Nuvole di parole (6) – Dylan Dog «Remake 2»

Qualcuno dice che la pastasciutta ripassata in padella per la cena,  magari con l’aggiunta di un po’ di mozzarella, può risultare ancora più gustosa di quella servita “nuova” all’ora di pranzo.

Non è un granché, come similitudine, me ne rendo conto io per primo, però…

… però, se si immagina che nella padella del “ripasso” serale, con l’aiuto della fantasia, si possono aggiungere altri ingredienti, i più diversi, che alla fine finiscono per rendere la pastasciutta una pietanza sostanzialmente diversa da ciò che era a prima botta, beh, credo che ci si possa avvicinare molto allo spirito e alle intenzioni dei questo doppio colpo di remake messo in pista per Dylan Dog, ovvero il fumetto più amato dagli italiani.

Eccoci dunque, dopo che un anno è passato (come suol dirsi) in un amen, al secondo umero consecutivo di Dylan Dog Color Fest dedicato alla rivisitazione di storie create da Lui. Proprio da Lui, sì, il sommo-eccelso-ineguagliabile Tiziano Sclavi.

 

Tre le rivisitazioni comprese in questo albo, vediamole e valutiamole una per una. Il metodo che ho scelto in questa occasione (opinabile quanto gli altri e non necessariamente migliore o peggiore degli altri) è di valutare le tre storie PRESCINDENDO dagli originali, sforzandomi, cioè, di mettere mentalmente da parte quanto pubblicato in precedenza.

  • Il Lungo Addio», affidata a Paola Barbato e Carmine Di Giandomenico è la prima del trittico, non solo perché comincia a pagina 3, ma, anche e soprattutto, perché il lavoro di introspezione psicologica, il dolente e languido romanticismo, il dolceamaro cupio dissolvi che ha saputo così bene assemblare Paola e che ne permeano ogni quadro, lo rendono (semplicemente) delizioso e indimenticabile. Perfettamente in linea con la narrazione i disegni vagamente flou del suo “complice” Carmine. Eccezionale.
  • Di rimescolare «Caccia alle Streghe» si occupano Tito FaraciNicola Mari e Luca Saponti. Il male si annida DAVVERO solo da una parte? Siamo sicuri che sia così facile distinguere con certezza tra il Buono dal Cattivo?  Narrazione nervosa, sincopata, mozzafiato. In più, in questa storia si getta il seme per la futura introduzione di un’altra valida maschera che potrà andare ad arricchire l’amato universo dylaniato: il tostissimo Daryl Zed. Molto promettente.
  • «Golgonda!» è stato ripreso da un monocratico (sceneggiatura, disegno e colore) Fabio Celoni, e qui, purtroppo, vengono meno le note positive. Storia caotica, confusa, fondata su sensazioni epidermiche e su evocazioni grafiche che (per dire la verità fino in fondo) non risultano neppure particolarmente originali e/o innovative. In più, i colori acidi scelti per l’illustrazione, probabilmente con l’idea di creare atmosfere allucinatorio-lisergiche, sortono l’unico effetto di affaticare la vista. Rimandato agli esami di riparazione. 

REMAKE 2

 

Il Lungo Addio

Soggetto e sceneggiatura: Paola Barbato

Disegni e colorazione: Carmine Di Giandomenico

Lettering: Marina Sanfelice

 

Caccia agli inquisitori

Soggetto e sceneggiatura: Tito Faraci

Disegni: Nicola Mari

Colorazione: Luca Saponti

Lettering: Alessandra Belletti

 

La grande baraonda  

Soggetto, sceneggiatura, disegni e colorazione: Fabio Celoni

Lettering:  Alessandra Belletti

 

Sergio Bonelli Editore

Prezzo: 4,90 €

98 pagg. 

9 agosto 2017

9 771971 947007

 

 
Categorie: Scrittura.

Goodmorning Brescia (56) – Vino formaggio e olio… e buona appetito a Orzinuovi!

Dal 2005 è la Orceania Srl, costituita nell’aprile di quello stesso anno con la partecipazione del Comune di Orzinuovi, a occuparsi della organizzazione, della realizzazione e della gestione  della Fiera.

