritta è una situazione in cui la malavita gode della connivenza di personaggi insospettabili, spesso anche altolocati, prestandosi, all’occorrenza, anche all’eliminazione di scomodi avversari politici, come il podestà di Salò, Barnardino Ganassoni, freddato dallo stesso Zan con un colpo di archibugio in petto all’interno del Duomo, nel corso di una funzione religiosa.

Alla fine, nella valletta della Fornaci, quando le malefatte di Zan Zanù divennero talmente clamorose dal sollevare il malumore dei bravi gardesani, il perverso percorso terreno del delinquente si fermò bruscamente, al termine di uno scontro a fuoco e ll’arma bianca protrattosi per più di otto ore.

Gatta ne narra collocando l’episodio finale di questa sanguinosa saga, come sovente si diletta a fare, tra realtà e leggenda.

Così come, a corredo dell’articolo, inserisce un ammiccante riferimento a una certa testa custodita sotto formalina presso l’Ospedale di Salò, nell’ambito di una raccolta di reperti realizzata da un medico ottocentesco: è Lui o non è Lui?

 

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A proposito: l’articolista ricorda che, tra gli insospettabili sodali del feroce Giovanni Beatrici, c’era anche un tale Fra Tiziano, padre guardiano del convento dei Cappuccini di Gargnano.

Eccolo, l’anello di congiunzione: sbaglio o, nelle antiche cronache della c.d. malavita organizzata, ci fu un altro famoso quanto leggendario brigante che rispondeva al nome di Fra Diavolo?

 

 

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Nuvole di parole (5) – Lilith «La fine della caccia»

«Chi ben comincia è a metà dell’opera»  recita un noto proverbio.

In una celeberrima canzone, però, Mina continua a ribadire che «L’importante è finire».

Ecco, partirei da qui per la recensione di questo diciottesimo e ultimo numero di una serie che ha accompagnato me e numerosi altri appassionati di comics per ben nove anni. Poi capirete perché.

Un viaggio nello spazio e nel tempo, quello di Lilith, alla ricerca di una raccapricciante entità denominata  cardo-triacanto-spiromorfo che, viene detto sin da subito, impiantandosi nel corso dei secoli in questo o quell’individuo (solitamente personaggi eccellenti),  rappresenta un serio pericolo di estinzione per la razza umana.

L’originalità di questa lunga saga risiede, oltre che nel fantastico mondo ben creato, descritto e disegnato da Luca Enoch, proprio nelle intelligenti rivisitazioni di episodi della storia dell’uomo, indissolubilmente intrecciate con stuzzicanti ucronie.

Ben centrato il personaggio principale, l’inconsapevole adolescente Lyca, colta da un futuro remoto d’inquietante ordine e lindore, per essere destinata a trasformarsi nella spietata/cinica/naturalmente lussuriosa Lilith. Le fa da spalle una simpatica belva nera come la notte, qualcosa a metà tra una pantera un leone e un enorme gattone, distruttiva alla bisogna ma -normalmente- saggia e (auto)ironica.

Ma, tornando alle prime parole…

Cosa:

A Lilith, stavolta, l’ennesimo “portatore sano” di triacanto è inspiegabilmente sfuggito. Incaponendosi nella ricerca, in un ‘800 in cui gli attuali Stati Uniti non sono contesi tra i patrioti e i soldati di Sua Maestà, ma tra le potenze coloniali di Gran Bretagna e Giappone, valicando le Montagne Rocciose ha attraversato da est a ovest, praticamente, l’intero Continente.

Qui l’aspetta, in una missione gesuita, l’incontro definitivo con il Cardo Crociato.

È arrivato il momento dello scontro finale, che si risolve, però, in modo del tutto imprevisto.

 

Come:

L’idea è stata molto bella, oltre che assolutamente originale.

Lo svolgimento della lunga storia, articolata in 16 albi, assolutamente irreprensibile. Accattivante, appassionante, in grado di incuriosire il lettore fornendo preziosi richiami alla “Storia” vera e suggerendo, per di più, interessantissimi spunti di riflessione.

Soltanto fno a pagina 80 dell’ultima puntata, però.

