Goodmorning Brescia (55) – Quel film muto al Vittoriale… a luci rosse.

Se c’è una canzone che il Vate avrebbe apprezzato, né tantomeno canticchiato sotto la doccia, o mentre si radeva, era quella che contiene questi versi:

«Perdere l’amore quando si fa sera
Quando tra i capelli un po’ di argento li colora
Rischi di impazzire può scoppiarti il cuore
Perdere una donna e avere voglia di morire*»

Se non altro perché Gabriele D’Annunzio l’amore (fate voi in quale tipologia) davvero non l’ha mai perso, e di donne, a quanto si sa, ne ha perse (o se n’è lasciato sfuggire, se preferite) davvero pochissime.

Sessantaquattro anni lui, trenta lei, in un match sentimental-erotico impari per l’anagrafe, ma complementare nell’incontro di due narcisismi diversi ma convergenti nel talamo.

 

Perché quello che ci narra Costanzo Gatta, dannunzista DOC, nellarticolo apparso sul Corriere della Sera di oggi, edizione bresciana, proprio a questo si riferisce: alla breve (come spesso capitava al Comandante dai molti e variegati appetiti che nella sontuosa villa di Gardone prese residenza) ma incandescente relazione tra il poeta-narratore-drammaturgo-pilota-avventuriero Gabriele D’Annunzio e l’aspirante stella del cinema e del teatro, Elena Di Sangro (al secolo Maria Antonietta Bartoli Avveduti).

Era la torrida estate del 1927, a una certa distamnza di tempo dal primo, stuzzicante aperitivo consumato nella camera di un albergo romano nel 1919.

Qualcosa che etichettare come la solita  serie di squallidi convegni tra un’attricetta in cerca di scritture e un vecchio ma talentuoso sporcaccione in grado di procurargliele, sarebbe oltremodo riduttivo.

In realtà, a mi e non solo mio, modo di vedere, si trattò, come in altri casi della molteplice esperienza amatoria dell’Orbo Veggente, di uno scambio neanche troppo iniquo: da una parte l’attempato Gabriele attinse scampoli di tardiva ma gagiarda gioventù e ricevette e incamerò nuova vis poetandi; dall’altra la giovane quanto avvenente e disinibita Elena (ribattezzata dal Poeta -come tutte le vittime sacrificali immolate tra le lenzuola- stavolta con il nome di Ornella) ebbe la possibilità di essere illuminata dai raggi accecanti di tanta leggendaria creatività.

Pari e patta, si potrebbe dire.

Certo, però, che leggere di inguini che infiorano il ventre rassomigliando all’ascella dell’Aurora e di coltelli furbondi pronti da sguainare, sistemati proprio lì dove si ritiene che un uomo nudo possa conservare il suo… ai giorni d’oggi qualche sorriso ironico potrebbe anche provocarlo.

O no?

   Bonera.2

 

 

* «Perdere l’amore» – testo: Giampiero Artegiani – Marcello Marrocchi – musica: Giampiero Artegiani – Marcello Marrocchi – WEA Italiana – feb 1988

NB  – Per l’articolo Costanzo Gatta ha preso spunto dal libro «Elena Sangro e la sua relazione con Gabriele D’Annunzio» (Ianieri Edizioni)

 

 

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Post It (14) – Veleni (mentali) al centro commerciale

Eppure le parole sono lì, mi guardano dallo schermo del pc come se fossero incise nella pietra.

Sì, sono loro a guardare me, non viceversa, un po’ come quel famoso o famigerato abisso che se lo contempli troppo a lungo finisce lui per fissare te, attirandoti nel vuoto.

La notizia: irritato per avere ricevuto una multa per parcheggio su posto riservato ai portatori di handicap, espone

nel parcheggio del supermercato di Carugate (nei pressi di Milano) un cartello quantomeno inopportuno e oltraggioso. 

