Il vento del sud che riscalda il Salone

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C’è chi afferma che, grazie ai flussi di lavoratori che nel corso degli anni si sono trasferiti dal meridione per lavorare con la Fiat e il suo indotto, Torino sia “una delle più grandi città del sud Italia“.

Una esagerazione, probabilmente, che però può risultaree utile a comprendere il profondo legame che unisce il capoluogo piemontese ad altre regioni come Sicilia, Calabria, Puglia e Campania.

Ieri mattina. però, nel corso del mio annuale “pellegrinaggio letterario” al Lingotto, mi sono reso conto che questo canale di comunicazione risulta ancor più potenziato e valorizzato da alcune delle presenze-testimonianze presso il 32° Salone Internazionale del Libro.

Il primo spunto di riflessione arriva dalla Sicilia.

 

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«La serietà professionale è al tempo stesso il nostro miglior biglietto da visita e la nostra legge assoluta» esordisce Giuseppe Manitta, laureato in lettere classiche e specializzato in letteratura italiana, autore di alcuni studi di italianistica, presente al Salone quale direttore editoriale de “Il Convivio Editore” presente a Torino con un curato stand.

La casa editrice, oltre a pubblicare una serie di opere di autori accuratamente selezionati, è anche partner fondamentale dei concorsi letterari organizzati dall’omonima associazione.

«Per garantire un’assoluta omogeneità di giudizio e la dovuta trasparenza nella valutazioni degli elaborati relativi alle varie categorie di partecipazione (poesie, prosa, saggi e testi teatrali – ndr)  ogni giurato deve leggere e votare tutte le opere in concorso. In caso di notevoli discrepanze tra una valutazione e l’altra su questo o quel lavoro, si procede a un’approfondita discussione plenaria».

Richiesto di un approfondimento sulla parte relative alla parte teatrale, nato come esperimento ma confortato di risultati oltremodo positivi sia in punto partecipazione (attestata intorno ai cento elaborati pervenuti su circa cinquecento di opere partecipanti al complesso dei concorsi) e rivelatosi un autentico successo, così risponde: «Ai premi “Angelo Musco” e “Giuseppe Antonio Borgese” -destinati a unificarsi in occasione dei prossimi bandi, è associata la nascita e lo sviluppo di una collana di pubblicazioni dedicate specificamente al Teatro, che non ha uguali in Italia nel conferire visibilità, dignità e spessore alla drammaturgia di ogni tipo».

Proprio per le stampe de Il Convivio, prossimamente, sarà pubblicato il dramma scritto da Patrizio Pacioni e ispirato al diario di Manuela Costalli, vedova dell’amianto che si è aggiudicato uno dei primi premi del concorso di quest’anno, la cui premiazione si terrà in una prestigiosa sede istituzionale di Catania.

 

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La seconda segnalazione, invece, riguarda la Campania e, più precisamente, Napoli, dov’è nata e opera la “Marotta e Cafiero Editori“.

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La prima cosa che mi ha colpito, se avete guardato con attenzione la foto,  è la scritta apposta in bella vista sulla parte superiore dello stand (e chiarita con quella che compare invece sul bancone) e che si riferisce al nome della libreria nata a Scampia.

«La bottega è stata fondata da parenti di una vittima del tutto estranea all’attività malavitosa, coinvolta casualmente in una sparatoria tra csmorristi, nata aPositano e presto trasferita, appunto, a Scampia. Giovani “autoctoni” che hanno deciso d’investire impegno e risorse nell’unica libreria presente nella zona nord di Napoli»  dichiara  Rosario Esposito La Rossa, presidente della casa editrice e libraio.