Dal sito ufficiale della società abbiamo ripreso, e di seguito riportiamo, un elenco di motivi che spiegano il perché non solo allevatori, coltivatori e operatori dell’alimentare, ma tutte le persone interessate a un colloquio con la terra e la natura, e attarverso loro con un aspetto più tangibile e interiorizzante con la cultura, potrebbero (e -aggiungo io. dovrebbero) visitare questa 69^ edizione della Fiera Regionale di Orzinuovi.

1) Terra: nelle aree tematiche agricoltura e zootecnia, con la Frisona e la Bionda dell’Adamello, nel progetto teatrale del regista Pietro Arrigoni (Palazzo Franguelli, domenica 3 settembre, 20.45), nel convegno di Confagricoltura (Centro A. Moro, venerdì 1 settembre, 17.30), nell’allestimento pensato dall’Associazione Florivivaisti Bresciani per la nostra piazza.

2) Sapori: nel Parco del Gusto, con prodotti a km zero, proposte enogastronomiche, presentazioni di libri e showcooking dedicati alla cucina bresciana, come nelle iniziative per adulti e bambini dell’area “Mielandia: noi siamo alveare”.

3) Tradizione:
 nella riscoperta degli antichi valori contadini, con la Vecchia Fattoria, e dei proverbi bresciani (Santuario Madonna Addolorata, venerdì 1 settembre, 20.30), nei concerti e nell’inaugurazione della mostra dedicata alla Fanfara dei Bersaglieri (biblioteca, sabato 2 settembre, ore 10).


4) Relazioni:
 nel progetto ComuniInsieme, nato per creare una rete di supporto e valorizzazione del territorio tra comunità della bassa; nella serie di incontri e dibattiti che coinvolgono le istituzioni del territorio.

5) Commercio: nell’area Artigianato e Commercio, che circonda i giardini pubblici, con le dimostrazioni dei panificatori di Confartigianato e altre interessanti attività, come nello showroom a cielo aperto di piazza garibaldi, con gli spazi dedicati ad Auto e Motori.

6) Ospitalità: nel gemellaggio morale con il Comune di Gualdo, colpito dal terremoto dello scorso anno, che vede, tra le iniziative, alcune famiglie orceane ospitare, per due notti, una quarantina di gualdesi.

7) Identità culturale:
 nelle due mostre allestite in Rocca, dedicate al tema del gioco (inaugurazione sabato 2 settembre, 17.30) e nelle presentazioni dei due inediti Quaderni Orceani (Rocca, lunedì 4 settembre, 9.30 e 16.30).

8) Tecnologia: nei macchinari e nelle più recenti tecniche per coltivazioni agricole e allevamenti, nella grande proposta del Campus Riabitare, con le innovative case in legno e in acciaio, il convegno dedicato alle Smart City, le tecnologie per un abitare consapevole, sostenibile, sicuro e intelligente.

9) Formazione: nelle attività del progetto Asinando, alle quali si aggiunge quest’anno il trekking con gli asini sul fiume Oglio, nei laboratori creativi e nei tornei dell’area Sport e Tempo Libero, nelle attività di Educazione Finanziaria e Benessere del Campus Riabitare.

10) Musica e divertimento:
 da sempre un plus della fiera, con le imprese del funambolo Andrea Loreni, i gruppi musicali orceani, la band di Giusy Mercury, il Tango, la danza verticale sulle pareti della Rocca, il rocker Omar Pedrini, la festa di Radio Orzinuovi, l’anteprima del Festival dell’Opera, la musica sinfonica dello spettacolo “Gli angeli sulla terra”.

 

 

Detto questo, passando per la porta che conduce al Santuario di Maria Vergine Addolorata, ora chiesa di grande suggestione spirituale, una volta (me lo ha detto l’espertissima di castelli professoressa Giusi Villari, presente ieri sera all’incontro «Del cibo e dei proverbi bresciani» organizzato dal Centro Sudi San Martino)  ingresso di un castello talmente solido da incutere timore agli imperiali austriaci che, a scanso si equivoci, decisero di raderlo al suolo nel 19° secolo.