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Una multa di 60 euro a me non cambia niente”, scrive il gentiluomo. Ed è un vero peccato, perché il vero malato è proprio lui.

Malato (lui sì, e allo stato terminale) di grave mancanza di rispetto umano, di carenza assoluta di sensibilità, di egocentrismo grave, ed altre gravi sindromi non solo dannose per l ’individuo che ne è portatore, ma anche altamente contagiose, capaci cioè di propagarsi, ove non estirpate tempestivamente,  all’intera società civile, soprattutto alle nuove generazioni, particolarmente  esposte a questo tipo di contaminazione.

Per fortuna che, se è vero che c’è un giudice a Berlino, è altrettanto vero che c’è un Questore a Milano.

In questo caso il dottor Marcello Cardona, che è uno che, oltre a conoscere come pochi il proprio mestiere ed avere maturato nel corso degli anni un’esperienza professionale di grandissimo spessore, è abituato a prendere le decisioni (quelle giuste) senza inutili tentennamenti:  avuta notizia dell’increscioso episodio, infatti, non ci ha messo niente a incaricare la Squadra Mobile di effettuare gli accertamenti di rito per individuare e assicurare alla legge questo autentico campione dell’umanità.

Tra tante bufale, tra tanti fakes che impestano la Rete, onore per una volta al popolo del web che ha contribuito a propagare, in un’onda di genuina indignazione collettiva, questo tristissimo accadimento.

E anche questa è una notizia.

   Valerio Vairo

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Com’è difficile scrivere sulla celluloide le storie del Re

Il dieci di agosto è uscito nelle sale il film «La Torre Nera», tratto dall’omonimo libro di Stephen King.

 

 

Il libro:

O piuttosto la saga (capirete meglio questa precisazione quando si parlerà del film) fantasy-horror-western-science fiction. Una serie di romanzi (adattata poi anche in fumetto dalla Marvel) che in qualche modo ha occupato il Re del Maine per trent’anni, dal 1982 al 2012.

Ecco qui un riassunto delle uscite:

  1. L’ultimo cavaliere (1982) (The Dark Tower I: The Gunslinger)
  2. La chiamata dei Tre (1987) (The Dark Tower II: The Drawing of the Three)
  3. Terre desolate (1991) (The Dark Tower III: The Waste Lands)
  4. La sfera del buio (1997) (The Dark Tower IV: Wizard and Glass)
  5. I lupi del Calla (2003) (The Dark Tower V: Wolves of the Calla)
  6. La canzone di Susannah (2004) (The Dark Tower VI: Song of Susannah)
  7. La torre nera (2004) (The Dark Tower VII: The Dark Tower)
  8. La leggenda del vento (2012) (The Dark Tower: The Wind Through the Keyhole)

Il giovane Jake Chambers e il leggendario “pistolero” (appellativo inteso in questo ambito più come “cavaliere errante” di medievale memoria, che non nella normale accezione del termine) Roland Deschain combattono, insieme ai loro pard, le oscure forze del male, capitanate dal tenebroso Re Rosso. Una lotta in difesa dell’integrità della Torre Nera, simbolo dell’armonia dell’Universo, pervicacemente insidiata, in tutti i modi, dall’esercito dei cattivi, in uno scenario bidimensionale (ma a volte anche multi-dimensionale), diviso tra una New York che non è esattamente la New York che conosciamo e le terre desolate del Medio-Mondo, popolate di mostri, di mutanti, di veggenti e di minacciosi reperti di una remota era magico-tecnologica.

Il film:

Il progetto di trarre un film dalla corposa saga risale, tanto per rimanere in tema epico, allo scorso millennio.

Prima come serie televisiva (un episodio per libro), poi, nel 2010, attraverso l’acquisto dei diritti da parte della Universal, che affidò l’impresa a un team di eccezione che vantava innumerevoli successi di botteghino, composto dallo sceneggiatore Akiva Goldsman, dal regista Ron Howard e dal produttore Brian Grazer.