Perché, di lì in poi, l’Enoch autore/sceneggiatore, a differenza dell’Enoch disegnatore che prosegue nel suo stile magistrale fino all’ultima tavola, sembra smarrirsi.

Non intendo, per rispetto sia dell’Autore che di chi ancora non avesse letto l’albo, spoilerare vigliaccamente il finale.

Basti sapere, però, che in pochi, sin troppo serrati passaggi, tutto (o quasi tutto) ciò che si era costruito nelle circa duemila pagine precedenti, viene messo inopinatamente in discussione, senza che ciò sia supportato da adeguati e coerenti passaggi psicologici.

Che sia stato per la tentazione (comune a molti autori) di stupire a ogni costo il proprio pubblico o, più semplicemente, di mettere fine a una saga che non era possibile tirare oltre i limiti stabiliti, fatto sta che, chiudendo e riponendo sullo scffale insieme ai suoi diciassette fratelli questo «La fine della caccia», ciò che resta in bocca è un sapore amaro.

Quello del rimpianto per una splendida occasione persa, sia per il bravissimo Enoch… che per chi con stima e affetto lo segue.

Molti “addetti ai lavori” sono soliti affermare e ribadire in ogni sede che incipit ed epilogo sono le parti più difficili di una narrazione.

E io sono (molto) d’accordo con loro. 

 

 

 

LA FINE DELLA CACCIA

Soggetto e sceneggiatura: Luca Enoch

Disegni: Luca Enoch

Copertina: Luca Enoch

Lettering: Renata Tuis

18° e ultimo numero della serie semestrale

Sergio Bonelli Editore

Prezzo: 4 € – 132 pagg. 

Giugno 2017

 

 

 
Categorie: Scrittura.

Goodmorning Brescia (52) – Giallo del Lago o… giallo dell’Ego?

Ormai è risaputo: l’occhio di Costanzo Gatta su tutto ciò che riguarda non solo la produzione artistica, ma anche la movimentata vicenda umana di Gabriele D’Annunzio, è sempre vigile.

Ha già scritto diversi saggi su di lui, e sta lavorando a un’opera che, con un po’ di enfasi (ma non troppa) si potrebbe definire monumentale.

Dunque tutto (o quasi tutto) ciò che c’è da sapere sul «Vate», sull’  «Orbo Veggente» , su «The Pikedd», sull’  «Ero-Poet» , su «Ariel»  (soprannomi e pseudonimi calzati dal poeta pescarese o attribuitigli da amici, nemici e critici) Costanzo Gatta lo sa.

Per il resto, come dovrebbe fare qualunque giornalista degno di questo nome (ma che troppo pochi tra i suoi colleghi fanno) approfondisce le ricerche di archivio e legge ciò che su D’Annunzio viene pubblicato in Italia e nel mondo.

Questa volta, nell’articolo pubblicato ieri sull’edizione bresciana del Corriere della Sera, lo spunto è tratto dal libro «Il Vate e lo sbirro», di Ennio De Francesco, in cui si ricostruisce l’inchiesta effettuata (ai giorni d’oggi si direbbe sotto copertura) dal commissario Giusepep Dosi, funzionario di polizia prima rottamato e poi recuperato (come spesso accade anche ai nostri giorni) per prendere in mano una di quelle cosiddette “patate bollenti” che nessuno vorrebbe trovarsi a maneggiare: scopo della sua missione, infatti, è chiarire motivazioni e circostanze dello strano incidente occorso in quel di Gardone Riviera, più precisamente a Villa Cargnacco, da una finestra della quale, inopinatamente, D’Annunzio era volato, schiantandosi al suolo dalla non letale, ma pur sempre impegnativa e dannosa, altezza di quattro metri.

Per prima cosa «Cherchez la femme», si dice in questi casi. Beh, a Gardone di “femme” ce n’erano ben due, giovani e piacenti sorelle, per di più, e con un predatore di tale pericolosità in giro per casa…

Un’occasione, oltre che per ripercorrere uno dei tanti episodi “piccanti” della disordinata vita amorosa del sessulalmente bulimico Gabriele, per riassaporare un gustoso spaccato della vita della high class bresciana e gardesana del tempo.