 

L’evento, al quale ha ssistito un pubblico numeroso e interessato, si è svolto in due parti, tra loro collegate in nome dell’alimentazione e delle più antiche tradizioni bresciane.

Nel primo la giornalista Silvia Pasolini ha intervistato il “collega” del Corriere della Sera Costanzo Gatta, autore del libro «Vi che salta, formai che pians e oio de chel bu» edito con la promozione di Monsignor Antonio Fappanidalla Fondazione Civiltà Bresciana. Un agile e brillante trattato che, alle suggestioni tutte alimentari di tre alimenti basilari non soo per la cucina di Brescia e dintorni, unisce citazioni e aneddoti raccolti dall’Autore con la consueta sagacia e con la conoscenza della storia e delle tradizioni (non solo locali) che gli sono proprie e universalmente riconosciute.

«Il titolo l’ho derivato da un antico detto bresciano» spiega Gatta.

«L’idea alla base, oltre al rispetto e all’amore che ritengo doveroso per i frutti della terra che costituiscono l’alimento non solo materiale del genere umano, è che un dialetto non nasce per caso: a mio modo di vedere, infatti, altro non è che l’elaborazione comunicativa di una comunità coesa».

Ovvio che, con un tale conferenziere, il discorso si ampli ad altri temi. Tra i tanti spunti, basti citarne uno, gustosissimo:

«I proverbi affondano le radici nella saggezza popolare, la quale, a sua volta, trae spunto dalla tradizione religiosa» dice Gatta.

«Così, per fare un esempio illustre, l’invito di Gesù a Zaccheo di scendere dall’albero per appropinquarsi a Lui e al messaggio divino che reca con sé, non essendo presente nella flora locale il sicomoro, diventa un più disincantato “Veni zo dal fic!” »

 

Spettacolare la seconda parte dell’evento, imperniata sulla trasposizione in letture, musica e immagini del libro scritto da Massimo Montanari (per le edizioni La Terza) «Il formaggio con le pere – storia di un proverbio».

 

La chitarra di Maurizio Lovisetti evoca con grande efficacia atmosfere di tempi passati, la voce di Daniele Squassina, calda e suadente come non mai, racconta di storie domestiche e pubbliche nelle quali affonda, deve affondare le radici, anche l’anima dei nostri tempi e delle nostre genti, sempre che se ne voglia davvero conservare una.

Sul grande schermo, intanto, scivolano via, una dopo l’altra, una sull’altra, opere d’arte a tema, che riempiono gli occhi di colori e suggestioni.

Mancano gli odori e i sapori, certo, ma vi assicuro che, con la forza creativa della fantasia, ieri sera si riuscivano a immaginare anche quelli.

 

Per chiudere, due ultime annotazioni.

La prima è la frase con la quale Costanzo Gatta, da sopraffino artigiano della parola qual è, riesce a riassumere il senso della serata:

«Il Sapere comprende anche il Sapore»

La seconda, se mi permettete, un’autentica birbonata, vale a dire una di quelle tentazioni alle quali, chi mi conosce lo sa, il sottoscritto non sa e non vuole resistere.

In una delle ultime diapositive proiettate, il miei occhi malandrini hanno individuato gli inquietanti dettaggli che appaiono circolati in giallo.

La domanda è:

«Ma non è che già all’epoca… esistevano i Mc Donald

 

   Bonera.2

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Goodmorning Brescia (55) – Quel film muto al Vittoriale… a luci rosse.

Se c’è una canzone che il Vate avrebbe apprezzato, né tantomeno canticchiato sotto la doccia, o mentre si radeva, era quella che contiene questi versi:

«Perdere l’amore quando si fa sera
Quando tra i capelli un po’ di argento li colora
Rischi di impazzire può scoppiarti il cuore
Perdere una donna e avere voglia di morire*»

Se non altro perché Gabriele D’Annunzio l’amore (fate voi in quale tipologia) davvero non l’ha mai perso, e di donne, a quanto si sa, ne ha perse (o se n’è lasciato sfuggire, se preferite) davvero pochissime.