Due anni di elucubrazioni, al temine dei quali, però, arriva un forfait.

Poco male, perché nel 2015 subentrano i danesi, ovverosia il regista Nikolaj Arcel e lo sceneggiatore Ander Thomas Jensen, su incarico della Sony Pictures. Sotto lo sguardo attento dello stesso Stephen King, la nave finalmente va, con la produzione Grazer, Howard e Goldsman.

La Torre Nera diventa un film, che arriva in Italia il 10 agosto 2017.

Le mie note:

In migliaia di pagine, scritte da un Autore immaginifico e ispirato come e più di sempre qual è Stephen King, c’è davvero tanta roba su cui lavorare.

Forse “troppa” roba, in quantità tale da spaventare con la complessità dell’impresa, i pur coraggiosi cineasti coinvolti nell’impresa. L’impressione che ne trae lo spettatore che abbia letto i libri di Stephen King è che ci si sia ridotti, alla fine, a ricavare un sunto della saga, un po’ come gli estratti del Reader’s Digest e/o i Bignami tanto cari agli studenti del dopoguerra. Si è mescolato lo scatolone e poi, attraverso un ideale imbuto, riversato nella pellicola ciò che era venuto a galla.Dopo un buon inizio la narrazione si ripiega su se stessa, diventando farraginosa e tradendo, in diverse occasioni, lo spirito dell’opera originale.

Si avverte distintamente la preoccupazione frettolosa di concludere il tutto nei canonici novanta minuti che rappresentano la misura standard per film di questo tipo.

Insomma, se è presente l’abilità tecnica e la perfezione fotografica che caratterizza i prodotti made in US, ciò che manca è il coinvolgimento emotivo, sia sullo schermo che, purtroppo, in platea.

Resto in attesa di un sequel, peraltro di difficile ideazione e realizzazione, dopo aver messo in circolazione questa specie di “frullato” di (belle) storie.

Non perché sia rimasto soddisfatto di questa prima uscita ma perché, come molti fedeli lettori di King, spero che si possa recuperare qualcosa di buono.

Titolo: La Torre Nera

Titolo originale: The Dark Tower (USA 2017)

Genere: Fantasy

Anno: 2017

Regia:  Nikolaj Arcel

Cast: Idris Elba, Katheryn Winnick, Matthew Mc Conaughey, Claudia Kim, Jackie Earle Haley

Durata 95 min.

 

 

 

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Goodmorning Brescia (54) – Leonessa e Lupa tra cielo e (sotto)terra

Paralleli e divergenze.

Sessantadue anni fa, precisamente il 15 agosto del 1955, s’inaugurò la funivia che dalla Bornata portava su alle Cravelle, in cima alla Maddalena.

Un progetto e un’impresa mirati, ricorda Costanzo Gatta nell’articolo che occupa un’intera pagina su un’edizione del Corriere della Sera che lo vede mattatore, con due sostanzali motivazioni e obbiettivi: da una parte una risposta a Roma che solo sei mesi prima aveva inaugurato la metropolitana, dall’altra la non nascosta speranza che quella nuova opera contribuisse in modo determinante alla nascita di una nuova “città alta” che nulla avrebba avuto a che invidiare alla parte “in quota” della cugina-mai-troppo-amata Bergamo.

Purtroppo le cose (come spesso accade nelle faccende degli esseri umani) non andarono secondo le previsioni: il mancato sviluppo urbanistico del colle, causato principalmente dalla mancata predisposizioni di idonee quano indispensabili infrastrutture, accelerata dalla tracciatura della strada che, facilitando l’afflusso di automobili, moto e bici, resero meno appetibile utilizzzare la “via del cielo”.