 

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«Le nostre pubblicazioni spaziano dalla c.d. “editoria terrona” (il cui scopo è di scoprire e valorizzare i più talentuosi autori meridionali)  alla letteratura per ragazzi, con sempre maggiore attenzione anche per quanto avviene nel resto del territorio italiano e internazionale» aggiunge subito dopo, per concludere con orgoglio  «Si cerca nel contempo di fornire un convinto contributo alla riqualificazione di un territorio obbiettivamente difficile e problematico, mediante per esempio, cl’adibizione a nuove funzionalità a luoghi in passato utilizzati delittuosamente dalla camorra. stato il caso, per esempio, di una terrazza utilizzata come tribunale criminale, diventata sede di una ciclo-officina  e di una radio popolare»

 

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Il Convivio Editore è un marchio di qualità da anni presente nel panorama italiano e che propone ai lettori opere singolari dal thriller al romanzo letterario, dal giallo al fantasy, dai libri per bambini alla saggistica universitaria, dalla poesia ai libretti teatrali. Inoltre, è presente nei più prestigiosi saloni del libro, nelle fiere letterarie, nelle librerie e nei circuiti on-line.

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Marotta & Cafiero ha origine dalla famosa casa editrice napoletana “Alberto Marotta Editore”, che negli anni ’60 balzò agli onori della cronaca editoriale con pubblicazioni di altissimo livello. Negli anni ’80 le redini editoriali passano da Alberto Marotta a suo figlio, Tommaso Marotta, che guiderà l’impresa familiare sotto il nome di “Tommaso Marotta Editore” fino al 2000, anno in cui entra in società Anna Cafiero, il cui cognome dà la dicitura all’attuale Marotta & Cafiero editori. Nel 2010, dopo 50 anni sotto la guida della famiglia Marotta, l’impresa viene rilevata da Rosario Esposito La Rossa e Maddalena Stornaiuolo, dell’associazione Vo.di.Sca. (Voci di Scampia) che trasportano la storica sede di Posillipo nel quartiere di periferia di Scampia, trasformandola in una casa editrice indipendente che si occupa di narrativa sociale e d’impegno con particolare riferimento alla città di Napoli. La Marotta & Cafiero non vuol essere solo una società capitalista che usa come fonte di guadagno la letteratura, il prodotto libro, ma un’impresa culturale-politica, che si occupa dei problemi del suo tempo, che utilizza la carta stampata come strumento di cambiamento delle coscienze e della società.

 

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   Il Lettore

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Categorie: Scrittura.

Goodmorning Brescia (150) – Sanità creativa e ricreativa? A Brescia è possibile.

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Ormai non è più un segreto che, tra tutte le fonti di informazione su notizie, tradizioni curiosità e aneddoti vari riguardanti Brescia e Provincia, una delle più preziose e faconde è costituita dagli articoli che l’amico Costanzo Gatta va pubblicando da tempo immemore (beh, non esageriamo, limitiamoci a dire da qualche anno a questa parte)  sull’inserto cittadino del Corriere della Sera.

Questa volta, però, il sagace giornalista si è superato e mi ha messo, devo ammetterlo, in grossa difficoltà. Stavo ancora smanettando sulla tastiera del mio Mac per riportare il “pezzo” firmato ieri che riguardava una intelligente offerta artistica mirante ad alleviare per quanto possibile le sofferenze dei ricoverati nei nosocomi cittadini che (splat!) stamattina me ne sono trovato sotto gli occhi un altro che, pur differendo significativamente dal precedente, rimaneva nel campo, appunto di quella sanità bresciana che nel titolo (provocatoriamente) ho definito”creativa & ricreativa” ma che avrei fatto molto meglio a chiamare “efficiente &  (per giunta) fantasiosa q.b.” .

Basta. Finito il tempo delle ciarle, veniamo alle due notizie di buona-sanità bresciana che Costanzo Gatta ha ritenuto di mettere in evidenza in questa inattesa due giorni.

 

La prima riguarda l’organizzazione, da parte di un’associazione di volontari («I donatori di musica») di una serie di concerti che per quattro venerdì, a partire da oggi, 10 maggio) si terranno presso l’atrio del reparto di oncologia medica degli Spedali Civili.

Ad alternarsi nelle esibizioni saranno valenti pianisti che effettueranno le proprie esibizioni musicali in modo del tutto gratuito.