Sessantaquattro anni lui, trenta lei, in un match sentimental-erotico impari per l’anagrafe, ma complementare nell’incontro di due narcisismi diversi ma convergenti nel talamo.

 

Perché quello che ci narra Costanzo Gatta, dannunzista DOC, nellarticolo apparso sul Corriere della Sera di oggi, edizione bresciana, proprio a questo si riferisce: alla breve (come spesso capitava al Comandante dai molti e variegati appetiti che nella sontuosa villa di Gardone prese residenza) ma incandescente relazione tra il poeta-narratore-drammaturgo-pilota-avventuriero Gabriele D’Annunzio e l’aspirante stella del cinema e del teatro, Elena Di Sangro (al secolo Maria Antonietta Bartoli Avveduti).

Era la torrida estate del 1927, a una certa distamnza di tempo dal primo, stuzzicante aperitivo consumato nella camera di un albergo romano nel 1919.

Qualcosa che etichettare come la solita  serie di squallidi convegni tra un’attricetta in cerca di scritture e un vecchio ma talentuoso sporcaccione in grado di procurargliele, sarebbe oltremodo riduttivo.

In realtà, a mi e non solo mio, modo di vedere, si trattò, come in altri casi della molteplice esperienza amatoria dell’Orbo Veggente, di uno scambio neanche troppo iniquo: da una parte l’attempato Gabriele attinse scampoli di tardiva ma gagiarda gioventù e ricevette e incamerò nuova vis poetandi; dall’altra la giovane quanto avvenente e disinibita Elena (ribattezzata dal Poeta -come tutte le vittime sacrificali immolate tra le lenzuola- stavolta con il nome di Ornella) ebbe la possibilità di essere illuminata dai raggi accecanti di tanta leggendaria creatività.

Pari e patta, si potrebbe dire.

Certo, però, che leggere di inguini che infiorano il ventre rassomigliando all’ascella dell’Aurora e di coltelli furbondi pronti da sguainare, sistemati proprio lì dove si ritiene che un uomo nudo possa conservare il suo… ai giorni d’oggi qualche sorriso ironico potrebbe anche provocarlo.

O no?

   Bonera.2

 

 

* «Perdere l’amore» – testo: Giampiero Artegiani – Marcello Marrocchi – musica: Giampiero Artegiani – Marcello Marrocchi – WEA Italiana – feb 1988

NB  – Per l’articolo Costanzo Gatta ha preso spunto dal libro «Elena Sangro e la sua relazione con Gabriele D’Annunzio» (Ianieri Edizioni)

 

 

Categorie: Giorni d'oggi.

Post It (14) – Veleni (mentali) al centro commerciale

Eppure le parole sono lì, mi guardano dallo schermo del pc come se fossero incise nella pietra.

Sì, sono loro a guardare me, non viceversa, un po’ come quel famoso o famigerato abisso che se lo contempli troppo a lungo finisce lui per fissare te, attirandoti nel vuoto.

La notizia: irritato per avere ricevuto una multa per parcheggio su posto riservato ai portatori di handicap, espone

nel parcheggio del supermercato di Carugate (nei pressi di Milano) un cartello quantomeno inopportuno e oltraggioso. 

.

Una multa di 60 euro a me non cambia niente”, scrive il gentiluomo. Ed è un vero peccato, perché il vero malato è proprio lui.

Malato (lui sì, e allo stato terminale) di grave mancanza di rispetto umano, di carenza assoluta di sensibilità, di egocentrismo grave, ed altre gravi sindromi non solo dannose per l ’individuo che ne è portatore, ma anche altamente contagiose, capaci cioè di propagarsi, ove non estirpate tempestivamente,  all’intera società civile, soprattutto alle nuove generazioni, particolarmente  esposte a questo tipo di contaminazione.

Per fortuna che, se è vero che c’è un giudice a Berlino, è altrettanto vero che c’è un Questore a Milano.

In questo caso il dottor Marcello Cardona, che è uno che, oltre a conoscere come pochi il proprio mestiere ed avere maturato nel corso degli anni un’esperienza professionale di grandissimo spessore, è abituato a prendere le decisioni (quelle giuste) senza inutili tentennamenti:  avuta notizia dell’increscioso episodio, infatti, non ci ha messo niente a incaricare la Squadra Mobile di effettuare gli accertamenti di rito per individuare e assicurare alla legge questo autentico campione dell’umanità.