Il sogno fu accantonato definitivamente dopo soli quattordici anni, nel settembre 1969, e ci vollero quarantadue anni e mezzo prima che la voglia di distinguersi e di nons entirsi secondi a nessuno che anima il fiero popolo bresciano, trovò soddisfazione con l’avvio del primo convoglio della metropolitana che non esito a definire la più moderna, linda e bella d’Italia.

Intanto, cos’è successo a Roma?

La metropolitana si è sviluppata in lunghezza, e alla prima linea se ne sono aggiunte una… e mezza.

Le stazioni sono diventate settantaquattro, i chilometri delle linee sessanta, e oltre 760.000 mila al giorno sono gli utenti che salgono sui vagoni che sferragliano nelle viscere dela Capitale, fornendo un significativo contributo all’alleggerimento di un traffico di superficie che più intricato e caotico non potrebbe essere.

Qui finiscono le note positive, però.

I tornelli di accesso, non presidiati, non riescono non dico a fermare, ma almeno a limitare le pratiche dell’elusione del pagamento dei biglietti, gran parte dei vagoni sono ormai fatiscenti, la lentezza e l’irregolarità delle  corse rende i convogli affollati al limite del praticabile quasi in tutte le ore del giorno. E, per finire, in bellezza, le stazioni, più o meno, si presentano così:

Insomma, una situazione degradata come e quanto quella dei mezzi di trasporto pubblici di superficie e, aggiungono i miei amici romani, come gran parte della città, a partire dal dissesto dei manti stradali per finire ai deficit dell’illuminazione, alla mancanza di sicurezza dei cittadini, all’intollerabile gestione dei rifiuti…

Problemi giganteschi per risolvere i quali bisognerebbe impegnarsi subito e con tutte le risorse disponibili.

Invece…

Invece (ecco che il cerchio si chiude) il sindaco Virginia Raggi ha pensato bene di affrontare un ingente investimento, indovinate un po’, per costruire una nuova funivia che porterà da Casalotti a Battistini.

Costo previsto novanta milioni, consegna prevista al massimo entro il 2021 (che bella cosa, in entrambi i casi, l’ottimismo!)

Insomma, vuoi vedere che i romani finiranno per rosicare a causa della metropolitana della Leonessa e i bresciani invidieranno la funivia della Capitale, rimpiangendo la propria?

Ai posteri l’ardua sentenza.

 

 

   Bonera.2

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Goodmorning Brescia (53) – Anche i briganti perdono la testa

Allora (si sta parlando della seconda metà del sedicesimo secolo, mica di ieri l’altro) le forze di polizia , che allora non si chiamavano detectives, ma più prosaicamente birri,non avevano a propria disposizione le risorse tecnologiche utilizzabili al giorno d’oggi: niene archivi fotografici, né possibilità di effettuare i sofisticati identikit cui ricorrono i  loro colleghi del terzo millennio, né (tantomeno)  programmi informaticci di riconoscimento facciale.

Insomma, non c’era la Rete. Anzi, no; per la verità, l’unica rete di cui disponevano “i buoni”, era quella composta da informatori e delatori pronti, allora come ora, a fornire preziose soffiate in cambio di denari e/o favori di vario assortimento, da una raccomandazione a uno sconto di pena.

Così il signor Giovanni Beatrici, meglio come conosciuto come Zan Zanù («che sarebbe come dire Giovanni Giovannone» spiega Gatta)    riuscì per lunghi, violenti e sanguinosissimi anni a esercitare il mestiere di feroce brigante, terrorizzando le popolazioni dell’ampia porzione di territorio gardesano che va da Tignale a Salò. Serenamente rapinando, violentando, sequestrando e uccidendo, così com’è giusto che faccia un brigante professionale qual era lui, insieme alla sua banda. 