Insomma, un modo davvero intelligente di allentare per qualche prezioso momento le preoccupazioni e le sofferenze di pazienti alle prese con una laboriosa lotta contro il male che li affligge.

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La seconda, invece, si riferisce a qualcosa di più scientifico e più attinente alla pratica medica di prevenzione e cura.

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Una nuova (e innovativa) apparecchiatura, chiamata TAC più spect, capace di individuare molto più velocemente di precedenti strumenti diagnostici di vecchia generazione la presenza di processi degenerativi di natura tumorale in atto sui polmoni.

Sarebbero oltre cinquanta, secondo quanto dichiara il dr. Diego Benetti, le vite in un certo salvate dalla diagnosi precoce della grave malattia.

Un’ulteriore arma a disposizione della sanità bresciana che conferma il già conquistato e riconosciuto primato di assoluta eccellenza.

 

 

   Bonera.2

 

 

Categorie: Giorni d'oggi.

Goodmorning Brescia (149) – Con la morte non si scherza. Oppure sì?

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Ebbene sì.
La morte è un accadimento del tutto naturale, di cui, per paura, si preferisce non parlare mai”.
È con questa premessa (fatta dal palcoscenico prima dell’inizio dello spettacolo dalla professoressa Elena Bonometti, membro del consiglio di amministrazione del Centro teatrale bresciano, nonché ormai tradizionale anima e infaticabile organizzatrice di questa iniziativa) che parte la bella serata presso un teatro San Faustino di Sarezzo completamente gremito di spettatori.

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La morte, dunque. Anzi, in questo caso quel periodo che la precede immediatamente e che in ospedale (e ancor di più in un Hospice) risulta ancora più toccante. In due letti giacciono due anziane pazienti, circondate dall’affetto dei loro familiari: modi diversi di affrontare l’ultimo passo in situazioni diverse ma convergenti a causa della presenza del figlio di una e della figlia dell’altra che, proprio in quell’ambiente intriso di sofferenza incontreranno il loro primo autentico amore.
La pièce, che s’intitola «Domani», è il risultato del tradizionale saggio didattico annuale realizzato (con il patrocinio del Comune di Sarezzo) dal laboratorio teatrale Primo Levi e reca la firma, come gli altri che l’hanno preceduta, di Giulio Forbitti.
La drammaticità della situazione che, inevitabilmente, porta le malate a ripiegarsi su quel che è stata la propria esistenza, concentrandosi (come puntualmente accade al tramonto della vita di ciascuno) su rimpianti e rimorsi, almeno per quanto lo consente la gestione del dolore fisico provocato dalla malattia) è attenuato dall’affettuoso calore dei congiunti (portati, nel momento della prova più dura, a solidarizzare tra di loro) e dalla professionale quanto sollecita solidarietà di medici e infermieri. In più, l’approssimarsi di un modesto ma attesissimo “tisana party” ancor di più a distrarre e a sollevare gli spiriti.
Più serena e rassegnata una delle due malate, più scettica e ribelle l’altra, quel “tisana party”, ahimè, non lo vedranno mai, ma resterà la buona educazione dell’anima che hanno trasmesso ai propri figli avviati verso un comune futuro di speranza.
Il messaggio del testo si concentra e si esplicita nell’ultima battuta pronunciata in scena che richiama il titolo: “Domani, che bella parola!”.
L’invito, tacito ma evidente, è quello di non ridursi all’ultimo momento per apprezzare al meglio la bellezza e la magia di una vita che tutti dovrebbero considerare un dono da vivere quotidianamente con tutto l’entusiasmo di cui si dispone.
Lodevolissimi tutti gli interpreti che, pur non essendo dei professionisti, con grande entusiasmo e profondendo il massimo impegno riescono a interessare e coinvolgere il pubblico dall’inizio alla fine. Attenta e puntuale la regia, efficace (pur nella sua essenziale e spartana semplicità) la scenografia.

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Molti e meritati gli applausi e i consensi che salutano gli attori festanti a fine spettacolo.

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Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Una famiglia… allagata. E torna il Teatro.