Tra tante bufale, tra tanti fakes che impestano la Rete, onore per una volta al popolo del web che ha contribuito a propagare, in un’onda di genuina indignazione collettiva, questo tristissimo accadimento.

E anche questa è una notizia.

   Valerio Vairo

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Com’è difficile scrivere sulla celluloide le storie del Re

Il dieci di agosto è uscito nelle sale il film «La Torre Nera», tratto dall’omonimo libro di Stephen King.

 

 

Il libro:

O piuttosto la saga (capirete meglio questa precisazione quando si parlerà del film) fantasy-horror-western-science fiction. Una serie di romanzi (adattata poi anche in fumetto dalla Marvel) che in qualche modo ha occupato il Re del Maine per trent’anni, dal 1982 al 2012.

Ecco qui un riassunto delle uscite:

  1. L’ultimo cavaliere (1982) (The Dark Tower I: The Gunslinger)
  2. La chiamata dei Tre (1987) (The Dark Tower II: The Drawing of the Three)
  3. Terre desolate (1991) (The Dark Tower III: The Waste Lands)
  4. La sfera del buio (1997) (The Dark Tower IV: Wizard and Glass)
  5. I lupi del Calla (2003) (The Dark Tower V: Wolves of the Calla)
  6. La canzone di Susannah (2004) (The Dark Tower VI: Song of Susannah)
  7. La torre nera (2004) (The Dark Tower VII: The Dark Tower)
  8. La leggenda del vento (2012) (The Dark Tower: The Wind Through the Keyhole)

Il giovane Jake Chambers e il leggendario “pistolero” (appellativo inteso in questo ambito più come “cavaliere errante” di medievale memoria, che non nella normale accezione del termine) Roland Deschain combattono, insieme ai loro pard, le oscure forze del male, capitanate dal tenebroso Re Rosso. Una lotta in difesa dell’integrità della Torre Nera, simbolo dell’armonia dell’Universo, pervicacemente insidiata, in tutti i modi, dall’esercito dei cattivi, in uno scenario bidimensionale (ma a volte anche multi-dimensionale), diviso tra una New York che non è esattamente la New York che conosciamo e le terre desolate del Medio-Mondo, popolate di mostri, di mutanti, di veggenti e di minacciosi reperti di una remota era magico-tecnologica.

Il film:

Il progetto di trarre un film dalla corposa saga risale, tanto per rimanere in tema epico, allo scorso millennio.

Prima come serie televisiva (un episodio per libro), poi, nel 2010, attraverso l’acquisto dei diritti da parte della Universal, che affidò l’impresa a un team di eccezione che vantava innumerevoli successi di botteghino, composto dallo sceneggiatore Akiva Goldsman, dal regista Ron Howard e dal produttore Brian Grazer.

Due anni di elucubrazioni, al temine dei quali, però, arriva un forfait.

Poco male, perché nel 2015 subentrano i danesi, ovverosia il regista Nikolaj Arcel e lo sceneggiatore Ander Thomas Jensen, su incarico della Sony Pictures. Sotto lo sguardo attento dello stesso Stephen King, la nave finalmente va, con la produzione Grazer, Howard e Goldsman.

La Torre Nera diventa un film, che arriva in Italia il 10 agosto 2017.

Le mie note:

In migliaia di pagine, scritte da un Autore immaginifico e ispirato come e più di sempre qual è Stephen King, c’è davvero tanta roba su cui lavorare.

Forse “troppa” roba, in quantità tale da spaventare con la complessità dell’impresa, i pur coraggiosi cineasti coinvolti nell’impresa. L’impressione che ne trae lo spettatore che abbia letto i libri di Stephen King è che ci si sia ridotti, alla fine, a ricavare un sunto della saga, un po’ come gli estratti del Reader’s Digest e/o i Bignami tanto cari agli studenti del dopoguerra. Si è mescolato lo scatolone e poi, attraverso un ideale imbuto, riversato nella pellicola ciò che era venuto a galla.Dopo un buon inizio la narrazione si ripiega su se stessa, diventando farraginosa e tradendo, in diverse occasioni, lo spirito dell’opera originale.