Con la forza narrativa ed evocativa che non credo di avere scoperto oggi, Costanzo Gatta ne sintetizza la fosca vicenda in uno snello ma ben articolato intervento sull’edizione bresciana del Corriere della Sera di oggi: quella che è descritta è una situazione in cui la malavita gode della connivenza di personaggi insospettabili, spesso anche altolocati, prestandosi, all’occorrenza, anche all’eliminazione di scomodi avversari politici, come il podestà di Salò, Barnardino Ganassoni, freddato dallo stesso Zan con un colpo di archibugio in petto all’interno del Duomo, nel corso di una funzione religiosa.

Alla fine, nella valletta della Fornaci, quando le malefatte di Zan Zanù divennero talmente clamorose dal sollevare il malumore dei bravi gardesani, il perverso percorso terreno del delinquente si fermò bruscamente, al termine di uno scontro a fuoco e ll’arma bianca protrattosi per più di otto ore.

Gatta ne narra collocando l’episodio finale di questa sanguinosa saga, come sovente si diletta a fare, tra realtà e leggenda.

Così come, a corredo dell’articolo, inserisce un ammiccante riferimento a una certa testa custodita sotto formalina presso l’Ospedale di Salò, nell’ambito di una raccolta di reperti realizzata da un medico ottocentesco: è Lui o non è Lui?

 

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A proposito: l’articolista ricorda che, tra gli insospettabili sodali del feroce Giovanni Beatrici, c’era anche un tale Fra Tiziano, padre guardiano del convento dei Cappuccini di Gargnano.

Eccolo, l’anello di congiunzione: sbaglio o, nelle antiche cronache della c.d. malavita organizzata, ci fu un altro famoso quanto leggendario brigante che rispondeva al nome di Fra Diavolo?

 

 

   Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Nuvole di parole (5) – Lilith «La fine della caccia»

«Chi ben comincia è a metà dell’opera»  recita un noto proverbio.

In una celeberrima canzone, però, Mina continua a ribadire che «L’importante è finire».

Ecco, partirei da qui per la recensione di questo diciottesimo e ultimo numero di una serie che ha accompagnato me e numerosi altri appassionati di comics per ben nove anni. Poi capirete perché.

Un viaggio nello spazio e nel tempo, quello di Lilith, alla ricerca di una raccapricciante entità denominata  cardo-triacanto-spiromorfo che, viene detto sin da subito, impiantandosi nel corso dei secoli in questo o quell’individuo (solitamente personaggi eccellenti),  rappresenta un serio pericolo di estinzione per la razza umana.

L’originalità di questa lunga saga risiede, oltre che nel fantastico mondo ben creato, descritto e disegnato da Luca Enoch, proprio nelle intelligenti rivisitazioni di episodi della storia dell’uomo, indissolubilmente intrecciate con stuzzicanti ucronie.

Ben centrato il personaggio principale, l’inconsapevole adolescente Lyca, colta da un futuro remoto d’inquietante ordine e lindore, per essere destinata a trasformarsi nella spietata/cinica/naturalmente lussuriosa Lilith. Le fa da spalle una simpatica belva nera come la notte, qualcosa a metà tra una pantera un leone e un enorme gattone, distruttiva alla bisogna ma -normalmente- saggia e (auto)ironica.

Ma, tornando alle prime parole…

Cosa:

A Lilith, stavolta, l’ennesimo “portatore sano” di triacanto è inspiegabilmente sfuggito. Incaponendosi nella ricerca, in un ‘800 in cui gli attuali Stati Uniti non sono contesi tra i patrioti e i soldati di Sua Maestà, ma tra le potenze coloniali di Gran Bretagna e Giappone, valicando le Montagne Rocciose ha attraversato da est a ovest, praticamente, l’intero Continente.

Qui l’aspetta, in una missione gesuita, l’incontro definitivo con il Cardo Crociato.

È arrivato il momento dello scontro finale, che si risolve, però, in modo del tutto imprevisto.

 

Come:

L’idea è stata molto bella, oltre che assolutamente originale.