A tutti i (non pochi) fan di Gatta, ricordo che nel pomeriggio di venerdì 1 settembre, nell’ambito della Fiera Regionale di Orzinuovi, passando con l’agilità mentale e creativa che da sempre lo contraddistingue, dalla storiografia letteraria (e non) alla cultura popolare e alla ricca tradizione alimentare e culinaria del bresciano, il giornalista/scrittore e drammaturgo presenterà un suo nuovo libro il cui titolo, tradotto dal vernacolo, è  «Vino che salta, formaggio che piange e olio buono».

A seguire, per restare in tema, lo spettacolo «Al contadino non far sapere quanto sia buono il formaggio con le pere» con Daniele Squassina e Maurizio Lovisetti.

Ghiottissimo appuntamento per antonomasia, dunque da non perdere.

 

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Categorie: Giorni d'oggi.

Monolith: dalle tavole alle favole (nere)

    

IL FUMETTO

«Monolith» è una graphic novel scritta da Roberto Recchioni (curatore di Dylan Dog) e Mauro Uzzeo  per le matite di Lorenzo Ceccotti (alias LRNZ), “apparsa” a Lucca Comics & Games 2016, in fumetteria dallo scorso gennaio (96 pagine – prezzo 16 €) per le stampe di Sergio Bonelli Editore.

ISSN: 9788869611698

Trama:

Sandra, popstar che ha sacrificato la carriera artistica alla famiglia (e in particolare al figlioletto David), riceve in regalo dal marito Carl una macchina di nuovissima generazione, che ha nella sofisticata informatica in dotazione, nella robustezza a prova di qualsiasi tipo di urto (e anche di proiettile) e nella sicurezza, le prerogative che ne giustificano un prezzo probabilmente esorbitante.

Una volta in viaggio verso una casetta di campagna dove trascorrere un periodo di relax insieme al piccolo David, però, Sandra percepisce in uno strano e reticente atteggiamento di suo marito, seri indizi di un tradimento in corso. Mossa dalla gelosia decide così di prolungare di diverse centinaia di chilometri il viaggio, ignorando, però il terribile e drammatico pericolo in agguato nel deserto che si trova a dover attraversare

Per una serie di contrattempi, infatti, mentre è fuori dall’automobile, Monolith chiude gli sportelli intrappolando il bambino all’interno di quella che, ben presto, si rivelerà una fortezza inespugnabile.

Arriva l’alba e, non appena il sole si alza sull’orizzonte la temperatura comincia implacabilmente a salire, raggiungendo presto i 40 gradi.

E non c’è nessuno, nel raggio di centinaia di miglia, che possa aiutarla in qualche modo…

Per ammissione dello stesso Recchioni, lo spunto iniziale deriva da quella serie di dolorosi incidenti che hanno visto negli ultimi anni diversi genitori “dimenticare” chiusi in auto i propri figli, a volte con tragiche conseguenze.

Di luci e ombre del plot si tratterà più sotto, in occasione della recensione del film che ne è stato tratto; per il momento basti sapere che le splendide illustrazioni, opera di un particolarmente ispirato LRNZ, meriterebbero da sole il pur non indifferente prezzo al quale il libro è messo in vendita (ma questo è un problema che riguarda un po’ tutte le pubblicazioni di questa tipologia di narrazione, in altri Paesi -forse- ancora più che in Italia).

 

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IL FILM

Intanto si tratta di una pellicola he sicuramente sarà ricordata, trattandosi del primo tentativo italiano di costruzione integrata comic-cine. Proprio qui, però, stanno potenzialità e limiti del film o, in modo più generale, di operazioni di questo genere.