Si avverte distintamente la preoccupazione frettolosa di concludere il tutto nei canonici novanta minuti che rappresentano la misura standard per film di questo tipo.

Insomma, se è presente l’abilità tecnica e la perfezione fotografica che caratterizza i prodotti made in US, ciò che manca è il coinvolgimento emotivo, sia sullo schermo che, purtroppo, in platea.

Resto in attesa di un sequel, peraltro di difficile ideazione e realizzazione, dopo aver messo in circolazione questa specie di “frullato” di (belle) storie.

Non perché sia rimasto soddisfatto di questa prima uscita ma perché, come molti fedeli lettori di King, spero che si possa recuperare qualcosa di buono.

Titolo: La Torre Nera

Titolo originale: The Dark Tower (USA 2017)

Genere: Fantasy

Anno: 2017

Regia:  Nikolaj Arcel

Cast: Idris Elba, Katheryn Winnick, Matthew Mc Conaughey, Claudia Kim, Jackie Earle Haley

Durata 95 min.

 

 

 

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Goodmorning Brescia (54) – Leonessa e Lupa tra cielo e (sotto)terra

Paralleli e divergenze.

Sessantadue anni fa, precisamente il 15 agosto del 1955, s’inaugurò la funivia che dalla Bornata portava su alle Cravelle, in cima alla Maddalena.

Un progetto e un’impresa mirati, ricorda Costanzo Gatta nell’articolo che occupa un’intera pagina su un’edizione del Corriere della Sera che lo vede mattatore, con due sostanzali motivazioni e obbiettivi: da una parte una risposta a Roma che solo sei mesi prima aveva inaugurato la metropolitana, dall’altra la non nascosta speranza che quella nuova opera contribuisse in modo determinante alla nascita di una nuova “città alta” che nulla avrebba avuto a che invidiare alla parte “in quota” della cugina-mai-troppo-amata Bergamo.

Purtroppo le cose (come spesso accade nelle faccende degli esseri umani) non andarono secondo le previsioni: il mancato sviluppo urbanistico del colle, causato principalmente dalla mancata predisposizioni di idonee quano indispensabili infrastrutture, accelerata dalla tracciatura della strada che, facilitando l’afflusso di automobili, moto e bici, resero meno appetibile utilizzzare la “via del cielo”.

Il sogno fu accantonato definitivamente dopo soli quattordici anni, nel settembre 1969, e ci vollero quarantadue anni e mezzo prima che la voglia di distinguersi e di nons entirsi secondi a nessuno che anima il fiero popolo bresciano, trovò soddisfazione con l’avvio del primo convoglio della metropolitana che non esito a definire la più moderna, linda e bella d’Italia.

Intanto, cos’è successo a Roma?

La metropolitana si è sviluppata in lunghezza, e alla prima linea se ne sono aggiunte una… e mezza.

Le stazioni sono diventate settantaquattro, i chilometri delle linee sessanta, e oltre 760.000 mila al giorno sono gli utenti che salgono sui vagoni che sferragliano nelle viscere dela Capitale, fornendo un significativo contributo all’alleggerimento di un traffico di superficie che più intricato e caotico non potrebbe essere.

Qui finiscono le note positive, però.

I tornelli di accesso, non presidiati, non riescono non dico a fermare, ma almeno a limitare le pratiche dell’elusione del pagamento dei biglietti, gran parte dei vagoni sono ormai fatiscenti, la lentezza e l’irregolarità delle  corse rende i convogli affollati al limite del praticabile quasi in tutte le ore del giorno. E, per finire, in bellezza, le stazioni, più o meno, si presentano così:

Insomma, una situazione degradata come e quanto quella dei mezzi di trasporto pubblici di superficie e, aggiungono i miei amici romani, come gran parte della città, a partire dal dissesto dei manti stradali per finire ai deficit dell’illuminazione, alla mancanza di sicurezza dei cittadini, all’intollerabile gestione dei rifiuti…

Problemi giganteschi per risolvere i quali bisognerebbe impegnarsi subito e con tutte le risorse disponibili.