Lo svolgimento della lunga storia, articolata in 16 albi, assolutamente irreprensibile. Accattivante, appassionante, in grado di incuriosire il lettore fornendo preziosi richiami alla “Storia” vera e suggerendo, per di più, interessantissimi spunti di riflessione.

Soltanto fno a pagina 80 dell’ultima puntata, però.

Perché, di lì in poi, l’Enoch autore/sceneggiatore, a differenza dell’Enoch disegnatore che prosegue nel suo stile magistrale fino all’ultima tavola, sembra smarrirsi.

Non intendo, per rispetto sia dell’Autore che di chi ancora non avesse letto l’albo, spoilerare vigliaccamente il finale.

Basti sapere, però, che in pochi, sin troppo serrati passaggi, tutto (o quasi tutto) ciò che si era costruito nelle circa duemila pagine precedenti, viene messo inopinatamente in discussione, senza che ciò sia supportato da adeguati e coerenti passaggi psicologici.

Che sia stato per la tentazione (comune a molti autori) di stupire a ogni costo il proprio pubblico o, più semplicemente, di mettere fine a una saga che non era possibile tirare oltre i limiti stabiliti, fatto sta che, chiudendo e riponendo sullo scffale insieme ai suoi diciassette fratelli questo «La fine della caccia», ciò che resta in bocca è un sapore amaro.

Quello del rimpianto per una splendida occasione persa, sia per il bravissimo Enoch… che per chi con stima e affetto lo segue.

Molti “addetti ai lavori” sono soliti affermare e ribadire in ogni sede che incipit ed epilogo sono le parti più difficili di una narrazione.

E io sono (molto) d’accordo con loro. 

 

 

 

LA FINE DELLA CACCIA

Soggetto e sceneggiatura: Luca Enoch

Disegni: Luca Enoch

Copertina: Luca Enoch

Lettering: Renata Tuis

18° e ultimo numero della serie semestrale

Sergio Bonelli Editore

Prezzo: 4 € – 132 pagg. 

Giugno 2017

 

 

 
Categorie: Scrittura.

Goodmorning Brescia (52) – Giallo del Lago o… giallo dell’Ego?

Ormai è risaputo: l’occhio di Costanzo Gatta su tutto ciò che riguarda non solo la produzione artistica, ma anche la movimentata vicenda umana di Gabriele D’Annunzio, è sempre vigile.

Ha già scritto diversi saggi su di lui, e sta lavorando a un’opera che, con un po’ di enfasi (ma non troppa) si potrebbe definire monumentale.

Dunque tutto (o quasi tutto) ciò che c’è da sapere sul «Vate», sull’  «Orbo Veggente» , su «The Pikedd», sull’  «Ero-Poet» , su «Ariel»  (soprannomi e pseudonimi calzati dal poeta pescarese o attribuitigli da amici, nemici e critici) Costanzo Gatta lo sa.

Per il resto, come dovrebbe fare qualunque giornalista degno di questo nome (ma che troppo pochi tra i suoi colleghi fanno) approfondisce le ricerche di archivio e legge ciò che su D’Annunzio viene pubblicato in Italia e nel mondo.

Questa volta, nell’articolo pubblicato ieri sull’edizione bresciana del Corriere della Sera, lo spunto è tratto dal libro «Il Vate e lo sbirro», di Ennio De Francesco, in cui si ricostruisce l’inchiesta effettuata (ai giorni d’oggi si direbbe sotto copertura) dal commissario Giusepep Dosi, funzionario di polizia prima rottamato e poi recuperato (come spesso accade anche ai nostri giorni) per prendere in mano una di quelle cosiddette “patate bollenti” che nessuno vorrebbe trovarsi a maneggiare: scopo della sua missione, infatti, è chiarire motivazioni e circostanze dello strano incidente occorso in quel di Gardone Riviera, più precisamente a Villa Cargnacco, da una finestra della quale, inopinatamente, D’Annunzio era volato, schiantandosi al suolo dalla non letale, ma pur sempre impegnativa e dannosa, altezza di quattro metri.