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Un forno che non si scalda, un regalo non gradito, la foto di Marx appeso sopra al water… con premesse del genere è ampiamente prevedibile che il compleanno di Kristin non sarà una ricorrenza come tante, bensì l’ennesima dimostrazione di quanto possa essere grottesca e insidiosa la vita di ogni giorno, per ciascuno di noi.

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Tra una gag in puro stile britannico, tra una gaffe e l’altra, in crescendo, si manifestano gli attriti e si amplificano le incomprensioni tra la festeggiata Kristin (una Elisabetta Pozzi in gran forma), il figlio Peter (Christian La Rosa) con la bigotta fidanzata americana Trudi (Francesca Porrini), Claire (Martina Sammarco) attrice di soap opera e compagna dell’altro figlio Simon (Emiliano Masala) che, invece, per il momento si fa attendere.
Non manca all’appuntamento l’estroverso e disincantato Hugh (Giovanni Franzoni) alternativo amico gay della padrona di casa.

È tutto un susseguirsi e un accavallarsi di duelli di parole acuminate ed eleganti, di motti esilaranti e geniali («Amo Gesù perché mi rende la vita più semplice» confessa con candore solo apparente la devotissima Trudi), che catturano e premiano l’attenzione degli spettatori.

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Tra la fine del primo e secondo atto, poi, entra in scena l’atteso Simon, cupo e scostante (e ne ha ben donde, veniamo subito a sapere), e la pièce cambia bruscamente ritmo e colore, Dall’acido humour britannico, a sorpresa, si passa a una narrazione più introspettiva e “maledetta”, con accenti che richiamano alle memorie certa drammaturgia nordamericana del secolo scorso, tra la protesta sociale e il rivendicazionismo di stampo marxista di Arthur Miller e l’intellettualisno freudiano di Tennesse Williams.

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L’intensità di «Apologia», però, non viene meno fino al rassegnato finale, salutato da lunghi e convintissimi applausi finali.
Meritatissimi, aggiungo io, perché questo è il teatro. Il vero teatro. Uno spazio magico in cui davvero “succede” qualcosa, sia nell’anima dei personaggi che nelle loro azioni e reazioni. Per questa sera i più economici (ma spesso noiosi e autoreferenziali monologhi) hanno lasciato posto a qualcosa di diverso e più stimolante.
Della perfezione interpretativa di Elisabetta Pozzi, che dipinge e indossa l’ironia al limite del cinico e i malinconici rimpianti per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato di Kristin, abbiamo già detto. Bravissimi anche gli altri attori, ben centrati e calibrati sui personaggi cui offrono parla e movimento. Puntuale la regia di Andrea Chiodi, capace di mantenere il ritmo narrativo sostenuto ed equilibrato per tutta la durata dello spettacolo. Come sempre inappuntabili il lavoro-luci di Cesare Agoni. Lascio (volutamente) per ultima l’azzeccata e suggestiva scenografia di Matteo Patrucco: attraverso un pannello mobile (tra l’altro di non dispendiosa realizzazione) si riesce a ottenere un effetto interno-esterno spazio/psicologico di notevole efficacia.

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Alexi Kaye Campbell, classe 1966, britannico di origini greche, è un drammaturgo e sceneggiatore per il cinema. Le sue opere teatrali sono state oggetto di lunghe e fortunate tournée sia in patria che all’estero (America del Nord, Australia, Estremo Oriente). Nel 2009, il suo spettacolo The Pride è stato insignito del Laurence Olivier Award per l’eccezionale successo in un Affiliate Theatre.

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N.B.
Le prime quattro foto inserite a corredo di questo articolo sono opera di Luca Del Pia.

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GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (148) – Ragazzi, è un uovo di Pasqua, non un pallone da rugby!