Due gli elementi peculiari e critici:

  1. trarre un film da una storia a fumetti, non è lo stesso che farlo da un libro; trattandosi di due mezzi di espressione artistica che agiscono essenzialmente sulla base di immagini, infatti, risulta inevitabile, nel bene e nel male, che le tavole del primo esercitino una forte influenza sulle scene del secondo, indirizzando e facilitando in un certo senso il lavoro del regista ma anche, inevitabilmente, limitandone la fantasia. Nel caso di Monolith, a mio avviso, sono riflessi decisamente positivi quelli derivati dagli straordinariamente suggestivi disegni di Lorenzo Ceccotti sulla fotografia. Scenari, atmosfere, colori e suggestioni ottiche (del deserto, principalmente), l’avveniristico design della futuristica automobile, riempiono gli occhi e la mente degli spettatori, rimanendovi impresse anche dopo la fine dello spettacolo;
  2. la ripartizione per quadri e tavole, caratteristica della narrazione fumettistica, insieme alla necessità (o l’opportunità) di inquadrare la storia in un determinato numero di pagine, inevitabilmente, tolgono alla riscrittura cinematografica quegli ampi spazi di discrezionalità che consente, invece, la trasposizione in film di un romanzo. Dunque, se ne giuadagna la “fedeltà” al testo, ne perde la personalizzazione che può mettere in campo la regia;

Tutto ciò premesso, l’esperimento “italico-bonelliano” merita attenzione e suscita curiosità per ciò che ne potrà seguire. Il prodotto finale che è venuto fuori da questa prima “fase” risulta ben confezionato e gradevole per gli spettatori. 

Brava, anzi bravissima, issima Katrina Bowden che si carica sulle spalle praticamente da sola l’intera pellicola, senza mai risparmiarsi, anche a livello di impegno fisico. Ottima, ma questo lo abbiamo già detto, la scelta degli scenari naturali e la cromatica che impreziosisce l’attenta fotografia.

 

Un’ultina osservazione.

Probabilmente a seguito del “punto 2” sopra trattato, alcune soliìuzioni narrative o risultano quanto meno improbabili e (dunque) poco credibili o, e questo è peggio, inseriscono fili narrativi che poi ci si sceglie di non riprendere o (nel peggiore dei casi) si dimentica di riprendere.

L’idea del falò nell’aeroporto in disuso innescato dalla Mamma Coraggio, tanto per fare un esempio, ha come risultato uan colonna di fumo talmente nera e gigantesca che ci si chiede come mai in un Paese iper controllato come gli States, nessuno vede.

Cadere da quaranta metri, rotolando per un intero crinale dentro una macchina e non fratturarsi neanche un mignolino? Più che la protezione di Monolith ci vorrebbe quella di un Santo, di quelli più vicini al Padreterno.

I balordi, incontrati on the road a inizio viaggio da Sandra & Pupo, scompaiono nel nulla. Stephen King, di sicuro, non ne avrebbe sprecato così il potenziale horrorifico.

E anche il sottoscritto, nel suo piccolo, in confidenza, la pensa allo stesso modo.

 

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Titolo: Monolith
Genere: Drammatico, Thriller
Data di uscita: 12 agosto 2017
Paese: Italia
Regia: Ivan Silvestrini
Cast: Katrina Bowden, Damon Dayoub, Brandon Jones, Jay Hayden, Ashley Madekwe, Katherine Kelly Lang, Nixon Hodges, Krew Hodges, Justine Wachsberger
Durata: 83 Min
Distribuzione: Vision Distribution

 Patrizio Pacioni

 

 

Categorie: Teatro & Arte varia.

Nuvole di parole (4) – La matura gioventù di Julia Kendall

«Non per tutte le saghe ci si può permettere un prequel» ha scritto una volta qualcuno di quegli espertoni-professoroni che sanno ogni cosa di ogni tipo di fiction, che si tratti di libri, film, serie tv o… fumetti, appunto.

«Sono solo poche di esse, anzi, a comportare la realizzazione di un episodio del genere, pochissime quella di più episodi» ha precisato poi, tanto perché non restassero dubbi in chi leggeva il suo articolo.

Mi vengono in mente, così su due piedi, il giovane Montalbano, il giovane Hannibal Lecter, la saga di Smalville per l’adolescente Superman (allora Nembo Kidx), l’infanzia di Batman nella serie tv Ghotam… etc. etc.