Per prima cosa «Cherchez la femme», si dice in questi casi. Beh, a Gardone di “femme” ce n’erano ben due, giovani e piacenti sorelle, per di più, e con un predatore di tale pericolosità in giro per casa…

Un’occasione, oltre che per ripercorrere uno dei tanti episodi “piccanti” della disordinata vita amorosa del sessulalmente bulimico Gabriele, per riassaporare un gustoso spaccato della vita della high class bresciana e gardesana del tempo.

A tutti i (non pochi) fan di Gatta, ricordo che nel pomeriggio di venerdì 1 settembre, nell’ambito della Fiera Regionale di Orzinuovi, passando con l’agilità mentale e creativa che da sempre lo contraddistingue, dalla storiografia letteraria (e non) alla cultura popolare e alla ricca tradizione alimentare e culinaria del bresciano, il giornalista/scrittore e drammaturgo presenterà un suo nuovo libro il cui titolo, tradotto dal vernacolo, è  «Vino che salta, formaggio che piange e olio buono».

A seguire, per restare in tema, lo spettacolo «Al contadino non far sapere quanto sia buono il formaggio con le pere» con Daniele Squassina e Maurizio Lovisetti.

Ghiottissimo appuntamento per antonomasia, dunque da non perdere.

 

   Bonera.2

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Monolith: dalle tavole alle favole (nere)

    

IL FUMETTO

«Monolith» è una graphic novel scritta da Roberto Recchioni (curatore di Dylan Dog) e Mauro Uzzeo  per le matite di Lorenzo Ceccotti (alias LRNZ), “apparsa” a Lucca Comics & Games 2016, in fumetteria dallo scorso gennaio (96 pagine – prezzo 16 €) per le stampe di Sergio Bonelli Editore.

ISSN: 9788869611698

Trama:

Sandra, popstar che ha sacrificato la carriera artistica alla famiglia (e in particolare al figlioletto David), riceve in regalo dal marito Carl una macchina di nuovissima generazione, che ha nella sofisticata informatica in dotazione, nella robustezza a prova di qualsiasi tipo di urto (e anche di proiettile) e nella sicurezza, le prerogative che ne giustificano un prezzo probabilmente esorbitante.

Una volta in viaggio verso una casetta di campagna dove trascorrere un periodo di relax insieme al piccolo David, però, Sandra percepisce in uno strano e reticente atteggiamento di suo marito, seri indizi di un tradimento in corso. Mossa dalla gelosia decide così di prolungare di diverse centinaia di chilometri il viaggio, ignorando, però il terribile e drammatico pericolo in agguato nel deserto che si trova a dover attraversare

Per una serie di contrattempi, infatti, mentre è fuori dall’automobile, Monolith chiude gli sportelli intrappolando il bambino all’interno di quella che, ben presto, si rivelerà una fortezza inespugnabile.

Arriva l’alba e, non appena il sole si alza sull’orizzonte la temperatura comincia implacabilmente a salire, raggiungendo presto i 40 gradi.

E non c’è nessuno, nel raggio di centinaia di miglia, che possa aiutarla in qualche modo…

Per ammissione dello stesso Recchioni, lo spunto iniziale deriva da quella serie di dolorosi incidenti che hanno visto negli ultimi anni diversi genitori “dimenticare” chiusi in auto i propri figli, a volte con tragiche conseguenze.

Di luci e ombre del plot si tratterà più sotto, in occasione della recensione del film che ne è stato tratto; per il momento basti sapere che le splendide illustrazioni, opera di un particolarmente ispirato LRNZ, meriterebbero da sole il pur non indifferente prezzo al quale il libro è messo in vendita (ma questo è un problema che riguarda un po’ tutte le pubblicazioni di questa tipologia di narrazione, in altri Paesi -forse- ancora più che in Italia).