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Ovviamente si tratta di una provocazione: al momento i nostri giovanbi sanno distinguere con una certa facilità, tra l’oggetto di cuoio (una volta) o di gomma (ora) e quello di golosa cioccolata, ma se le cose vanno avanti così…

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A proposito di provocazioni: in questo il sagace Costanzo Gatta non è secondo a nessuno. Oggi, sul Corriere della Sera in edicola, il bersaglio della sua appuntita e tagliente ironia è costituito dall’affievolirsi e dal declinare delle più antiche e suggestive tradizioni pasquali di Brescia e dintorni.
Che fine ha fatto «la grande processione che, guidata dal vescovo, la domenica delle palme, dalla chiesa di San Pietro in Castello , scendeva verso il Duomo, e sembrava di vedere una selva di rami d’ulivo in movimento»?
Ancora ci sono fedeli a visitare i sepolcri, ma molti meno di quanti, con devozione, gremivano le chiese il giovedì santo, allorché anche gli uffici pubblici venivano chiusi per favorire la devota pratica di preghiera.
Chiese e cose di chiesa a parte, sono ormai quasi del tutto desuete e dimenticate altri usi domestici, dalle uova fresche di giornata (segnate con una crocetta per distinguerle dalle altre più vecchie) che costituivano l’ingaggio premiante per i ragazzi che si arrampicavano sui gelsi per raccoglierne la foglia, o su su, in cima al campanile, per fasciare le campane. Le altre uova, colorate a tinte vivaci, per creare un’atmosfera festosa, l’usanza di bagnare gli occhi dei più giovani con una pezza bagnata «per conservare la vista pura» e tante altre, in un clima in precario equilibrio tra il sacro religioso eil profano superstizioso del popolo più umile.

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Per fortuna, in questo terzo millennio cinico e distratto, restano le uova sode col sapido e gustoso salame bresciano, tagliato a fette grosse.

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E per favore, non calciate quel coso che qualcuno ha riposto sul ripiano della credenza: non è mica un pallone da rugby!

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Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Ex Libris (26) – Anche un italiano può essere straniero in casa sua

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Di Salvatore Maira ci si è occupati in questa rubrica, esattamente nel luglio 2016, con la mia recensione di «Diecimila muli» che, se ne avete voglia, potere rileggere (o leggere per la prima volta, qualora non l’aveste già fatto allora) attraverso il sottostante link:


https://cardona.patriziopacioni.com/ex-libris-5-i-diecimila-muli-di-salvatore-maira-sono-in-3d/

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Adesso, però, è venuto il momento di parlarvi della nuova uscita,
«Ero straniero», che ho finito di leggere nei giorni scorsi.

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Migranti e mercanti di uomini, bianchi e neri, musulmani, cristiani e senza Dio, sfruttati, sfruttatori, caporali e migranti: un brodo primordiale di coltura dove ogni specie di forma di vita, dal virus all’eroe, può prendere vita e svilupparsi.
È un romanzo corale, «Ero straniero», con molti personaggi principali e secondari, è un romanzo in cui, con il progredire della narrazione, vengono sacrificati alcuni pezzi, come in una partita di scacchi, ma nessuno mai per errore o per distrazione: è l’inevitabile e inesorabile corso della vita che, per ogni conquista, per ogni resistenza, chiede sempre un prezzo, a volte salatissimo.
È una storia appassionante e avvincente, che pagina dopo pagina acquista pathos e suscita sempre nuovi spunti di curiosità e interesse.
Saro, la figura principale, è un giovane uomo a metà, costantemente in bilico tra l’aspirazione al bene e il richiamo del male, riesce ad accogliere le contrarietà, le ingiustizie e le violenze perpetrate da un mondo gravemente malato, come una palestra che lo indurisce e lo rafforza. L’incontro con Adele, dolcissima e (apparentemente) fragile suorina in crisi di vocazione, è l’incontro con una moderna, umile Beatrice, capace di condurlo per mano oltre le fiamme dell’inferno.
C’è anche il drago, in questa moderna fiaba metropolitana, anzi, i draghi: potenti spavaldi, funzionari corrotti, manovalanza criminale priva di ogni scrupolo, individui immorali e amorali capaci, con le loro guaste e smodate pulsioni, di corrompere irreparabilmente anche ciò che è puro. Artistici altorilievi  che descrivono un osceno e spaventoso bestiario.
Un campo minato da attraversare in tutta la sua lunghezza, oltre il quale Saro, sia pure con grandissima difficoltà, finirà per scoprire che, forse, il metodo migliore per combattere certi mostri non è sempre e solo un colpo di spada da affondare nel loro cuore nero.
E c’è posto anche per l’amore, sì, per fortuna, quello che salva gli individui e il mondo, quando è vero amore. Un amore che nasce a sorpresa e cresce in sordina, faticando non poco a trovare la via di una completezza anche carnale, frenato com’è dalla paura che si possa trattare solo di un desiderio dell’anima, di un sogno.
Ed è proprio questo Amore a lasciare aperto il finale, che più aperto non si può.