Certo è che, per quanto riguarda la criminologa Julia, da qualche anno a questa parte, l’operazione riesce molto bene. Talmente bene che, a volte, capita persino che i “casi” esaminati e risolti dalla studentessa laureanda in criminologia, siano più avvincenti ancora di quelli cui, in centinaia di episodi, ci ha abituato (e spero continui ad abituarci molto a lungo) Julia Kendall, una volta diventata affermata e famosa professionista delle indagini criminali.

 

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Cosa:

La cerimonia di consegna delle lauree, che vede protagonista anche la giovane Kendall, vien interrotta improvvisamente e drammaticamente dalla macabra scoperta, effettuata da una donna delle pulizie, del corpo impiccato di una delle studentesse. Nonostante tutti gli elementi instradino l’inchiesta della polizia  verso la conferma del suicidio, Julia, testarda come sempre, continua un’indagine personale che…

  

L’intreccio, la costruzione narrativa, il ritmo, l’affiatamento tra testo e disegni si mantengono sull’alto livello medio che, secondo chi scrive questo post, è la prima e più peculiare caratteristica degli albi che ospitano le avventure della più famosa criminologa del fumetto italiano.

A differenza di altre testate (anche dello stesso editore) che presentano una serie alternata di interessantissimi “picchi” e di inattese “cadute di tensione”, Julia raramente sorprende i propri lettori ma mai, e sottolineo mai, li delude.

Non c’è forse il numero che fa gridare al capolavoro, ma è un fatto incontrovertibile che al piacere del gioco “giallo” si alternano spunti di riflessione spesso molto interessanti. Insomma, Le storie non sono mai banali, l’intreccio tra “avventura” e “introspezione” sempre equilibrato, i dialoghi azzeccati, i caratteri dei personaggi ben delineati e costantemente rispettati

È Giancarlo Berardi, che non delude mai, perché i suoi personaggi sa interiorizzarli, sa viverli da dentro. In proposito azzardo un’ipotesi che, ci tengo a sottolinearlo, appartiene solo a me e non è suffragata da nessun tipo di prove che mi sia possibile esibire in tribunale.

Giancarlo Berardi, è (e fino a questo punto non temo contestazioni) uomo e artista di grande sensibilità, capace di profonda introspezione e conoscitore delle cose del mondo.

Tra i tanti personaggi creati e fatti vivere grazie alle strisce di fumetti, ce ne sono due che, in particolar modo gli sono propri e cari: Julia Kendall e il mai troppo rimpianto Ken Parker,

La genuinità della narrazione delle rispettive saghe risulta talmente profonda, talmente spontanea e talmente suggestiva, da indurmi a supporre che, ciascuno a modo suo, entrambi rappresentino qualcosa di diverso e soprattutto di più di semplici creazioni di una pur fervidissima fantasia d’autore.

Per Berardi, infatti, il rapporto con loro è assolutamente speciale, e i motivi potrebbero essere quelli che seguono

Se Ken Parker, conosciuto anche come Lungo Fucile, incarna quegli ideali di eguaglianza, libertà, solidarietà che l’autore custodisce certamente dentro di sé. Talmente nel profondo, oserei dire, da indurre il sospetto che in realtà si tratti di una proiezione (più o meno consapevole e/o volontaria) della parte migliore di sé.

Se Julia rappresenta l’essenza della femminilità così come percepita e incondizionatamente apprezzata da Berardi, come eludere il dubbio che, in poche parole sia una figlia vagheggiata, forse anche la compagna da sempre e per sempre desiderata al proprio franco?

Questo per dire, tornando alla forma e alla sostanza di questo articolo, che proprio per i suddetti motivi il prequel di Julia riesce così straordinariamente calzante e suggestivo: chi meglio di un padre o un marito di lungo corso può conoscere così a fondo la storia di un personaggio?

Semplicemente perfetti e ben calzati all’operazione i disegni morbidi di Steve Boraley, impreziositi dai colori pastello di Gloria Martinelli e Spartaco Lombardo e la copertina di Marco Soldi.