Invece…

Invece (ecco che il cerchio si chiude) il sindaco Virginia Raggi ha pensato bene di affrontare un ingente investimento, indovinate un po’, per costruire una nuova funivia che porterà da Casalotti a Battistini.

Costo previsto novanta milioni, consegna prevista al massimo entro il 2021 (che bella cosa, in entrambi i casi, l’ottimismo!)

Insomma, vuoi vedere che i romani finiranno per rosicare a causa della metropolitana della Leonessa e i bresciani invidieranno la funivia della Capitale, rimpiangendo la propria?

Ai posteri l’ardua sentenza.

 

 

   Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Goodmorning Brescia (53) – Anche i briganti perdono la testa

Allora (si sta parlando della seconda metà del sedicesimo secolo, mica di ieri l’altro) le forze di polizia , che allora non si chiamavano detectives, ma più prosaicamente birri,non avevano a propria disposizione le risorse tecnologiche utilizzabili al giorno d’oggi: niene archivi fotografici, né possibilità di effettuare i sofisticati identikit cui ricorrono i  loro colleghi del terzo millennio, né (tantomeno)  programmi informaticci di riconoscimento facciale.

Insomma, non c’era la Rete. Anzi, no; per la verità, l’unica rete di cui disponevano “i buoni”, era quella composta da informatori e delatori pronti, allora come ora, a fornire preziose soffiate in cambio di denari e/o favori di vario assortimento, da una raccomandazione a uno sconto di pena.

Così il signor Giovanni Beatrici, meglio come conosciuto come Zan Zanù («che sarebbe come dire Giovanni Giovannone» spiega Gatta)    riuscì per lunghi, violenti e sanguinosissimi anni a esercitare il mestiere di feroce brigante, terrorizzando le popolazioni dell’ampia porzione di territorio gardesano che va da Tignale a Salò. Serenamente rapinando, violentando, sequestrando e uccidendo, così com’è giusto che faccia un brigante professionale qual era lui, insieme alla sua banda. 

Con la forza narrativa ed evocativa che non credo di avere scoperto oggi, Costanzo Gatta ne sintetizza la fosca vicenda in uno snello ma ben articolato intervento sull’edizione bresciana del Corriere della Sera di oggi: quella che è descritta è una situazione in cui la malavita gode della connivenza di personaggi insospettabili, spesso anche altolocati, prestandosi, all’occorrenza, anche all’eliminazione di scomodi avversari politici, come il podestà di Salò, Barnardino Ganassoni, freddato dallo stesso Zan con un colpo di archibugio in petto all’interno del Duomo, nel corso di una funzione religiosa.

Alla fine, nella valletta della Fornaci, quando le malefatte di Zan Zanù divennero talmente clamorose dal sollevare il malumore dei bravi gardesani, il perverso percorso terreno del delinquente si fermò bruscamente, al termine di uno scontro a fuoco e ll’arma bianca protrattosi per più di otto ore.

Gatta ne narra collocando l’episodio finale di questa sanguinosa saga, come sovente si diletta a fare, tra realtà e leggenda.

Così come, a corredo dell’articolo, inserisce un ammiccante riferimento a una certa testa custodita sotto formalina presso l’Ospedale di Salò, nell’ambito di una raccolta di reperti realizzata da un medico ottocentesco: è Lui o non è Lui?

 

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A proposito: l’articolista ricorda che, tra gli insospettabili sodali del feroce Giovanni Beatrici, c’era anche un tale Fra Tiziano, padre guardiano del convento dei Cappuccini di Gargnano.

Eccolo, l’anello di congiunzione: sbaglio o, nelle antiche cronache della c.d. malavita organizzata, ci fu un altro famoso quanto leggendario brigante che rispondeva al nome di Fra Diavolo?

 

 

   Bonera.2

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Nuvole di parole (5) – Lilith «La fine della caccia»

«Chi ben comincia è a metà dell’opera»  recita un noto proverbio.

In una celeberrima canzone, però, Mina continua a ribadire che «L’importante è finire».