Davvero un bel libro, insomma: ben scritto, evocatore d’immagini e di sentimenti, di nefandezze e di valori, attraverso una narrazione serrata che risente beneficamente di quell’attitudine al montaggio di fatti e scene che a un esperto di cinema, come Maira, non devono e non possono mai fare difetto.

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Studioso di letteratura contemporanea (è laureato in Lettere e Filosofia ed è ricercatore di Letteratura Italiana all’Università di Roma) dal 1974 al 1977 Salvatore Maira lavora per una casa editrice, poi esordisce alla regia con un telefilm giallo per la RAI. Nel 1978 è ideatore e co-sceneggiatore di una miniserie in cinque puntate tratta dai racconti polizieschi di don Isidro Parodi scritti nel 1942 da Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares.
Nel 1999 dirige Amor nello specchio, tratta della commedia di Giovan Battista Andreini, di cui aveva curata un’edizione critica.
Negli ultimi anni ha anche preso parte all’attività della Fondazione Cinema nel presente (ideata da Citto Maselli), partecipando a film collettivi come quello sui fatti del G8 di Genova
a e dirigendo un documentario sul crollo della scuola di San Giuliano di Puglia (dove morirono 27 bambini e un’insegnante) causato dal terremoto del Molise del 2002.

(da Wikipedia)

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Titolo: Ero straniero
Autore: Salvatore Maira
Editore: Bompiani
Anno: 2019
Pagine: 746
Prezzo: 19 €
ISBN: 978-88-452-8197-6

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Il Lettore

Categorie: Scrittura.

Per fortuna certe lettere arrivano sempre a destinazione.

.Una corrispondena che arriva a destinazione

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Una figlia che ha deciso di inseguire un’avventura di violenza e di morte, aderendo all’illusione violenta e sanguinaria dell’Isis.
Un padre (teologo islamico di grande apertura mentale)che è rimasto ad aspettarla, avvertendo su di sé, giorno dopo giorno, farsi più opprimente il peso della solitudine.
Si vogliono bene, sì, ma diventa tutto più difficile, quando la lontananza, più ancora che in termini di chilometri, si misura nella intollerabile distanza ideale che separa menti e cuori. Non è che intraprendano e percorrano strade differenti, perché sono le loro stesse strade ad allontanarli progressivamente.
Al seguito dei combattenti dell’Isis, Nour si evolve, anzi si involve, in un processo di ripiegamento su se stessa reso visibile anche dal mutare del proprio abbigliamento, rigorosamente rispettoso, prima e dopo, dei dettami islamici, passando però dai colori vivaci del “prima” al tenebroso nero del “dopo”.
Nour affonda sempre più nella concezione integralista, all’inizio cercando di difendersi accettandola («Tua figlia è bella, ma solo suo marito lo sa» scrive al padre, con civetteria) dimenticando però che quel rigore è e sempre rimarrà a senso unico:  valido, cioè,  solo nei confronti delle donne. Cerca di ribellarsi, sia pure timidamente, ma con il solo risultata di essere tradita e picchiata. Assiste, impietrita, agli orrori della guerra. «Nessuna vittima è innocente» realizza con sgomento.
La ragazza comincia a essere a disagio. «Sono cresciuta in fretta, forse troppo in fretta» scrive «e adesso ho bisogno di te», ma suo padre è vittima di un’oscura malinconia, che lo abbate e lo debilita senza rimedio. Ormai sono solo i ricordi, sia pure amarissimi, il collante che tiene uniti i pezzi della vita in frantumi dell’uomo.
Inevitabilmente i nodi del destino vengono al pettine, drammaticamente:  Nour realizza la cieca ferocia del marito e dei suoi compagni e non esita a sacrificare la propria vita pur di dare una speranza alla giovanissima figlia.
«Un giorno il popolo musulmano sarà migliore» dice il padre di Nour.