IL CASO DELLA GEMELLA PERDUTA

Soggetto e sceneggiatura: Giancarlo Berardi e Maurizio Mantero

Disegni: Steve Boraley

Colori:  Gloria Martinelli e Spartaco Lombardo

Copertina: Marco Soldi

Lettering: Valentina Pejrano

Numero 3 della serie annuale “Speciale”

Sergio Bonelli Editore

Prezzo: 6,30 € – 128 pagg.  a colori

In edicola dal 29 luglio 2017

 

Categorie: Scrittura.

Nuvole di parole (3) – Zagor «L’antica maledizione»

Ebbene sì: stavolta è stata proprio  “emozione” allo stato puro.

Molto simile a quella che provai allorché, dopo la morte del mio mito & maestro di scrittura Ed Mc Bain (6 luglio 2005), ebbi la sorpresa di trovare in libreria ancora ben due romanzi con la sua firma, editi postumi.

Sto parlando, naturalmente, del bell’albo di Zagor oggetto di questa recensione, colorata quanto preziosa proposta estiva di Bonelli Editore, rivolta ai devoti e appassionati seguaci dello Spirito con la Scure, in edicola da pochi giorni.

  

Eccolo, il momento in cui si passa, da una pagina all’altra, dall’ultima tavola disegnata dal grandissimo Gallieno Ferri alla prima di quelle opera di Gianni Sedioli e Marco Verni, che si sono caricati sulle (già valide e robuste) spalle il non facile compito di portare a compimento l’impresa interrotta dalla morte.

Una modesta ma assai significativa metafora di uno dei passaggi, fondamentali quanto inevitabili, che ci propone la Vita: quello della staffetta tra chi va e chi resta.

Se ne parlerà ancora in questo articolo.

 

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Cosa:

Zagor e Chico, ricevuta un’urgente richiesta di aiuto da parte dell’erudito amico Dottor Metrevelic che, tra gli altri moletplici interessi, annovera anche quello dello studio dei fenomeni occulti e misteriosi, si ritrovano in una cittadina tormentata da oscure presenze. Parte da qui un’appassionante e complessa avevntura nel corso della quale il muscoloso quanto coraggioso eroe di Darkwood e uil suo goffo e famelico pard, per l’ennesima volta, si troveranno a confrontarsi direttamente e duramente, con le forze del male, impersonate in questo caso da un folle negromante, dai suoi fanatici accoliti e, per chiudere in bruttezza, da un mostruoso demone caprino. Grazie a questa narrazione, nello spirito della collana, verremo a saperne di più su uno dei tanti e pittoreschi personaggi (appunto il Dottor Metrevelic) che fanno da contorno al protagonista assoluto della saga.

Come:

Questo, davvero, è un albo da conservare. Al di là del valore sentimentale, di cui si è detto in aperra di post, rappresenta, infatti, un perfetto esempio della narrazione fantastica che tanto spessore assume nella serie zagoriana.

Tutti gli ingredienti della  (delizionsamente agé) narrazione di avventura e di mistero che si richiama alla tradizione ottocentesca, rivista alla luce di stuzzicanti ammiccamenti da B-movie del secondo dopoguerra, cui l’indimenticabile Guido Nolitta s’ispirò, sono presenti in questa storia in modo abbondante ma sempre equilibrato .

Pur sapendo perfettamente, infatti, come non sia assolutamente possibile rintracciare il benché minimo elemento di realtà, o almeno di verosimile, in una trama come questa, il lettore si lascia coinvolgere nei palpiiti e nei brividi di un mondo di fantasia talmente rassicurante, nella sua improbabilità, che anche gli orrori più nefandi, i mostri più crudeli e abietti, gli strizzano l’occhio, come a dire: «Su, vieni a giocare con noi, che importa se ti sporcherai un po’ di sangue le mani e i vestiti?».

Voti estremamente positivi, dunque.

Per la tipologia della “operazione”, per l’atmosfera, per il plot, certo.

Ma anche per la capacità empatica dei due bravissimi disegnatori che hanno saputo mantenere le loro tavole sulla stessa lunghezza d’onda di quelle opera dell’inarrivabile Gallieno.

Parimenti suggestiva la copertina, opera di un Alessandro Piccinelli capace cristallizzare in una sola immagine lo spirito della storia narrata.