 

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IL FILM

Intanto si tratta di una pellicola he sicuramente sarà ricordata, trattandosi del primo tentativo italiano di costruzione integrata comic-cine. Proprio qui, però, stanno potenzialità e limiti del film o, in modo più generale, di operazioni di questo genere.

Due gli elementi peculiari e critici:

  1. trarre un film da una storia a fumetti, non è lo stesso che farlo da un libro; trattandosi di due mezzi di espressione artistica che agiscono essenzialmente sulla base di immagini, infatti, risulta inevitabile, nel bene e nel male, che le tavole del primo esercitino una forte influenza sulle scene del secondo, indirizzando e facilitando in un certo senso il lavoro del regista ma anche, inevitabilmente, limitandone la fantasia. Nel caso di Monolith, a mio avviso, sono riflessi decisamente positivi quelli derivati dagli straordinariamente suggestivi disegni di Lorenzo Ceccotti sulla fotografia. Scenari, atmosfere, colori e suggestioni ottiche (del deserto, principalmente), l’avveniristico design della futuristica automobile, riempiono gli occhi e la mente degli spettatori, rimanendovi impresse anche dopo la fine dello spettacolo;
  2. la ripartizione per quadri e tavole, caratteristica della narrazione fumettistica, insieme alla necessità (o l’opportunità) di inquadrare la storia in un determinato numero di pagine, inevitabilmente, tolgono alla riscrittura cinematografica quegli ampi spazi di discrezionalità che consente, invece, la trasposizione in film di un romanzo. Dunque, se ne giuadagna la “fedeltà” al testo, ne perde la personalizzazione che può mettere in campo la regia;

Tutto ciò premesso, l’esperimento “italico-bonelliano” merita attenzione e suscita curiosità per ciò che ne potrà seguire. Il prodotto finale che è venuto fuori da questa prima “fase” risulta ben confezionato e gradevole per gli spettatori. 

Brava, anzi bravissima, issima Katrina Bowden che si carica sulle spalle praticamente da sola l’intera pellicola, senza mai risparmiarsi, anche a livello di impegno fisico. Ottima, ma questo lo abbiamo già detto, la scelta degli scenari naturali e la cromatica che impreziosisce l’attenta fotografia.

 

Un’ultina osservazione.

Probabilmente a seguito del “punto 2” sopra trattato, alcune soliìuzioni narrative o risultano quanto meno improbabili e (dunque) poco credibili o, e questo è peggio, inseriscono fili narrativi che poi ci si sceglie di non riprendere o (nel peggiore dei casi) si dimentica di riprendere.

L’idea del falò nell’aeroporto in disuso innescato dalla Mamma Coraggio, tanto per fare un esempio, ha come risultato uan colonna di fumo talmente nera e gigantesca che ci si chiede come mai in un Paese iper controllato come gli States, nessuno vede.

Cadere da quaranta metri, rotolando per un intero crinale dentro una macchina e non fratturarsi neanche un mignolino? Più che la protezione di Monolith ci vorrebbe quella di un Santo, di quelli più vicini al Padreterno.

I balordi, incontrati on the road a inizio viaggio da Sandra & Pupo, scompaiono nel nulla. Stephen King, di sicuro, non ne avrebbe sprecato così il potenziale horrorifico.

E anche il sottoscritto, nel suo piccolo, in confidenza, la pensa allo stesso modo.

 

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Titolo: Monolith
Genere: Drammatico, Thriller
Data di uscita: 12 agosto 2017
Paese: Italia
Regia: Ivan Silvestrini
Cast: Katrina Bowden, Damon Dayoub, Brandon Jones, Jay Hayden, Ashley Madekwe, Katherine Kelly Lang, Nixon Hodges, Krew Hodges, Justine Wachsberger
Durata: 83 Min
Distribuzione: Vision Distribution

 Patrizio Pacioni

 

 

Categorie: Teatro & Arte varia.