Sarà solo la Storia, un giorno, a dirci se si tratti di una profezia o sia destinata a rimanere una mera speranza.

Dramma di grande intensità, recitato con la consueta maestria da Franco Branciaroli, che tratteggia con grande suggestione la figura dolente del padre. e con vivacità e freschezza dalla giovanissima Marina Occhionero, sorprendentemente sicura e padrona della scena  in relazione alla giovane età. Ben scritto e profondo il testo di Rachid Benzie, impeccabile la regia di Giorgio Sangati, scarna ma efficace la scenografia, pienamente adatte alla circostanza le musiche.
Grande consenso da parte del pubblico che si palesa con un interminabile applauso finale che richiama più volte gli attori in scena.

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Foto di Serena Pea

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GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Brescia, città del Teatro (9) – Ricordando Marzia con affetto, nostalgia e lacrime di bellezza

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Una profonda emozione condivisa, una struggente malinconia su ciò che poteva essere di una vita in fiore e non c’è stato, una tensione crescente che si scioglie solo al momento del chiudersi del sipario, in un grande, sonoro e ripetuto applauso finale.

Comincio dalla fine, per raccontare quanto accaduto ieri sera al Teatro Sant’Afra di Brescia, dov’è andato in scena, in prima nazionale, il dramma «Marzia e il salumiere – Storia di un fiore reciso», scritto da Patrizio Pacioni. Regia di Mario Mirelli, con l’assistenza di Pina Vivolo, interpretazione di Massimo Pedrotti e Chiara Pizzatti, scenografie di Ugo Romano, gestione suoni/luci di Stefano Caldera, per la produzione dell’Associazione Le Ombre di Platone ETF.

Un evento premiato, prima ancora di cominciare, da un interesse particolare di stampa e radio e dalla presenza di ben oltre 150 spettatori. Una pièce dal ritmo serrato, accuratamente confezionata, che, senza cadute di tensione, s’indirizza a un finale sorprendente ed estremamente coinvolgente.

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Insomma, un cocktail davvero ben riuscito, il cui valore, la cui riuscita al debutto e il cui auspicabile successo futuro dipendono dal felice mescolarsi di pochi ma significativi elementi:
Il nitore e l’incisività della scrittura drammaturgica di Patrizio Pacioni, che ha affrontato un tema delicatissimo come quello del rapimento e dell’uccisione della piccola Marzia Savio stando bene attento a rispettarne la memoria e, nel frattempo, a non cadere nello stereotipo;
L’abilità registica di Mario Mirelli, capace di cimentarsi con l’opera in modo creativo e del tutto originale, senza però mai troppo discostarsi dal testo e, soprattutto, senza mai tradire lo spirito e i fini dell’opera;
La squisita e straordinaria sensibilità, tra trasognata tenerezza e implacabile sete di giustizia, con la quale Chiara Pizzatti si è calata sia nella interpretazione della dolce, ingenua e indifesa fanciullezza di Marzia Savio, che nella costruzione ipotetica di come sarebbe potuta divenire la personalità di quel magnifico fiore troppo premautramente reciso;
La passione, la passione e la passione (proprio così, passione al cubo, si potrebbe dire) spesa da un maiuscolo Massimo Pedrotti, che si è consegnato senza esitazioni, senza risparmio e senza pregiudizi a un personaggio complesso e oscuro come quello dell’assassino, scolpendolo con slanci, allucinazioni, rimpianti e rancori in modo assolutamente suggestivo e coinvolgente.