L’ANTICA MALEDIZIONE

Soggetto e sceneggiatura: Jacopo Rauch

Disegni: Gallieno Ferri, Gianni Sedioli, Marco Verni

Copertina: Alessandro Piccinelli

Lettering: Valentina Pejrano

Numero 5 della serie annuale Color Zagor

Sergio Bonelli Editore – agosto 2017

Prezzo: 6,30 € – 128 pagg.

In edicola dal 2 agosto 2017

 

 

 

 

 

 

Categorie: Scrittura.

Nuvole di parole (2) – Dylan Dog «Arriva il Dampyr»

Cosa:

Intanto un’ avvertenza: le copertine sono due, ma la storia narrate e i disegni che compongono gli albi sono sempre gli stessi: si tratta di un ammiccamento ai collezionisti più appassionati, che potrebbe però trarre in inganno i lettori più distratti.

Il fatto è che nel numero 371 della serie, Dylan Dog incontra nelle strade di Londra l’eroe di un’altra serie Bonelliana, Harlan Draka. “dampyr” ammazza-vampiri il cui sangue risulta piuttosto tossico per ogni tipo di mostro succhiasangue.

Anzi, no: lo storico incontro avviene in una rumorosissima discoteca dove, in concorso tra loro e con la collaborazione dei rispettivi partner, Dylan e Harlan salvano una pallida e spettrale vampira dalle grinfie di una masnada di altri pallidi, spettrali e ferocissimi suoi confratelli-mostri.

Di lì parte una vicenda che vede i nostri amici alle prese con una guerra fratricida tra due “Maestri” che nutrono, uno nei confronti dell’altro, un odio atavico e inestinguibile, complicato dalla presenza di un arsenale di armi distruttive che non può e non deve finire nelle mani di gruppi (quelli sì mostruosi) di terroristi internazionali facente capo all’amorale quanto misterioso John Ghost.

Come:

Che si tratti di un crossover o di un team-up (ed è esattamente questo il caso di «Arriva il Dampyr») appare evidente che l’incontro tra l’introverso inquilino di Craven Road e l’ombroso balcanico che al riportare allo stato naturale i non-morti (più con le “cattive” che con le “buone”) ha dedicato la propria esistenza, appare di difficile incastro.

L’impressione che si ha da una lettura critica dell’albo è che si tratti di un’operazione costruita a tavolino dall’editore, di un esperimento, piuttosto forzato, in cui ci si è voluti impegnare attraverso la razionalità piuttosto che il cuore e la passione.

Insomma, Roberto Recchioni, curatore di questo nuovo (e un po’ problematico) corso di Dylan Dog, appare piuttosto in difficoltà nell’accostare due protagonisti che sono simili tra loro come un carciofo alla giudìa e una coppa di fragole con panna. Uno perso nelle proprie elucubrazioni malinconiche e alquanto retrò, l’altro sempre reattivo, rabbioso, pur se non immune al fascino della buona letteratura, delle belle arti e della musica classica. Per non parlare dei coprotagonisti, naturalmente: da una parte lo stralunato Groucho (che, peraltro, da qualche tempo sembra in crisi di battute) e il male assortito duo composto dall’agente musulmana (ma non troppo) Rania Rakim e dal suo capo nero (anche di carattere) Tyron Carpenter, dall’altra due vere e proprie macchine da guerra, il rude mercenario (umano) Kurjak e la scontrosa, irascibile ( e  per-niente-umana) Tesla.

Sì, per Roberto Recchioni e Giulio Antonio Gualtieri (che lo affianca in questa storia) dev’essere stato uno di quei temi che, ai tempi della scuola, assegnava loro una professoressa di lettere particolarmente scorbutica e pedante, un compito che non avevano nessuna voglia di svolgere ma che, costretti a farlo, svolgevano comunque, cercando di arrabattarsi nel modo migliore.

Ricorrendo a quel  “mestiere”, insomma, che non manca, certamente, né all’uno né all’altro.

Visivamente e perfettamente esplicative, in questo senso, un paio di tavole che vedono Dylan Dog e Dampyr riuniti, insieme ai rispettivi pard, in una fase cruciale di questa prima (e forse ultima) impresa congiunta.