Ecco, partirei da qui per la recensione di questo diciottesimo e ultimo numero di una serie che ha accompagnato me e numerosi altri appassionati di comics per ben nove anni. Poi capirete perché.

Un viaggio nello spazio e nel tempo, quello di Lilith, alla ricerca di una raccapricciante entità denominata  cardo-triacanto-spiromorfo che, viene detto sin da subito, impiantandosi nel corso dei secoli in questo o quell’individuo (solitamente personaggi eccellenti),  rappresenta un serio pericolo di estinzione per la razza umana.

L’originalità di questa lunga saga risiede, oltre che nel fantastico mondo ben creato, descritto e disegnato da Luca Enoch, proprio nelle intelligenti rivisitazioni di episodi della storia dell’uomo, indissolubilmente intrecciate con stuzzicanti ucronie.

Ben centrato il personaggio principale, l’inconsapevole adolescente Lyca, colta da un futuro remoto d’inquietante ordine e lindore, per essere destinata a trasformarsi nella spietata/cinica/naturalmente lussuriosa Lilith. Le fa da spalle una simpatica belva nera come la notte, qualcosa a metà tra una pantera un leone e un enorme gattone, distruttiva alla bisogna ma -normalmente- saggia e (auto)ironica.

Ma, tornando alle prime parole…

Cosa:

A Lilith, stavolta, l’ennesimo “portatore sano” di triacanto è inspiegabilmente sfuggito. Incaponendosi nella ricerca, in un ‘800 in cui gli attuali Stati Uniti non sono contesi tra i patrioti e i soldati di Sua Maestà, ma tra le potenze coloniali di Gran Bretagna e Giappone, valicando le Montagne Rocciose ha attraversato da est a ovest, praticamente, l’intero Continente.

Qui l’aspetta, in una missione gesuita, l’incontro definitivo con il Cardo Crociato.

È arrivato il momento dello scontro finale, che si risolve, però, in modo del tutto imprevisto.

 

Come:

L’idea è stata molto bella, oltre che assolutamente originale.

Lo svolgimento della lunga storia, articolata in 16 albi, assolutamente irreprensibile. Accattivante, appassionante, in grado di incuriosire il lettore fornendo preziosi richiami alla “Storia” vera e suggerendo, per di più, interessantissimi spunti di riflessione.

Soltanto fno a pagina 80 dell’ultima puntata, però.

Perché, di lì in poi, l’Enoch autore/sceneggiatore, a differenza dell’Enoch disegnatore che prosegue nel suo stile magistrale fino all’ultima tavola, sembra smarrirsi.

Non intendo, per rispetto sia dell’Autore che di chi ancora non avesse letto l’albo, spoilerare vigliaccamente il finale.

Basti sapere, però, che in pochi, sin troppo serrati passaggi, tutto (o quasi tutto) ciò che si era costruito nelle circa duemila pagine precedenti, viene messo inopinatamente in discussione, senza che ciò sia supportato da adeguati e coerenti passaggi psicologici.

Che sia stato per la tentazione (comune a molti autori) di stupire a ogni costo il proprio pubblico o, più semplicemente, di mettere fine a una saga che non era possibile tirare oltre i limiti stabiliti, fatto sta che, chiudendo e riponendo sullo scffale insieme ai suoi diciassette fratelli questo «La fine della caccia», ciò che resta in bocca è un sapore amaro.

Quello del rimpianto per una splendida occasione persa, sia per il bravissimo Enoch… che per chi con stima e affetto lo segue.

Molti “addetti ai lavori” sono soliti affermare e ribadire in ogni sede che incipit ed epilogo sono le parti più difficili di una narrazione.

E io sono (molto) d’accordo con loro. 

 

 

 

LA FINE DELLA CACCIA

Soggetto e sceneggiatura: Luca Enoch

Disegni: Luca Enoch

Copertina: Luca Enoch

Lettering: Renata Tuis

18° e ultimo numero della serie semestrale

Sergio Bonelli Editore

Prezzo: 4 € – 132 pagg. 

Giugno 2017

 

 

 
Categorie: Scrittura.