Adesso, però, sentite direttamente dalla stessa voce degli artefici dell’indimenticabile serata, raccolta a caldo nell’immediato dopo-spettacolo. Sappiate che, per riuscirci, ho dovuto farmi largo tra il folto stuolo degli spettatori che hanno scelto di congratularsi direttamente con loro con autore, regista e attori.

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«La scrittura di questo dramma è stata una delle più faticose e sofferte della mia produzione, anche perché, attraverso la triste storia di Marzia, mi è sembrato di entrare in diretto contatto con la sofferenza e con l’essenza del male» fa presente l’autore dell’opera, Patrizio Pacioni.
«Ora che il progetto è divenuto realtà, però, sono molto contento del consenso manifestato dai tanti spettatori che sono venuti al Sant’Afra, tra i quali diversi “addetti ai lavori”» precisa subito dopo. «Siamo riusciti ad arrivare a questo attraversando non poche difficoltà e resistendo agli attacchi malevoli di certa stampa, sempre pronta a incrementare le vendite parlando alla pancia dei propri lettori, danneggiando tra l’altro proprio coloro di cui, in apparenza, vorrebbero ergersi a paladini» aggiunge, togliendosi fastidiosi sassolini dalle scarpe.
«La soddisfazione più grande, però, è stata quella di rispettare la promessa fatta al papà di Marzia, Dino, che poche settimane prima della morte, mi aveva chiesto di portare avanti fino in fondo questa operazione di memoria e di affettuosa rievocazione».

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«Voglio considerare questo magnifico esordio solo come la prima tappa di un percorso che mi auguro lungo e proficuo» dichiara il regista Mario Mirelli. «La tragica vicenda della piccola Marzia può rappresentare una preziosa occasione per proseguire nel lavoro di scavo nell’animo umano, soprattutto per ciò che attiene l’aspetto espressivo» prosegue, sempre più orientato al futuro. «Se ci riusciremo (o meno) dipenderà in larga misura dalla disponibilità degli attori attraverso un atteggiamento di ricerca e abbandono».

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«È stata una grande emozione portare in scena questo spettacolo» è l’esordio di Massimo Pedrotti. «Un impegno straordinario, di grande difficoltà ma capace di emozionarmi quanto mai mi è successo prima, un’emozione che ho avuto la fortuna di condividere con tanti amici, prima con quelli che, dandomi fiducia, hanno proposto e messo in cantiere questa avventura, poi con i tanti amici presenti alla “prima”».

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«Preparare e mettere in scena un dramma di tale e tanta portata e intensità emotiva» confessa Chiara Pizzatti. «A volte, com’è giusto che sia, mi è capitato di sentire su di me, ancora più gravosa del solito, la responsabilità di dare vita e voce alla piccola Marzia. Non ho mai dubitato del progetto, per questo, anzi mi sono impegnata ancora di più e, alla fine, grazie anche ai consigli e al supporto dei miei “compagni di viaggio” ce l’ho fatta e la soddisfazione è stata davvero grande. Grazie a tutti coloro che hanno creduto in me e che mi hanno dato questa bellissima opportunità!»

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I saluti finali

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Caloroso commiato dal palcoscenico, con il commovente momento della consegna dei fiori idealmente destinati a Marzia, tramite la cugina Giuliana Savio, presente in sala.

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Eccoli: i fiori già sono stati consegnati alla piccola Marzia.

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Per chi non fosse stato presente al Teatro Sant’Afra, repliche di «Marzia e il salumiere – Storia di un fiore reciso» andranno in scena il 28 settembre a Marone e nel mese di novembre ancora a Brescia. Dopo di che sono previste numerose repliche nella provincia, prima di trasferirsi nel Lazio e in Toscana.
«Poi… si vedrà!» conclude Pacioni e se ne va.
A lavorare a un nuovo dramma, certamente.

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GuittoMatto

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Le foto di scena inserite a corredo del servizio, (tranne l’ultima, gentilmente fornita da Giusy Orofino) sono state scattate dal fotografo Filippo Palmesi di “Frame Factory“.

Categorie: Teatro & Arte varia.