 

Una riunione tra team che si rifà con una certa evidenza al romanzo d’avventure di stampo ottocentesco, non riuscendo però, a mio modestissimo avviso, a creare empatia, Nè tra i personaggi stessi, né con il lettore.

Logico che, con simili legacci e impedimenti, la trama non possa che risultare farraginosa, soostanzialmente priva di coerenza e di mordente.

Un bel sette tondo per i disegni di Daniele Bigliardo che, più ancora che nella rappresentazione dei personaggi, si fa notare per l’accuratissima descrizione degli ambienti, specialmente gli interni.

Meno evocativa delle precedenti, ma perfettamente nel solco della tradizione dylaniata la copertina di Gigi Cavenago.

La fine della storia, in perfetto stile team-up, andrà in onda, anzi in edicola, tra pochi giorni, esattamente venerdì prossimo 4 agosto, sul numero 209 della collana di Dampyr .

E staremo a vedere cosa succederà.

 

ARRIVA IL DAMPYR

Soggetto e sceneggiatura: Roberto Recchioni e  Giulio Antonio Gualtieri

Disegni: Daniele Bigliardo

Copertina: Gigi Cavenago

Lettering: Cristina Bozzi

Numero 371 della serie mensile Dylan Dog

Sergio Bonelli Editore – agosto 2017

In edicola dal 28 luglio 2017 

 

 

 

 

Categorie: Scrittura.

Per difendere il diritto di sorridere

Operation Smile è stata fondata nel 1982 dal Dott. William (Bill) P. Magee Jr., chirurgo plastico e da sua moglie Kathleen (Kathy), infermiera e assistente sociale, che si recarono nelle Filippine con un gruppo di medici volontari, per operare bambini affetti da labiopalatoschisi.

Quello che trovarono una volta giunti sul posto fu di grande impatto. “Le persone spingevano i loro bambini verso di noi” ricorda Kathy. “Ci tiravano per le maniche con gli occhi pieni di lacrime implorandoci di aiutare i loro figli”. Circa 300 famiglie giunsero a Naga City, sperando che i loro figli potessero essere operati, ma i medici riuscirono ad operarne solo 40. Prima di ripartire i coniugi Magee promisero di ritornare per aiutare più bambini.

Iniziarono a chiedere donazioni per attrezzature medico-chirurgiche alle aziende che le producevano, raccolsero fondi tra la gente comune e riuscirono a formare un gruppo di 18 medici, infermieri e tecnici per la loro missione umanitaria nelle Filippine. Furono in grado di aiutare all’incirca 100 pazienti, ma ancora una volta, centinaia rimasero in attesa.

Oggi Operation Smile è un’organizzazione medica umanitaria che riunisce una rete mondiale di migliaia di volontari provenienti da oltre 80 Paesi, la cui professionalità è riconosciuta a livello internazionale, per aiutare a migliorare la vita e la salute di bambini di oltre 60 Paesi del mondo. Abbiamo effettuato oltre 240,000 interventi chirurgici gratuiti a bambini e giovani adulti nati con il labbro leporino ed altre malformazioni al volto. Per realizzare l’autosufficienza medica di lungo periodo a livello locale, formiamo il personale medico dei Paesi in cui operiamo, in modo che sia di aiuto alla comunità di appartenenza, inoltre doniamo attrezzature mediche e garantiamo cure stabili grazie ai nostri centri presenti nel mondo.

Fondazione Operation Smile Italia Onlus

La Fondazione Operation Smile Italia Onlus è attiva in Italia dal 2000 con oltre 100 volontari medici, infermieri e operatori sanitari, impiegati nelle missioni mediche che si svolgono nel mondo e in progetti di cura nazionali ed internazionali. La Fondazione contribuisce alla sostenibilità dei programmi internazionali attraverso attività di raccolta fondi e donazioni in denaro di privati ed aziende. Sul territorio è presente la “Smile House Milano” il primo centro di cura di Operation Smile in Europa per il trattamento operatorio e post operatorio delle labiopalatoschisi.

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